Il termine padre “putativo”, riferito a Giuseppe, è ormai desueto e sta uscendo lentamente dell’uso corrente nella Chiesa. In realtà Giuseppe è un vero e proprio “padre adottivo”

Il Santo Padre ha voluto dedicare il 2021 alla figura di San Giuseppe. Papa Francesco ci ha invitato ad aprirci con maggiore forza e fiducia allo sposo di Maria e padre di Gesù e a dedicarci alla meditazione della sua figura.

Nel 2020 Francesco ha dedicato a Giuseppe una lettera apostolica, Patris Corde, in occasione del centocinquantesimo anno dalla proclamazione di Giuseppe patrono della Chiesa mondiale. L’anno giuseppino è terminato invece l’8 dicembre 2021, con la solennità dell’Immacolata Concezione, ad indicare il profondo legame tra Giuseppe e Maria, la madre del Redentore.

San Giuseppe: due documenti per meditare sulla sua figura

Oggi, proponiamo di meditare insieme sulla figura di Giuseppe accostandoci agli ultimi due documenti del magistero papale a lui dedicati:

l’esortazione apostolica Redemptoris Custos di San Giovanni Paolo II del 1989 e la lettera apostolica Patris Corde di Francesco del 2020.

San Giovanni Paolo, all’inizio del suo documento (RC 1), ci ricorda che cento anni prima, un altro Papa, Leone XIII, aveva dedicato un’enciclica a Giuseppe, intitolata Quamquam Pluries (traduzione del titolo in italiano: “Benchè molte volte”). Questa enciclica viene citata spesso da San Giovanni Paolo II nella RC, anche ad indicare la continuità del magistero dei Papi e della Chiesa ed è stata pubblicata nel 1889, solo 19 anni dopo che Giuseppe è stato proclamato patrono della Chiesa, proclamazione avvenuta per opera di Pio IX in un anno particolarmente delicato per la Chiesa.

Il 1870, infatti, fu l’anno in cui la Chiesa perse il suo potere temporale a opera degli Italiani e in cui il Concilio Vaticano I dovette essere interrotto a causa della Presa di Roma da parte proprio dell’esercito italiano.

San Giovanni Paolo II, fin dall’esordio della sua esortazione (RC 1) mette in evidenza l’esemplarità di Giuseppe (“egli esemplarmente servì il Redentore”), la sua umiltà e la sua maturità (“nel modo di servire e di partecipare all’economia della salvezza”).

L’ “Annunciazione a Giuseppe”

Prosegue poi con un interessantissimo parallelo tra l’Annunciazione a Maria, contenuta nel Vangelo di Luca e quella che viene ugualmente definita da Wojtyla Annunciazione a Giuseppe che compare nel Vangelo di Matteo, cioè il primo dei quattro sogni di Giuseppe, quello in cui l’angelo gli dice di non aver paura di prendere con sé la sua sposa perché lei è incinta dello Spirito Santo. La risposta di Giuseppe è subitaneamente positiva come quella di Maria. Maria ha dovuto rispondere a parole perché ha ricevuto la visita dell’angelo da sveglia. Giuseppe, avendo ricevuto il comando angelico mentre dormiva, risponde coi fatti, appena sveglio. E questo succederà anche dopo gli altri tre sogni. Giuseppe, come Maria, si dimostra sempre pronto a compiere quella che capisce essere la volontà del Signore.

 Il nostro caro Papa polacco, poi, cita l’enciclica su Maria, da lui pubblicata due anni prima (1987), Redemptoris Mater. In essa, aveva evidenziato come Maria, nel suo speciale rapporto col Cristo, era “andata innanzi a tutti coloro che mediante la fede seguono Cristo” (RM 4). Questo ci fa capire che Maria non solo è un modello per tutti, ma anche un’infallibile guida. Noi dobbiamo semplicemente mettere i nostri piedi nelle impronte lasciate dai suoi piedi per essere sicuri di essere da lei portati a Gesù. E la fede di Maria si incontra fin dall’inizio con la fede di Giuseppe. La fede di Giuseppe lo portò a fare quello che fece e questo “lo unì in modo del tutto speciale alla fede di Maria”. “Lui così divenne un singolare depositario del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, come lo divenne Maria, in quel tempo decisivo che da Paolo è chiamato la pienezza del tempo (RC 5).

Maria e Giuseppe diventano così modelli per gli sposi cristiani.

È proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena libertà il dono sponsale di sé nell’accogliere ed esprimere l’amore del Padre per l’umanità, rivelato dal dono del Verbo” (RC 7).

