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{"id":93224,"date":"2014-12-29T20:57:30","date_gmt":"2014-12-29T19:57:30","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/?p=93224"},"modified":"2014-12-31T10:56:19","modified_gmt":"2014-12-31T09:56:19","slug":"nel-paese-senza-mamme-cosi-vivono-i-figli-delle-nostre-badanti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/nel-paese-senza-mamme-cosi-vivono-i-figli-delle-nostre-badanti\/","title":{"rendered":"Nel Paese senza mamme. Cos\u00ec vivono i figli delle nostre badanti"},"content":{"rendered":"<p><b><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-93225\" style=\"margin: 5px;\" alt=\"moldavia\" src=\"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/moldavia1.jpg\" width=\"200\" height=\"200\" data-id=\"93225\" srcset=\"https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/moldavia1.jpg 200w, https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/moldavia1-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.aibi.it\/ita\/images\/moldavia1-55x55.jpg 55w\" sizes=\"auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/>In Italia le donne moldave sono quasi 200mila: qui curano anziani e bambini. Ma in patria hanno lasciato affetti e famiglie. Ne parla questo articolo, che riportiamo integralmente, pubblicato sul quotidiano \u201cil Giornale\u201d luned\u00ec 29 dicembre a firma del giornalista Angelo Allegri.<br \/>\n<\/b><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Olga ha 12 anni, i capelli neri raccolti in una coda di cavallo, veste con eleganza tutta femminile l\u2019uniforme della scuola, camicetta bianca e gonna blu. La madre ha lasciato Hincesti, un piccolo centro a qualche decina di chilometri da Chisinau, la capitale della Moldavia, poco pi\u00f9 di 10 anni fa. \u00c8 venuta in Italia per fare la badante. Poi le \u00e8 bastato un incontro sbagliato: la sua vita \u00e8 finita in una notte terribile lunga una strada alla periferia di Bergamo.<\/p>\n<p>Olga non ne parla, una volta al mese va al cimitero per salutarla. Per il suo futuro ha gi\u00e0 un progetto chiaro: \u201cQuando sar\u00f2 grande andr\u00f2 anch\u2019io in Italia\u201d. Se le si chiede il perch\u00e9 risponde quasi sorpresa: \u201cPerch\u00e9 \u00e8 bellissima, lo sanno tutti\u201d. Oggi vive con i suoi nonni. E fuori dalle poche vere citt\u00e0 del Paese la case della campagna moldava si assomigliano tra loro: piccoli edifici con il tetto di legno, circondate da malmesse palizzate fatte di assi accostati. Nei cortili, dove il fango di un inverno ancora senza neve arriva alle caviglie, corrono qua e l\u00e0 le galline. Nell\u2019angolo pi\u00f9 lontano, ma solo se il padrone di casa non ha problemi economici, c\u2019\u00e8 la porcilaia. Per scaldarsi si una la stufa a legna sistemata nella stanza dove si svolge la vita familiare. In pochi hanno l\u2019acqua corrente: ogni gruppo di case ha il suo pozzo scavato ai margini della strada, spesso abbellito con preziose decorazioni in legno.<\/p>\n<p>La vita assomiglia a quella delle campagne italiane di un secolo fa. Ma tutti, anche i bambini, soprattutto i bambini, conoscono l\u2019Italia di oggi. E nella mente dei pi\u00f9 piccoli il nostro Paese \u00e8 una creatura con due volti: ingoia i loro affetti e li costringe a una vita di dolorose partenze e incerti ritorni. Ma \u00e8 anche il Paese di Bengodi dei racconti familiari: tutti sono ricchi, le strade asfaltate e le case bellissime, anche quelle delle periferie pi\u00f9 lontane.<\/p>\n<p>La Moldavia \u00e8 la nazione pi\u00f9 povera d\u2019Europa: il reddito pro capite supera di poco i 2.200 dollari l\u2019anno, meno di Bolivia o Filippine. La malconcia Italia ha un reddito che sfiora i 34mila. Negli ultimi 15 anni il Paese ha subito una sconvolgente mutazione demografica e sociale, come se fosse stato colpito da una bomba atomica di quelle pi\u00f9 moderne, che lasciano intatti gli edifici ma colpiscono le persone. Nel 2000 gli abitanti erano quattro milioni e mezzo. Oggi sono un milione in meno. Quasi il 25% della popolazione se ne \u00e8 andato, quasi un abitante su quattro. Come se in Italia sparissero da un giorno all\u2019altro 15 milioni di persone. Da queste parti era gi\u00e0 successo qualcosa di simile tra il 1944 e il 1945. Le truppe di Stalin avevano riconquistato il Paese, che nel 1940 si era riunito alla Romania. Migliaia di persone erano state uccise, centinaia di migliaia deportate in Siberia, centinaia di migliaia erano scappate.