“Spesso, all’inizio di una vocazione, non si sa bene quello che concretamente si deve fare. La vita stessa andrà configurando queste vie, per le quali Dio chiama l’uomo”. Le riflessioni della biblista Rita Torti Mazzi intorno figura di Maria, la madre di Gesù: terza tappa.


Nel quinto fascicolo della rivista Lemà sabactàni? sono pubblicate e disponibili gli studi e gli approfondimenti presentati in occasione della V Giornata di Studio e Confronto per una Spiritualità dell’Adozione, un evento promosso dalle Associazioni Ai.Bi. Amici dei Bambini e La Pietra Scartata, intenzionalmente dedicato alla figura di Maria, con particolare attenzione alle sue relazioni con Dio, con suo figlio Gesù, il Figlio di Dio, nonché con la nascente storia della prima comunità cristiana.

Con “Maria nel mistero dell’abbandono” vengono ripresi, commentati e contemplati alcuni dei tratti peculiari di Maria, del suo essere scelta da Dio, della sua disponibilità a divenire Mamma di Gesù, Madre di Dio, del suo prendersi cura del Salvatore e della salvezza.

I contributi raccolti nel fascicolo accostano alcuni eventi della vita di Maria per raccogliere alcune sue specifiche esperienze in grado di illuminare e far comprendere anche l’esperienza dell’accoglienza familiare e la sua squisita qualità cristiana; la rivista, infatti, ha destinato diversi fascicoli alla raccolta di riflessioni, attenzioni, studi e approfondimenti dedicati ad alcuni dei protagonisti della Storia della Salvezza in virtù della loro vicenda, del ruolo e delle relazioni che li hanno visti in stretta ed intima relazione con Dio, capaci di offrire un ulteriore sguardo all’esperienza dell’abbandono e dell’adozione vissuta secondo il senso cristiano dell’accoglienza.

Delle diverse e preziose prospettive che felicemente consentono di porre lo sguardo sulla maternità singolare di Maria e sulle maternità adottive, attraversando l’annuncio e la vocazione, l’alleanza e la fiducia, prima di giungere alla salvezza possibile e accessibile per tutti, in questa occasione riproponiamo il contributo curato dalla biblista Rita Torti Mazzi: Un grido che sale, la pienezza del tempo. Scelte e chiamate di Dio.

Lo studio, che riproponiamo in 10 distinte tappe, di cui oggi pubblichiamo la terza (QUI la prima tappa, QUI la seconda), esplora alcune delle dinamiche della dialettica chiamata/ascolto – vocazione/risposta nelle vicende di alcuni dei protagonisti del rapporto tra Dio ed Israele, rintracciando alcuni aspetti del decidersi di Dio, del suo rivelarsi nella storia non senza coinvolgere l’uomo: una chiamata che si fa annuncio, un appello che suscita una libera disponibilità.

Concentrando l’attenzione sull’esperienza di Maria – la sua chiamata, l’annunciazione – lo studio si propone di affrontare, tra diversi quesiti, un particolare interrogativo: qual è stata l’essenza di Maria, il suo rapporto con Dio, affinché ella abbia potuto sostenere e vivere fino in fondo e in modo giusto ciò che le veniva elargito e ciò che si esigeva da lei?

Terza tappa
(QUI la prima tappa
QUI la seconda tappa)

Le difficoltà del chiamato

Mosè sente la voce di Dio, che ripete per due volte il suo nome, e risponde: “Eccomi!” (Es 3,4), come Abramo in Gen 22,1, come Samuele (1Sam 3,4-10), come Isaia (Is 6,8), come Maria (Lc 1,38).

Qualche volta, invece, non si riesce neppure a capire Dio, a udire la sua parola (1Sam 3,4-8); o non si vuole rispondere, come Giona che fugge lontano (Gn 1,3). Ma, quando Dio gli si presenta («Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe»), Mosè si vela subito il viso, perché ha paura di guardare verso di Lui (Es 3,6). Lo ascolta, ma, quando il Signore gli affida la missione per cui lo sta chiamando, gli oppone subito una serie di obiezioni, dovute alla sua precedente esperienza.

Sono diverse le difficoltà che incontra chi viene chiamato, quando è interpellato dalla Parola di Dio, a cui, secondo il profeta Amos non è possibile resistere (Am 3,8). C’è chi si sente indegno di stare alla presenza di Colui che chiama, come Isaia (Is 6,8), come Pietro (Lc 5,8). C’è chi ha paura di perdere quello che ha (Lc 14,25; Mt 19,22) e chi, invece, come Mosè, prova un senso d’incapacità rispetto alla missione che gli viene affidata (Es 3,11-4,17). La stessa cosa accade, per esempio, a Gedeone, al quale il Signore promette subito il suo aiuto («Io sarò con te», Gdc 6,15-16) o a Geremia (Ger 1,6), per il quale la situazione si risolve in un primo momento con la consapevolezza dell’appoggio di Dio, del suo amore, sperimentato nella fede (Ger 1,6s). Ma tutto questo non salva dalla crisi quando il ministero comincia a pesare (Ger 15,10-18): Dio non libera dal dramma il suo inviato (Ger 20,7-17); semplicemente, rinnova la chiamata (Ger 15,19).

«Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?» – dice Mosè a Dio. Perché i fratelli, che prima non avevano compreso, ora dovrebbero capire? E perché il Faraone dovrebbe dargli ascolto? (Es 3,11). «Io sarò con te» promette Dio (Es 3,12): la salvezza di Israele non è più un’iniziativa di Mosè, ma di Dio, che sta per mantenere le promesse fatte ad Abramo.

Non si sa quando, non si sa come, ma Dio mantiene sempre le sue promesse. Dio non dimentica, è presente, vede, conosce, interviene. Ma Mosè continua a discutere: il popolo d’Israele non conosce neppure più il nome di quel Dio che un giorno si era rivelato ad Abramo.

Cosa dovrà rispondere Mosè agli Israeliti, se gli chiederanno il Nome di Dio? (Es 3,13). Come potrà dimostrare che il Signore gli è apparso veramente? Non gli crederanno! (Es 4,1-9). E Dio, paziente, rivela il suo Nome (Es 3,14), offre dei segni (Es 4,2-9), ma Mosè non appare convinto e tenta di rifiutare l’incarico una volta per tutte, affermando di non essere un buon parlatore (Es 4,10). E, infine, quando il Signore gli risponde che Lui stesso gli avrebbe insegnato cosa dire (Es 4,12), sembra rifiutare definitivamente: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!» (Es 4,13). Allora – si legge in Es 4,14 – «la collera del Signore si accese contro Mosè». Con la promessa dell’aiuto di Aronne, cade anche l’ultima obiezione e Mosè accetta di partire per la missione che Dio gli ha affidato. Ma, come Giacobbe allo Iabbok (Gen 32,23-32) deve ancora superare un’ultima prova: la lotta notturna con Dio (Es 4,24-26), una lotta da cui si esce temprati, più forti, consapevoli della propria debolezza, ma allo stesso tempo radicati in Dio. Mosè diventa così il servitore del popolo.

Come lo servì? Mosè stesso farà fatica a comprendere in che cosa consista veramente la sua missione. Spesso, all’inizio di una vocazione, non si sa bene quello che concretamente si deve fare. La vita stessa andrà configurando queste vie, per le quali Dio chiama l’uomo.

 

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