Come provare a ridare forma e responsabilità alla figura paterna? La proposta di Don Fabio Rosini: un padre che accoglie, custodisce, nutre e lascia andare

Come noto, dall’8 dicembre 2020 all’8 dicembre 2021, Papa Francesco ha indetto un anno speciale di San Giuseppe, per celebrare i 150 anni dalla proclamazione del Santo a Patrono della Chiesa Cattolica. È stato un anno in cui, oltre a poter ricevere l’Indulgenza plenaria recitando “qualsivoglia orazione legittimamente approvata o atto di pietà in onore di San Giuseppe”, è stato possibile dedicare a questa figura che ha fatto “della sua vita un’oblazione di sé nell’amore posto a servizio del Messia”, molte importanti riflessioni.
E anche ora che l’anno speciale di San Giuseppe è finito, lo spunto per approfondire la sua figura e la sua spiritualità rimane vivo e sentito. Qui riportiamo, allora, una riflessione di Paolo Pellini, genitore affidatario e membro della Comunità La Pietra Scartata, che commenta uno scritto di Don Fabio Rosini dedicato alla figura del padre.


La necessaria figura del padre che accoglie, custodisce, nutre e lascia andare

“La tesi centrale del testo, scritto da Don Fabio Rosini, sacerdote romano sessantenne, direttore del Servizio Vocazioni della Diocesi di Roma, è che la nostra epoca è caratterizzata, perlomeno in Occidente, dalla latitanza della figura paterna all’interno delle famiglie. Don Fabio afferma che da almeno 200 anni la figura del padre è sotto attacco, quindi il problema non è facilmente risolvibile. È però fondamentale iniziare a ricostruire questa figura, soprattutto perché i figli ne hanno un grandissimo bisogno. Noi cristiani possiamo fare molto in questo senso.
Oggi molti giovani (e meno giovani) sprecano il dono della vita perché non hanno a fianco dei padri che facciano capire loro quanto sono preziosi, che li confortino, li incoraggino, gli mostrino la via della pace e dell’impegno operoso. Soprattutto padri che dicano loro che non bisogna avere paura di vivere. Che gli infondano coraggio, fiducia. Che gli dicano che “non devono temere di vivere la propria vita, perché chi li ha chiamati alla vita è Dio che vuole loro un oceano di bene” (pag. 37) e che non sbaglia mai quando chiama alla vita qualcuno. Che dicano loro che dobbiamo mantenerci aperti ad accogliere nei nostri cuori il dono dello Spirito Santo, che ci guida interiormente verso una vita bella e ricca di significato.

Rosini in trent’anni di lavoro coi giovani, ha continuamente dovuto ripetere, urlare loro queste cose, perché purtroppo i loro padri non le dicono.
Il prete romano ripete loro “non temere, caro ragazzo, cara ragazza, di diventare un uomo di Dio, una donna di Dio. Di essere padre o madre. O sposo, prete, amico, fratello, sorella, missionaria, o mille altre cose belle. Non temere di curare le persone, crescere i giovani, accudire gli anziani, consolare gli afflitti, accogliere i miserabili e allevare tutti i messia che ci sono in giro, quelli che quando fai le cose a loro, le avrai fatte a Gesù” (pag. 38). Queste sono le opere di Dio, queste sono le opere che Dio vuole che i giovani compiano.

Come quindi provare a ridare forma e responsabilità alla figura paterna?

Ci viene in aiuto la grandissima figura di San Giuseppe, padre esemplare del nostro salvatore, il quale ha saputo accogliere, custodire e nutrire Gesù.
Giuseppe, osserva Don Fabio, può essere veramente di grande ispirazione ai padri di oggi e ai figli, padri di domani, se solo ci fermiamo e prendiamo del tempo per considerare quello che lui ha fatto nella sua vita.
Cosa fa Giuseppe? Prima di tutto Giuseppe accoglie Gesù dandogli il nome. Sostanzialmente si fida di Dio, il quale tramite i sogni, gli fa capire che quel bimbo, che Maria aspetta, è stato concepito miracolosamente e va quindi accolto, protetto, guidato. Oggi purtroppo in Italia e nel mondo abbiamo un disperato bisogno di capacità di accogliere la vita fin dal suo principio. Solo nel 2020, anno pandemico, ci sono stati nel mondo 43 milioni di aborti. Come umanità, perdiamo tragicamente ogni anno quasi la popolazione della Spagna! Tanti uomini, potenziali padri, collaborano purtroppo negativamente con tante donne nel dire no alla vita. Erode era un dilettante, come dice don Fabio. Se è essenziale che un padre ti dica chi sei dandoti il nome, “è letteralmente vitale un padre che ti salvi dalla strage” (pag. 77).

