Settima tappa: Ecco la domanda tremenda: “Ma c’è un dono nell’abbandono?”, un donare che l’abbandonato può recuperare nel suo “lasciarsi donare”, attualizzando così, nelle braccia di chi lo accoglie, la positività di una consegna che crea relazioni e legami nuovi, nei quali si supera la ferita dell’abbandono?

Il Padre consegna il Figlio nella logica del suo amore che si svuota di sé (la dimensione trinitaria dell’abbandono).

Sul numero 4 della rivista “Lemà sabactàni?”, il teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano), ha dedicato un lungo contributo a una riflessione sul tema dell’abbandono, provando a porsi in ascolto di chi abbandona e indagando se possa essere considerato uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono.
Cozzi pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio cercare di scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.
Qui, proponiamo il contributo di Alberto Cozzi suddividendolo in 11 tappe, introdotte da una riflessione di Gianmario Fogliazza che si può leggere QUI.

Il percorso è diviso in undici tappe. Questa è la settima
(Per la sesta, QUI)

Settima Tappa
Il senso e le dimensioni dell’abbandono: la dimensione trinitaria

Ma l’abbandono del Padre va letto nella prospettiva dell’intimità del Figlio, non da una prospettiva esterna alla loro relazione. Bisogna tenere in vista la notazione di Cirillo di Alessandria: «Il Figlio non può fare nulla che non faccia il Padre suo… D’altronde il Padre mostra egli stesso al Figlio ciò che fa, non presentandogli le sue azioni descritte su tavole, non insegnandogli ciò che non conosce… ma ritraendosi egli stesso tutto intero nella natura del Figlio generato e mostrando in Lui tutto ciò che gli è proprio e naturale, di modo che il Figlio conosca, da quel che Egli stesso è, tutto ciò che è il Padre suo» (In Johannis Evangelium, 2, in Patrologia Greca vol. 73, colonne 361-362).

Dunque nel Figlio abbandonato si può vedere rappresentata l’azione del Padre, nel suo significato più profondo: l’abbandono di Dio rimanda come sua radice allo stile di Dio che come Padre si dona in una “auto-consegna” che realizza una logica di “svuotamento di sé”, di “offerta che si ritrae per fare spazio all’altro” ovvero apre all’altro lo spazio in cui vivere e crescere[1]. È questa la tesi interessante espressa da H.U. von Balthasar in diverse delle sue opere (soprattutto in Mysterium Paschale o nella Teodrammatica), che riprende peraltro intuizioni mistiche di A. von Speyr (è opportuno ricordare come per il teologo svizzero non sia possibile far quadrare i conti di questo abbandono a meno che il credente non sia coinvolto, mediante un’esperienza di grazia, nella logica “smisurata” e incomprensibile dell’amore stesso di Dio).

Dio è Padre nel “dono di sé” totale e senza riserve, “in pura perdita”. È la “kenosi originaria”. Il Figlio abbandonato sperimenta nella sua durezza questo svuotamento di sé del Dio che consegna, abbandona, proprio per rendere partecipe il Figlio del suo amore che si svuota di sé nel dono totale.

«Il “mysterium iniquitatis” viene allora penetrato e vinto in tutta la sua profondità dal “mysterium Trinitatis” dischiusosi sulla croce, dove Gesù, l’inviato del Padre nello Spirito, svela, nella totale infermità e auto-dedizione, l’immagine intradivina, trinitaria di un Dio totalmente auto-donantesi» (cf A. Pelli, L’abbandono di Gesù e il mistero del Dio uno e trino, Roma 1995, p. 105). «Solo perciò – scrive von Balthasar – il Figlio può realmente rivelare il Padre e solo allora lo Spirito, che scaturisce da entrambi, può essere la rivelazione della loro amorosa comunione. La verità nella sua sorgente è auto-dedizione e in tal modo rivelazione delle profondità del Padre. La verità è l’umiltà del Figlio che assicura tutto lo spazio e l’espressione all’altezza dell’amore del Padre. La verità è lo Spirito che testifica e insieme sigilla questo divino rapporto e lo trasmette al mondo» (cf H.U. von Balthasar, Teodrammatica IV: L’azione, Milano 1986, p. 417).

Nell’abbandono/consegna del Padre si rivela nella sua profondità la qualità sacrificale dell’amore di Dio. Nella separazione dell’abbandono, il dono totale e “nella spogliazione di sé” di Padre e Figlio raggiunge la sua perfezione e la consegna al mondo che si realizza raggiunge il suo frutto salvifico. Il segreto sta nel “lasciarsi totalmente donare del Figlio” a favore del mondo e nell’affidamento totale al Padre.

Nell’abbandono di Cristo «si dischiude dunque all’intelligenza della fede la realtà di Dio Padre. Di quel Padre che, nel suo eccesso d’amore per gli uomini, dona loro ciò che ha di più caro: il Figlio del suo amore (Col 1,13). “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Se tale ineffabile dono risplende nell’atto dell’incarnazione per la sua totale gratuità, nell’evento della croce assume il volto dell’amore assoluto. In quell’ora suprema, infatti, in cui il Padre acconsente a che il Figlio percorra tutto lo spazio dell’abbandono per compiere il suo disegno, è Lui stesso a vivere nella maniera più alta il dono di sé, ad esperire misteriosamente, in quanto Padre, nel Figlio e col Figlio, l’abbandono, rivelandosi in ciò pienamente… amore» (cf A. Pelli, L’abbandono di Gesù e il mistero del Dio uno e trino, Roma 1995, p. 145).

È a questo livello che sorge la domanda tremenda: “Ma c’è un dono nell’abbandono?”, un donare che l’abbandonato può recuperare nel suo “lasciarsi donare”, attualizzando così, nelle braccia di chi lo accoglie, la positività di una consegna che crea relazioni e legami nuovi, nei quali si supera la ferita dell’abbandono?

 

 

 

[1] È questa la tesi interessante espressa da H.U. von Balthasar in diverse delle sue opere (soprattutto in Mysterium Paschale o nella Teodrammatica), che riprende peraltro intuizioni mistiche di A. von Speyr. Si ricordi come per il teologo svizzero non è possibile far quadrare i conti di questo abbandono a meno che il credente non sia coinvolto, mediante un’esperienza di grazia, nella logica «smisurata» e incomprensibile dell’amore stesso di Dio.

 

 

 

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