Siria

 
 

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Siria il dramma della sanità: 300 mila donne incinte ma si opera con la luce del cellulare. Urge realizzare l’ospedale pediatrico di Ai.Bi dentro la collina

siria-fotoImpedire l’assistenza sanitaria è un’arma di guerra. A metterlo nero su bianco è un’inchiesta sulla condizione del personale medico in Siria della rivista scientifica Lancet realizzata con l’American University of Beirut. L’indagine, pubblicata in occasione del sesto anniversario dell’inizio della guerra, è un documento preliminare di uno studio dettagliato che uscirà nel 2018. I numeri riportati da Lancet sono ottenuti dall’incrocio dei dati, assolutamente prudenziali, raccolti sul campo ONG locali e internazionali come la Syrian American Medical Society (SAMS)Physician for Human Rights (PHR)Syria Violation Documentation Center e Syria Network for Human Rights (SNHR).

Nell’inchiesta vengono messi in risalto le maggiori criticità dell’ormai inesistente sistema sanitario in Siria. “Militarizzazione delle cure sanitarie” è la definizione data da Lancet all’attività di assistenza in Siria, conseguenza dell’attacco deliberato e sistematico a ospedali, ambulanze e personale medico, una violazione del principio di neutralità stabilito dalla Convenzione di Ginevra che devono rispettare tutte le parti in guerra durante le operazioni di soccorso.

Secondo Lancet dall’inizio della guerra, nel marzo 2011, al febbraio 2107 sono morte 814 persone tra medici, infermieri, paramedici, ostetriche, farmacisti, soccorritori. Inoltre il 35% dei medici siriani è emigrato all’estero creando un vuoto enorme nell’assistenza sanitaria, con un 27% della popolazione che non può contare su nessuna figura medica.

Il personale medico lavora sotto costante stress, deve sopportare turni massacranti, elaborare i traumi dovuti all’assistere situazioni disperate, sopperire con mezzi di fortuna alla sistematica carenza di materiale, strutture e personale, rischiando di contrarre malattie infettive o subire attacchi con armi chimiche. Alcune fonti riportano casi, non isolati, di operazioni chirurgiche svolte con la sola luce di un cellulare durante i blackout di corrente elettrica .

E anche in questo caso a farne maggiormente le spese sono le donne e i bambini e soprattutto i neonati.

Il 70% delle donne incinta sceglie il taglio cesareo perché rimanere troppo a lungo in un presidio medico, come potrebbe avvenire per un parto naturale, è una scelta troppo rischiosa per la mamma e per il nascituro. Prassi diffusa è stabilire con un’ecografia la probabile data del parto all’inizio della gravidanza, per potersi sottoporre al taglio cesareo.

E ancora la mancanza di ostetriche è un risvolto drammatico di questa emergenza: oggi si contano circa 300.000 donne incinte non in grado di ricevere cure adeguate.

Ecco perché Ai.Bi. ha deciso di realizzare un ospedale pediatrico dentro la collina: per fornire assistenza medica e ginecologica proprio a donne, neonati e bambini.

Un ospedale pediatrico che, essendo dentro la collina, garantisce a pazienti e personale medico condizioni di totale sicurezza, capace di assistere fino a 300 pazienti al giorno e dotato di servizi di emergenza e reparti di ostetricia, ginecologia e neonatologia, con 35 posti letto e 19 incubatrici.

Un progetto ambizioso a cui ognuno di noi può contribuire, donando idealmente il proprio mattoncino. Per aiutarci a salvare la vita a tanti bambini siriani effettua anche tu una donazione con il sostegno a distanza in Siria oppure un versamento libero al conto corrente 3012 intestato ad Amici dei Bambini.

Fonte: La Repubblica

 

 

 

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