Nell’abbandono del Figlio, l’agire di Dio sembra vicino alla rassegnata scelta di tante mamme in condizioni disperate che, nell’impossibilità di dare un futuro ai figli in un contesto sociale ostile, difficile e indifferente, scelgono l’abbandono

Sul numero 4 della rivista “Lemà sabactàni?”, il teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano), ha dedicato un lungo contributo a una riflessione sul tema dell’abbandono, provando a porsi in ascolto di chi abbandona e indagando se possa essere considerato uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono.
Cozzi pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio cercare di scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.
Qui, proponiamo il contributo di Alberto Cozzi suddividendolo in 11 tappe, introdotte da una riflessione di Gianmario Fogliazza che si può leggere QUI.

Il percorso è diviso in undici tappe. Questa è la quinta
(Per la quarta, QUI)

Quinta tappa

Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione di giudizio

Se è opportuno che la croce quale luogo di abbandono sia osservata alla luce di un mistero più grande – che non è tenebra, ma luce intensissima e abbagliante – occorre superare l’accecamento del primo sguardo scrutando in dettaglio le ulteriori dimensioni di questo abbandono. L’esperienza dura del Dio Padre che abbandona Gesù sulla croce è un avvenimento scandaloso, pietra di inciampo, che nella sua opacità non svela ancora tutta la profondità del mistero. Potrebbe anzi bloccare in reazioni superficiali, che non permettono di coglierne la potenza rivelatrice e sanante. Cerchiamo perciò di guardare con più calma il dato, alla luce di alcune intuizioni che emergono dalla tradizione teologica.

Dio abbandona il figlio di fronte al dramma del mondo: una consegna sconsolata di fronte alla volontà dell’uomo di fare a meno di Dio (la dimensione di giudizio inscritta nell’abbandono).

L’intuizione è da sempre presente nella coscienza di fede. Il teologo medievale San Tommaso sosteneva che l’abbandono del Cristo al potere degli avversari significa un venire meno della protezione del Padre. È una sorta di consegna nelle “mani dei peccatori” (Summa Theologiae III, q. 47, a. 3; q. 50, a. 2).

In questa consegna si manifesta pienamente, sul corpo di chi ne patisce le conseguenze, la forza del male, della rivalità, della cattiveria. Si tratta di un modo per smascherare la forza del male e la sua pericolosità: anche se non ce ne accorgiamo il male/peccato interrompe legami, relazioni, esperienze di comunione di cui viviamo e di cui abbiamo bisogno. Quanto “faccia male” il male, che agisce spesso in noi senza che ce ne rendiamo conto, è possibile vederlo solo se si guarda il corpo sfigurato di chi ne patisce le conseguenze.

Il male si nasconde dietro le apparenze di un bene o di una cosa da nulla, che possiamo o dobbiamo sopportare e tollerare. Eppure, la sua forza rende schiavi, crea legacci da cui non ci si libera facilmente. Nell’abbandono del Padre si apre una lacerazione in cui è rivelata tutta la forza del male che ha reso schiavo il cuore dell’uomo.

Detto altrimenti: nell’abbandono si manifesta nella sua drammaticità il male del mondo, proprio quando viene smascherata la durezza di questo male, il suo “no” radicale che “costringe Dio alla resa”. In questa prospettiva l’agire di Dio sembra vicino alla rassegnata scelta di tante mamme in condizioni disperate che, nell’impossibilità di dare cibo e futuro ai figli in un contesto sociale ostile, difficile e indifferente, scelgono l’abbandono.

Abbandona chi si sente anzitutto abbandonato: è interessante notare come l’abbandono sia “contagioso” e si diffonda in logiche di deresponsabilizzazione, indifferenza, colpevolizzazione della disperazione altrui … che favoriscono pratiche di abbandono in una logica di estraneità. Gesù grida l’ingiustizia inscritta in simili pratiche, mentre denuncia l’azione di un male che separa e crea ferite non tollerabili.

 

 

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