Abbandonare può dunque essere un gesto d’amore? È uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono? Pur nell’estremità dell’atto, abbandonare un bambino può significare anche donargli o assicurargli la vita?

I contributi raccolti nel fascicolo n. 4 della rivista “Lemà sabactàni?” tentano di porsi all’ascolto di chi abbandona: esperienza tutt’altro che semplice, così come si rivela il tentativo di comprenderne le ragioni e le modalità, ora assurde, ora reticenti, criminali, ingenue, buone, ricorrenti o singolari, traumatiche o scontate, scandalose o …

Le ragioni e le motivazioni che suscitano, determinano e accompagnano l’abbandono di un figlio – per solitudine, per paura, per vendetta, per malattia, per povertà, per violenza … per amore –, mutano e variano in ragione del contesto socio-culturale, del periodo storico, dell’ethos, della comprensione che del fenomeno viene popolarmente condivisa o che viene semplicemente a prodursi.

Il tentativo difficile di guardare la scelta di chi ha abbandonato

È davvero difficile accostarsi alle persone, solitamente se non esclusivamente madri, hanno sperimentato ed attraversato l’esperienza dell’abbandono “dall’altra parte”: non dalla prospettiva di chi è stato abbandonato, ma da quella di coloro che hanno abbandonato.

Certo, le origini di un abbandono hanno quasi sempre un volto deformato o devastato (violenza, povertà, vendetta, ignoranza, incomprensione, paura, … ) e l’esposizione di un figlio è il più delle volte l’esito di una condizione estrema, peraltro vissuta spesso in solitudine.

Se talvolta l’abbandono maschera o palesa sfacciatamente un’intenzione infanticida, altre volte esprime un ultimo, intenso quanto disperato tentativo di assicurare la vita ad un’esistenza in pericolo, forse indesiderata, comunque accolta. Altre volte ancora, separarsi da un figlio incarna duramente il desiderio di assicurare un futuro migliore di quello che si presenta ormai ineluttabilmente prossimo, segnato da indigenza, soprusi, precarietà, …

È un gesto, spesso titubante o confuso, con cui alcune madri si separano dai propri figli destinandoli a percorsi incerti. Una scelta di separazione che spezza in due il cuore: talvolta una delle due parti accompagnerà sempre il figlio lasciato, nell’attesa di poterlo incontrare di nuovo o nella speranza che un altro cuore sappia affiancarsi per battere in sintonia, senza sostituirlo, condividendo lo stesso desiderio per un figlio sereno, felice, cresciuto, compiuto, capace di futuro, di speranza … capace di amare, di reinvestire nella vita quell’affetto, quella dedizione propria di una madre e di un padre, vissuta sino alla prova dell’abbandono.

Nel contesto contemporaneo, perlomeno occidentale, pare essere ormai attestato il tentativo di rimuovere la questione, senza peraltro riuscirci, considerando anticipabili molte delle condizioni che nella storia hanno poi determinato un abbandono: anziché rimuovere le reali cause, il dramma dell’aborto viene talvolta proposto e vissuto quale forma alternativa, più serena, di un sicuro abbandono temuto come più doloroso, con una sorta di giustificazione “preventiva”, quasi fosse segno di emancipazione.

Il numero della rivista non si cimenta nell’esercizio di raccontare e documentare tutti i diversi e possibili volti dell’abbandono e neppure intende liquidare la questione con una semplice recensione critica del fenomeno. Senza suggerirne o incentivarne la prassi, accetta piuttosto una sfida connessa da un lato all’inossidabile permanenza del fenomeno dell’abbandono nella storia e, dall’altro, al persistere di un’esperienza capace di dire, anche nei luoghi più sconcertanti delle vicende umane, che non tutto quanto viene riconosciuto come abbandono abbia necessariamente un’origine estranea ai tragitti umani, con un volto atroce e un destino o scopo solo disumano.

Delle testimonianze e degli studi raccolti, qui volentieri riproponiamo il contributo sul tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) – Dio Padre abbandona? –, il quale pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio lo scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva – sottolinea Cozzi – si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.

Questo il programma in cui si articola la pubblicazione on line, in undici tappe, del contributo di Alberto Cozzi:

  1. Dio Padre abbandona?
  2. Il Dio crocifisso.
  3. la croce: un mistero di abbandono.
  4. La croce: non solo tenebra, ma luce intensissima e abbagliante
  5. Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione di giudizio.
  6. Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione rivelatrice.
  7. Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione trinitaria.
  8. Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione redentrice.
  9. C’è un «dono» nell’abbandono?
  10. L’abbandono può contenere un dono?
  11. Lasciarsi donare …

(Per una completa ed organica lettura del contributo di Alberto Cozzi, ridimensionato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 4 della rivista QUI).

Abbandonare può dunque essere un gesto d’amore? È uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono? Pur nell’estremità dell’atto, abbandonare un bambino può significare anche donargli o assicurargli la vita?

Non sappiamo se i contributi proposti nel fascicolo siano in grado di offrire la possibilità di accostare diversamente l’abbandono, compreso quale esperienza in grado di esprimere e raccogliere un dono; siamo convinti che qualunque sia la natura e l’origine del suo abbandono, ogni figlio conservi inossidabile la propria essenza e la propria dignità: un dono è ancora possibile…  Occorre saperne rintracciare la disponibilità e le modalità per una sua autentica e rinnovata accoglienza; sono proprio le famiglie adottive – figli e genitori – a testimoniare e ricordare come sia possibile rinvenire un dono in un abbandono.

Gianmario Fogliazza (Centro Studi La Pietra Scartata)

 

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