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni l\u2019emorragia \u00e8 stata inarrestabile, chi poteva \u00e8 partito: verso gli Stati Uniti, il Canada, l\u2019Australia, ovunque. In maggioranza gli uomini sono emigrati in Russia o in Israele, dove possono lavorare nell\u2019edilizia o nell\u2019industria. In Italia di moldavi ne sono arrivati almeno 200mila, forse di pi\u00f9, anche se non \u00e8 facile dare cifre precise perch\u00e9 molti hanno passaporto romeno e sfuggono alle statistiche. Il 70\/80% sono donne, badanti o collaboratrici familiari. Tutte hanno lasciato in patria una famiglia. Tutte o quasi un figlio. \u201cPer ogni badante in pi\u00f9 in Italia, c\u2019\u00e8 una madre in meno in Moldavia\u201d, ha detto il vescovo cattolico di Chisinau, Anton Cosa. Le vittime dell\u2019esodo sono i bambini che qui chiamano \u201corfani sociali\u201d: hanno i genitori, ma a migliaia di chilometri di distanza. Sono affidati a nonne, zie, madrine o, capita spesso, al buon cuore dei vicini di casa. Il pi\u00f9 premiato film moldavo degli ultimi anni, Arrivederci, di Valeriu Jereghi, racconta la storia di Jon, un bimbo di sette o otto anni che i genitori emigrati hanno lasciato ai vicini. Nella prima scena la nuova maestra gli chiede se sa indicare dove vive la sua mamma sulla cartina dell\u2019Europa appesa alla parete della classe. Jon si alza e con la mano tocca l\u2019Italia. Ma il contatto si trasforma in una interminabile e commovente carezza.<\/p>\n<p>Carpinemi \u00e8 un paese di campagna come tanti altri. Un susseguirsi di minuscole frazioni collegate da una strada tutta buche e fango. Sui muri neppure intonacati di un garage un cartello fa pubblicit\u00e0 a una linea di autobus: un paio di giorni di viaggio e si arriva comodamente a Roma, Viterbo e Monterotondo. Qui vent\u2019anni fa c\u2019erano 13mila abitanti, oggi ne sono rimasti 8mila. Nella quarta classe della scuola elementare i bambini si chiamano Oxana e Georghe ma anche Giovanni e Matteo. Alcuni sono nati in Italia, altri vi hanno abitato per qualche anno; pi\u00f9 o meno la met\u00e0 ha almeno un genitore all\u2019estero. Anche la maestra, Agata, ormai vicina alla sessantina, ha fatto per anni la badante da noi. La sua \u00e8 una storia simile a tante altre della \u201cgenerazione perduta\u201d.<\/p>\n<p>Alla fine degli anni Novanta, dopo una decina d\u2019anni di precario equilibrio post-comunista, l\u2019economia moldava precipit\u00f2 in caduta libera. Nessuna azienda o quasi fu pi\u00f9 in grado di pagare gli stipendi con regolarit\u00e0. Chi voleva poteva portare a casa come compenso parte di quanto prodotto. Un problema suo riuscire a venderlo. \u201cIo facevo la maestra gi\u00e0 allora, mio marito era professore di fisica al liceo\u201d, racconta Agata. \u201cVenivamo pagati s\u00ec e no ogni sei mesi. I nostri figli stavano finendo la scuola, dovevano vivere e iniziare l\u2019universit\u00e0\u201d. Cos\u00ec Agata decise di partire. \u201cAllora il viaggio era un\u2019avventura rischiosa. La prima volta comprai un visto a Chisinau, la seconda un passaporto russo a cui fu cambiata la fotografia. Ma tornare era difficile. Bisognava pagare i debiti per il viaggio, e poi se si tornava bisognava ricominciare da capo. Partivamo e non sapevamo quando avremmo rivisto i figli\u201d. Oggi le cose sono cambiate: in molti Paesi, Italia compresa, i primi immigrati clandestini sono stati regolarizzati e possono tornare a casa in vacanza. Da qualche mese i moldavi non hanno neanche pi\u00f9 bisogno del visto per entrare nell\u2019Unione europea. \u201cLa lontananza rimane. Ma oggi c\u2019\u00e8 anche la tecnologia. Per esempio i programmi che permettono di videotelefonare via internet. \u00c8 un modo per veder crescere i figli\u201d. Agata si volta verso la sua classe. \u201cBimbi, quanti di voi conoscono Skype?\u201d Si alza una selva di mani. \u201cQui da noi i bambini imparano prima a usare Skype che a scrivere\u201d.