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{"id":67955,"date":"2014-01-21T17:31:18","date_gmt":"2014-01-21T16:31:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/?p=67955"},"modified":"2014-01-21T21:00:59","modified_gmt":"2014-01-21T20:00:59","slug":"i-figli-dei-barconi-nel-porto-dellamore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/i-figli-dei-barconi-nel-porto-dellamore\/","title":{"rendered":"I figli dei barconi nel porto dell\u2019amore"},"content":{"rendered":"<p><i><a href=\"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/i-figli-dei-barconi-nel-porto-dellamore\/sbarchi2-2\/\" rel=\"attachment wp-att-67965\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-67965 alignleft\" style=\"margin: 5px;\" alt=\"sbarchi2\" src=\"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/sbarchi21.jpg\" width=\"200\" height=\"200\" data-id=\"67965\" srcset=\"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/sbarchi21.jpg 200w, https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/sbarchi21-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/><\/a>Sono partiti da Gambia, Senegal e Somalia. Hanno attraversato Paesi interi, prima di imbarcarsi, a rischio della propria vita, in uno dei tanti viaggi della speranza, a bordo di imbarcazioni precarie, che li hanno portati sulle coste italiane. Da soli, senza genitori o amici adulti che li accompagnassero nella ricerca di una nuova vita. Si chiamano Farah, Abdoullah, Mawuli e Haamid. Sono alcuni dei minori stranieri non accompagnati, che, una volta giunti in Italia, hanno bisogno, prima di qualsiasi altra cosa, di un\u2019accoglienza familiare. Amici dei Bambini \u00e8 riuscita a garantire loro questo diritto fondamentale. Nel numero del settimanale \u201cGente\u201d\u00a0 in uscita a fine gennaio, viene raccontata la loro storia e quella delle famiglie siciliane che li hanno presi in affido. Di seguito riportiamo l\u2019articolo della giornalista Rossana Linguini.\u00a0 <\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ad aprire la porta di casa, in un quartiere residenziale di Messina, viene lei, <strong>Farah<\/strong>, 14 anni, <strong>una famiglia in un villaggio in Somalia e una nuova qui in Italia<\/strong>, dove \u00e8 sbarcata a dicembre. Da sola. \u00c8 stata fortunata, Farah, perch\u00e9 quel barcone ha avuto la meglio sui flutti ed \u00e8 arrivato ad Augusta (Siracusa), e perch\u00e9 <strong>Antonio Russo<\/strong> e <strong>Monica Messineo<\/strong>, otto figli dai precedenti matrimoni pi\u00f9 una insieme, Serena, la stavano aspettando. \u00abOra che i ragazzi sono grandi questa casa \u00e8 troppo vuota\u00bb, dice Monica, un\u2019infanzia in un istituto che non ha mai dimenticato, \u00abe il naufragio del 3 ottobre a Lampedusa ci ha fatto decidere\u00bb. <strong>Disponibili all\u2019affido di un minore straniero non accompagnato.<\/strong> Uno di quei 2 mila che ogni anno approdano sulle nostre coste, dice <strong>Ai.Bi<\/strong>., associazione che si occupa di adozioni e affidi e ha lanciato <strong>l\u2019sms solidale 45509 per la campagna \u201cBambini in alto mare\u201d<\/strong>. \u00c8 Ai.Bi. che ha fatto incontrare i Russo e Farah, che oggi sorride timida dietro la frangetta, le mani da bambina con lo smalto rosso e l\u2019anello d\u2019oro della mamma somala che non finiscono mai di tormentare quelle di <strong>Serena<\/strong>. \u201cWalaal\u201d, sorella, dice lei, che di parole italiane ne conosce poche, malgrado gli sforzi del nuovo \u201cbabbo\u201d, cos\u00ec lo chiama, che con l\u2019iPad prova a tradurre le parole tutti i giorni. \u00abMa Farah non \u00e8 mai andata a scuola, non sa leggere e scrivere, dunque \u00e8 complicato\u00bb, dice Antonio.<\/p>\n<p>Ci vuole tempo. Per far partire un piano educativo individuale e per cominciare un percorso psicologico che la aiuti a superare quel che lei, dopo cinque mesi di viaggio con due ragazzine della sua et\u00e0 e tre maschi adulti, non racconta, ma i lividi e le cicatrici sul suo corpo s\u00ec. <strong>Ci vuole tempo, e ogni giorno va un po\u2019 meglio:<\/strong> pure quelle telefonate in Somalia, quasi sempre nel cuore della notte perch\u00e9 al villaggio non c\u2019\u00e8 campo e la mamma chiama quando pu\u00f2 spostarsi. \u00abAll\u2019inizio erano pi\u00f9 concitate\u00bb, ricordano Antonio e Monica, \u00ababbiamo capito che il timore della madre era che l\u2019avessimo comprata: <strong>ora parla anche con noi, ci fa capire che ci ringrazia per quello che facciamo<\/strong>\u00bb. Farah sorride, sempre: in leggings e sneakers, come un\u2019adolescente qualsiasi. Di quella tuta enorme che le avevano dato al centro di Siracusa, dove ha passato le sue prime 72 ore italiane, non ne vuole pi\u00f9 sapere, come dello <i>hijab<\/i>, malgrado Monica gliene avesse comprato uno nuovo appena arrivata. \u00abDa quel plaid rosso invece non si separa mai\u00bb, dice Monica. \u00ab\u00e8 l\u2019unica cosa che non rifiuta di quel che stava dentro la sua borsa\u00bb.