Il Padre lascia cadere il Figlio sotto le conseguenze del male e del peccato, in una logica di solidarietà (la dimensione rivelatrice dell’abbandono)

Sul numero 4 della rivista “Lemà sabactàni?”, il teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano), ha dedicato un lungo contributo a una riflessione sul tema dell’abbandono, provando a porsi in ascolto di chi abbandona e indagando se possa essere considerato uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono.
Cozzi pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio cercare di scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.
Qui, proponiamo il contributo di Alberto Cozzi suddividendolo in 11 tappe, introdotte da una riflessione di Gianmario Fogliazza che si può leggere QUI.

Il percorso è diviso in undici tappe. Questa è la sesta
(Per la quinta, QUI)

Sesta tappa
Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione rivelatrice

Sempre dalla tradizione ci viene l’intuizione che nell’abbandono il Figlio vive una solidarietà con gli abbandonati, le vittime delle conseguenze del peccato, che gli permette di farsi portavoce di questa porzione consistente dell’umanità. Gesù ha gridato le parole dell’abbandono «in persona dei peccatori che sono a volte abbandonati a causa dei loro peccati» (San Tommaso). In altre parole: Gesù dà voce al grido di coloro che, complici o meno del male, ne portano le conseguenze, ne sperimentano la forza.

Il grido di Gesù funziona qui come interruzione di un vile silenzio, opposizione a una logica di oblio che nasconde il male e la sua forza. La croce che svela il nesso tra male e abbandono funziona come “memoria pericolosa” che disturba ogni forma di “falsa pace delle coscienze”. In tal senso la riflessione sull’abbandono e le sue forme rimane uno stimolo efficace contro ogni tentazione di “amnesia culturale” o distrazione nei confronti delle sofferenze umane. Rimane stimolante in questo senso la lezione di J.B. Metz (Sul concetto della nuova teologia politica 1967-1997, Brescia 1998), che riprende le sue intuizioni sulla memoria pericolosa della Passione di Cristo a favore degli oppressi della storia, inserendole nell’attuale contesto di “amnesia culturale” del dolore e delle ingiustizie.

Al male non ci si rassegna: nessun figlio abbandonato può dire in cuor suo che gli conviene tacere perché, se non ha avuto l’affetto di un padre e di una madre, forse ne ha lui per primo una qualche colpa. Il coraggio del Figlio di gridare l’abbandono di Dio attira l’attenzione sul dramma della sofferenza e del male e offre una consapevolezza nuova. C’è un appello, una chiamata e una provocazione irrinunciabile.

 

Tags: ,