<\/p>\n<p>Quando i suoi genitori sono partiti per Roma Ionela non aveva ancora iniziato la scuola. \u00c8 rimasta in Moldavia con una zia che le voleva bene. Ma a cinque anni non \u00e8 riuscita a capire perch\u00e9 la sua famiglia era finita. Fino ad allora era stata una bambina simpatica e socievole, all\u2019improvviso ha smesso di parlare. Per mesi ha fatto scena muta alle telefonate dei genitori, aggiungendo angoscia alla loro angoscia. C\u2019\u00e8 voluto tempo per strapparle un s\u00ec o un no. C\u2019\u00e8 voluto altro tempo per farla sorridere. Tempo e una notizia: il lavoro di pap\u00e0 e mamma in Italia andava bene, erano riusciti a risparmiare quello che si erano prefissi. Presto sarebbero tornati e avrebbero comprato un appartamento a Chisinau. Quando Ionela ha visto la nuova casa ha avuto la prova che non l\u2019avrebbero imbrogliata di nuovo e la famiglia si sarebbe riformata. La sua vita \u00e8 ricominciata. Oggi Ionela \u00e8 una brillante liceale. Ma non per tutti gli emigrati viene il tempo del ritorno. \u201cChi \u00e8 rimasto deve fare i conti con un vuoto affettivo che i soldi e i pacchi regalo che arrivano dall\u2019estero non possono riempire\u201d, spiega Cristina Nazilu, psicologa del liceo Dante Alighieri di Chisinau. C\u2019\u00e8 una terra di nessuno, i ragazzi tra i 18 e i 21 anni. \u201cCapita che abbiano vissuto senza genitori per\u00a0 15 anni, non sanno che cosa fare della loro vita. C\u2019\u00e8 chi raggiunge la madre e il padre ma non riesce ad adattarsi a un nuovo Paese, a una nuova lingua. E allora torna, definitivamente tagliato fuori dagli affetti\u201d. A dominare \u00e8 il senso di colpa: quello delle madri che hanno lasciato i figli. Ma a volte anche dei figli nei confronti delle madri, costrette, per garantire loro un futuro, ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese. \u201cQui di ragazzi di strada come in Romania non ce ne sono\u201d, spiega don Cesare Lodeserto, che da anni guida la fondazione Regina Pacis di Chisinau. \u201cMa \u00e8 fatale che con la lontananza i legami si allentino. Non aiuta il fatto che il vincolo matrimoniale \u00e8 fragilissimo: il 36% dei matrimoni finisce gi\u00e0 dopo il primo anno\u201d. Per questo si parla gi\u00e0 di una seconda \u201cgenerazione perduta\u201d: dopo quella di chi \u00e8 stato costretto a partire, quella di chi \u00e8 rimasto. Da solo.<\/p>\n<p>\u201cCercavamo manodopera e sono arrivate persone\u201d. L\u2019ha scritto lo scrittore svizzero Max Frisch all\u2019inizio degli anni Sessanta, quando eravamo noi italiani a salire sui treni della speranza diretti in Nord Europa. Persone. Con le loro speranze e i loro progetti. Come quelli di Vlad, 18 anni compiuti. \u201cMia madre \u00e8 partita per Torino quando avevo 7 anni\u201d, racconta in un bell\u2019italiano con cadenza piemontese. \u201cI miei avevano divorziato e sono rimasto con la mia madrina di battesimo. Non mi ci trovavo e un giorno sono scappato a casa dei miei nonni. Un\u2019estate mia madre \u00e8 tornata per le vacanze e mi ha detto: a settembre vieni con me in Italia. Avevo 13 anni. Mi ricordo le prime due settimane e Torino: lei lavorava tutto il giorno e io passavo ore a guardare alla tv cartoni animati di cui non capivo una sola parola\u201d. Poi le scuole medie e il diploma da cuoco. \u201cIo e la mia classe abbiamo fatto da mangiare al Torino film festival. Una faticaccia, ma ho imparato a fare le crespelle per tremila persone\u201d. Da qualche settimana Vlad \u00e8 tornato in Moldavia, a Hincesti. \u201cA giugno dar\u00f2 la maturit\u00e0 e poi mi iscriver\u00f2 all\u2019universit\u00e0: economia e commercio. Voglio fare qualche cosa per questo Paese. E ho un progetto: mio nonno ha della terra, alberi di prugne. Ma quando le vende prende pochi centesimi al chilo. A Torino mi sono fatto spiegare come funziona il credito bancario e sto studiando di comprare un essiccatore per la frutta. Sul mercato le prugne secche valgono 20 volte quelle fresche. \u00c8 un impegno e devo fare bene i conti, ma so che posso farcela\u201d. Il futuro della Moldavia, e non solo, dipende anche da lui.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Italia le donne moldave sono quasi 200mila: qui curano anziani e bambini. 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