<\/p>\n<p>La \u201cborsa\u201d \u00e8 il sacco della spazzatura che trovano nei centri di accoglienza, il bagaglio nel quale i migranti, piccoli o adulti, infilano <strong>quel che resta della loro vecchia vita e partono per la nuova<\/strong>. Lo stesso che avevano <strong>Abdoullah<\/strong>, 17 anni, del Gambia, e <strong>Mawuli<\/strong>, 16, del Senegal, quando sono arrivati a Messina, a casa di <strong>Giuseppe e Rosaria D\u2019Amico<\/strong> e dei loro figli <strong>Davide<\/strong>, 7 anni, e <strong>Martina<\/strong>, 10. \u00abDentro c\u2019erano due maglioni e un paio di pantaloni, ma ci sono voluti giorni perch\u00e9 lo svuotassero\u00bb, dice Giuseppe.<\/p>\n<p>A guardarli Abdoullah e Mawuli potrebbero essere davvero fratelli: invece si sono conosciuti poco tempo fa, sul barcone arrivato in Sicilia il 18 dicembre, quando <strong>gli scafisti in vista della costa li hanno costretti a buttarsi in acqua<\/strong>, anche se non sapevano nuotare. Della traversata ti raccontano tutti e due solo una cosa: \u00abAbbiamo visto un ragazzo morire, un ragazzo pakistano\u00bb. In acque internazionali, spiegano in inglese, quando tutti erano seduti su bidoni di nafta, che perdevano, e lui \u00e8 scivolato, imbrattandosi di carburante che sotto il sole cocente \u00e8 diventato una tortura. \u00abLui \u00e8 caduto, tutti erano nel panico, ed \u00e8 morto cos\u00ec, schiacciato\u00bb. <strong>Il viaggio \u00e8 durato tre mesi ed \u00e8 iniziato in Gambia<\/strong>, dove viveva anche Mawuli dopo che suo padre, ufficiale in Senegal, era stato costretto a scappare per i disordini nel Paese. Poi Burkina Faso e Nigeria fino al confine libico: prima in pullman con un biglietto (\u00abMa io non l\u2019ho pagato, ho fatto una fotocopia del ticket\u00bb, dice Abdoullah), poi con un pick-up con 30-35 persone sopra. \u00abLo vedi, come in questa foto\u00bb, dicono mostrando un\u2019immagine trovata su Internet. In Libia Mawuli \u00e8 finito in un centro di detenzione ed \u00e8 stato ferito in un\u2019esplosione di cui porta ancora le schegge nel braccio, e Abdoullah ha fatto il muratore e <strong>sopportato botte e ancora botte<\/strong>. \u00ab<i>They were bad boys<\/i>\u00bb, erano cattive persone, ripete. Quello che vogliono ora \u00e8 studiare l\u2019italiano e trovare un lavoro. \u00abDevono guadagnare per rendersi indipendenti e aiutare le famiglie che per mandarli qui hanno speso pi\u00f9 di mille euro\u00bb, spiega Giuseppe. Mawuli, che ama il reggae e sogna di andare in Finlandia, <strong>vorrebbe fare l\u2019autista o il giornalista<\/strong>; Abdoullah, appassionato di calcio e tifoso del Milan, l\u2019idraulico. Tutti a tavola, si mangia: e Mawuli e Abdoullah, che pregano Allah cinque volte al giorno ed esultano quando <strong>Dinah Caminiti<\/strong>, responsabile di Ai.Bi. in Sicilia, promette loro di portarli alla moschea cittadina il venerd\u00ec successivo, per prendere la forchetta in mano <strong>aspettano che il resto della famiglia finisca di ringraziare Ges\u00f9 per il cibo in tavola<\/strong>.<\/p>\n<p>Anche il fratello di Rosaria, <strong>Antonino Vinci<\/strong>, 34 anni, voleva fare qualcosa per i profughi bambini, e con sua moglie <strong>Caterina<\/strong>, 30 anni, si \u00e8 reso disponibile all\u2019affido di un bimbo con meno di 8 anni. Invece \u00e8 andata diversamente, e loro, da nove mesi genitori adottivi di <strong>Peniel Giacobbe<\/strong>, 2 anni, congolese, si sono ritrovati per casa <strong>Haamid<\/strong>, che li chiama mamma e pap\u00e0 ma di anni ne ha 17. \u00abCi ha fatto invecchiare di colpo\u00bb, scherzano loro, nominati da Ai.Bi. famiglia pi\u00f9 accogliente dell\u2019anno. Somalo, Haamid \u00e8 arrivato ad Augusta dopo due mesi attraverso Etiopia, Sudan e Libia. Ma non era finita: perch\u00e9 portato alla tendopoli messinese del Palanebiolo <strong>\u00e8 stato dichiarato maggiorenne e mandato al Centro di accoglienza richiedenti asilo di Mineo<\/strong> (Catania): alla sua vera et\u00e0 si \u00e8 arrivati solo dopo sue infinite suppliche e una verifica radiografica sulle ossa.\u00a0 Haamid mangia pochissimo: \u00abCome se praticasse <strong>una sorta di solidariet\u00e0 con la sua famiglia<\/strong>, che di cibo ne ha assai poco\u00bb, spiega Caterina. E non parla. \u00abQuando siamo andati a prenderlo a Mineo\u00bb, ricorda Antonino, \u00abnon c\u2019era il mediatore, lui non parla bene inglese e noi nemmeno. Ma non ha avuto problemi a farci capire le sue richieste: <strong>studiare l\u2019italiano e sentire i suoi ogni tanto<\/strong>\u00bb. Poi, una volta in autostrada, passando davanti al centro: \u00abBye bye Mineo. Forever\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><i>Sono partiti da Gambia, Senegal e Somalia. 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