Giuseppe poi custodisce. Mette in pratica le parole del salmo 128: “Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti di ulivo intorno alla tua mensa”. Scrive Rosini: “le vie del Signore sono fatte di queste cose: vivere della fatica delle proprie mani ed essere felici perché si possiede ogni bene” (pag. 85).
Custodire vuol dire proteggere dai pericoli per il corpo e per l’anima. Un buon padre li sa prevedere e li tiene lontani dai propri figli. Giuseppe protegge Gesù dalla minaccia mortale di Erode. E proprio in questo modo, ci dice don Fabio, diventa padre fino in fondo. Ma attenzione anche ai pericoli per l’anima! C’è un avversario, un nemico invisibile che vuole insinuarsi nel cuore delle persone per spingerle all’infelicità e alla disperazione. “Le lancia verso obbiettivi pindarici, così poi ha modo di schiantarli nell’impressione di fallire. Un po’ soffia sulla superbia, convincendoli che sono autosufficienti, e poi li fa sbattere contro la loro miseria, e li porta alla disperazione, accusandoli”. Per carità di Dio! Proteggiamo i nostri giovani del meccanismo diabolico del nemico. In tanti ci sono caduti perché non avevano un padre vicino che li aiutava, smascherando la menzogna!

Giuseppe, oltre a proteggere, nutre Gesù bambino, con le sue sollecitudini, con il suo lavoro, con il suo amore e il suo rispetto per Maria. In generale, è fondamentale che la mamma non parli mai male del papà davanti ai figli e che il papà non tratti mai con freddezza o in modo brusco la mamma. Don Fabio non usa mezzi termini. Chi fa queste cose, scrive, è criminale, perché così rovina il cuore dei figli. È come calpestare una tenera piantina appena piantata.
Ma il vero grande successo di Giuseppe, secondo il presbitero romano avviene coll’adolescenza di Gesù, descritta nel vangelo di Luca nel celebre episodio in cui Gesù dodicenne viene perso a Gerusalemme e, ritrovato dai genitori, pronuncia le prime parole di tutti e quattro i vangeli. Qui c’è una consapevolezza di Gesù che è libera di sbocciare perché è stata seminata, con la consegna del nome, e poi protetta e alimentata da Giuseppe. Gesù si avvia così alla vita adulta.

E infine cosa fa Giuseppe? Sparisce. Dopo aver raggiunto il più grande successo di un padre, che è quello di portare il proprio figlio all’autonomia, man mano che Gesù cresce, diminuisce, si tira in disparte, secondo la stessa dinamica utilizzata più avanti da Giovanni Battista con Gesù. “Lui deve crescere e io diminuire”.
Giuseppe è chiamato dalla Tradizione della Chiesa “castissimo”. La sua castità sta proprio in questo. Nel non impossessarsi di Gesù, ma nel lasciarlo andare accompagnandolo. Ogni padre è chiamato, dopo aver accolto, custodito e nutrito il proprio figlio, a lasciarlo andare, pregando per lui e seguendolo da lontano, senza interferire. Questa castità è il contrario del possesso paralizzante, che purtroppo molti figli provano sulla loro pelle. La castità è un amore che libera.
Giuseppe è quel padre che questa generazione aspetta e che dobbiamo riscoprire e ridiventare. Ringraziamo don Fabio per avercelo indicato attraverso le preziose riflessioni che ha saputo regalarci e mettiamoci al lavoro.

 

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