La croce è un mistero che solo il Figlio conosce fino in fondo, perché solo Lui sa cosa voglia dire essere abbandonato dal Padre. Solo Dio può andare fino alla fine dell’abbandono di Dio

Sul numero 4 della rivista “Lemà sabactàni?”, il teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano), ha dedicato un lungo contributo a una riflessione sul tema dell’abbandono, provando a porsi in ascolto di chi abbandona e indagando se possa essere considerato uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono.
Cossi pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio cercare di scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.
Qui, proponiamo il contributo di Alberto Cozzi suddividendolo in 11 tappe, introdotte da una riflessione di Gianmario Fogliazza che si può leggere QUI.

Il percorso è diviso in undici tappe. Questa è la terza.
(Per la seconda, QUI)


Tappa 3
La croce: mistero di abbandono

Abbiamo già osservato come il dato del Padre che “ha abbandonato” il Figlio sulla croce venga letto con diversa sensibilità dalla teologia luterana, cattolica e ortodossa. Abbiamo incontrato il pensiero del luterano J. Moltmann (cf seconda tappa). In ambito cattolico merita di essere segnalata la proposta di H.U. von Balthasar.
Anche per H.U. von Balthasar la croce resta un mistero di abbandono che non può essere velocemente risolto in un lieto fine (secondo una qualche forma di calcolo di guadagno-perdita): «D’altra parte il vicolo cieco (aporia) che si profila nello iato della morte del Dio-Uomo, non può essere in nessun caso semplificato e ridotto in una “analogia” intellettualmente comprensibile e della quale riusciamo a essere padroni, tra il prima e il dopo, tra il Gesù mortale e il Cristo risorto, tra la terra e il cielo. Lo “scandalo della croce non può essere eliminato” (Gal 5,11), “la croce di Cristo non può essere svuotata” (1Cor 1,17)» (cf H.U. von Balthasar, Mysterium Paschale, in Mysterium Salutis VI, Brescia 1971, pp. 206-207).
La croce non può rientrare in una legge universale e astratta più vasta, come se fosse un caso particolare di un processo generale. Si tratta di qualcosa che ha a che fare col singolare, il concreto della storia di Gesù, ma a un tempo rimanda al mistero trascendente di Dio. Si noti però che il rimando al mistero non significa fuga verso il lato oscuro del divino, al contrario: siamo di fronte a una lacuna della conoscenza che è messa di fronte alla luce abbagliante dell’amore incomprensibile di Dio, che si nasconde a favore della sua creatura: «Nell’auto-manifestazione di Dio (che avviene in un profondo nascondimento) si affermano definitivamente dono, amore e, insieme, sacrificio di sé; ogni via negativa… è messa al servizio di una realtà positiva, anzi, la negativa inafferrabilità del dono sta soltanto a dire il tanto maggiore soggiogamento dell’uomo da parte di questa realtà inafferrabile che Dio vuole essere con me, per me e in me.
Ora, questo è, in termini teologici, la “luminosa tenebra” della gloria divina. Il vivente Dio dell’amore glorifica se stesso facendo kenoticamente fluire il suo profondissimo amore per la creatura nello svuotamento di sé, anzi, propriamente, nel totalmente altro da sé: negli abissi della colpevole tenebra priva di Dio e dell’abbandono da parte di Dio» (cf. H.U. von Balthasar, Gloria. Un’estetica teologica II: Stili ecclesiastici, Milano 1978, pp. 1-2).
Ciò che si sta descrivendo, però, non è un “processo della vita divina” più o meno anonimo, ma è il funzionamento della relazione del Padre con il Figlio. Nell’abbandono di Gesù sulla croce c’è in gioco l’agire del Padre che consegna il Figlio in un movimento d’amore kenotico, svuotato di sé a favore dell’altro.
«Il Figlio pende, nel più perfetto abbandono da parte degli uomini come di Dio, tra cielo e terra, e l’oscurità della colpa del mondo che Egli porta su di sé vela e impedisce ogni visuale verso un senso e un risultato del suo dolore, giacché il peccato è, rispetto all’amore di Dio invano donato, senza senso e senza ragione… Egli è l’assolutamente abbandonato» (cf H.U. von Balthasar, Teodrammatica IV: L’azione, Milano 1982, pp. 331-332).

Siamo rimandati a una sorta di “causalità trinitaria”, in cui il “non-senso sovrabbondante dell’amore” supera e include il “non-senso mancante” del peccato. L’abisso incomprensibile dell’amore di Dio si nasconde nell’abisso dell’odio assurdo e lo abbraccia, sostenendo l’uomo che in esso cade. Così l’amore del Padre assume la forma dell’abbandono del Figlio alla più aspra solitudine, proprio mentre il Figlio invoca la paternità del suo Dio: «Soltanto il Figlio sa esaurientemente cosa voglia dire essere abbandonato dal Padre, perché soltanto Egli sa chi è il Padre e cosa significhino la prossimità e l’amore del Padre» (cf. H.U. von Balthasar, Il cristiano e l’angoscia, Roma 1957, p. 59).
Per questo si può a ragione affermare che «soltanto Dio può andare fino alla fine dell’abbandono di Dio» (cf. H.U. von Balthasar, Gloria. Un’estetica teologica VII: Nuovo Patto, Milano 1977, p. 193).

Tappa 3 di 11. Segue…

 

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