Non solo, la famiglia composta da Giuseppe, Maria e Gesù diventa il modello per tutte le famiglie cristiane. E qui Wojtyla cita la sua esortazione apostolica Familiaris Consortio, scritta nel 1981, solo tre anni dopo essere diventato Papa, tutta incentrata sul tema della famiglia. In essa è scritto: “È nella santa Famiglia che tutte le famiglie cristiane devono rispecchiarsi. In essa, infatti, per un misterioso disegno del Padre, il Figlio di Dio è vissuto nascosto per lunghi anni. Essa, dunque, è il prototipo e l’esempio di tutte le famiglie cristiane” (FC 85). “La famiglia cristiana riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore. Questo amore è riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore del Padre per l’umanità e dell’amore del Figlio per la Chiesa sua sposa” (FC 17).

Ecco che il grande Papa che ha portato la Chiesa nel terzo millennio cristiano, e che è stato un vero colosso della Chiesa, dopo poche pagine del suo documento giuseppino, ha già citato due pietre miliari del suo magistero: il documento sulla famiglia cristiana e quello su Maria. È evidente che le tre tematiche (la famiglia, Maria e Giuseppe) non vanno disgiunte ma viaggiano di pari passo. Ripensiamo agli anni di pubblicazione dei tre documenti relativi alle suddette tematiche: 1981, 1987, 1989. Siamo negli anni Ottanta, mentre Milano e l’Italia vivono gli anni di tangentopoli e del socialismo rampante, il Papa venuto dall’Est Europa, dallo stato comunista polacco, insegnava a noi italiani e a tutto il mondo che lo voleva ascoltare l’ABC della famiglia e delle figure dei genitori di Gesù!

Giuseppe: “Ha fatto totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro, alla sua famiglia”

Giuseppe, dunque, ci ricorda San Giovanni Paolo II, “ha fatto totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro, alla sua famiglia”. Gesù, da parte sua, nelle parole dell’enciclica di Leone XIII, riportate da Wojtyla nel suo documento, “era sottomesso a Giuseppe, gli obbediva e gli prestava quell’onore e quella riverenza che i figli devono al loro padre” (QP pag. 178). Che termini ottocenteschi! “Onore” e “riverenza”. Mentre l’onore è rimasto nel nostro linguaggio (“onora il padre e la madre!”), la riverenza ne è proprio uscita, ma descrive bene quel profondo rispetto, misto a devozione, che da Gesù in poi, per dono di Dio, ha ispirato l’atteggiamento di tanti figli nei confronti dei padri e ha generato una nuova cultura della famiglia nell’umanità.

Ma quali erano i sentimenti di Giuseppe verso il suo divino figliolo?

Pio XII, in pieno dopoguerra, nel 1958, in un radiomessaggio agli studenti delle scuole cattoliche americane, citato nella Redemptoris Custos, affermò che “Giuseppe ebbe verso Gesù tutto quell’amore naturale, tutta quell’affettuosa sollecitudine che il cuore di un padre possa conoscere” (RC 8).

Nel numero successivo, il Papa di Wadowice fa una considerazione bellissima sul censimento di Cesare Augusto, citando il padre della Chiesa Origene. Il censimento di Augusto fu il primo censimento effettuato nell’intera storia dell’umanità. Si sottolinea come sia un grande mistero che in questo dovesse essere censito anche Cristo. Grazie al sacrificio di Giuseppe che ha permesso che la santa Famiglia arrivasse a Betlemme, Gesù, iscritto insieme a tutti gli uomini della terra nel censimento, poté “iscrivere” tutti gli uomini della terra nel libro dei viventi affinché quanti avessero creduto in lui fossero poi “iscritti” nel cielo coi Santi.

Nei numeri di RC dall’10 al 16 il Papa si dedica a descrivere i momenti salienti dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù, come farà 31 anni dopo anche Papa Francesco nella sua lettera apostolica Patris Corde. La nascita a Betlemme, la circoncisione, l’imposizione del nome, la presentazione di Gesù a Gerusalemme, la fuga in Egitto, la permanenza di Gesù al tempio, l’educazione di Gesù. Giuseppe ha cresciuto Gesù secondo i dettami della religione ebraica, a cui apparteneva. Lo ha protetto dalle insidie della politica malata del suo tempo (il folle Erode) e ha nutrito, vestito e istruito Gesù con il frutto del sudore della sua fronte, grazie al suo lavoro di falegname. Lui ha così nutrito Colui che sarebbe diventato il Nutrimento di ottanta generazioni di uomini cristiani dopo di lui fino ad oggi e di chissà quante ancora a venire. Anche Gesù lavorava con Giuseppe e questo ha conferito al lavoro umano una dignità inaudita e un valore incommensurabile, oltre a “santificare i doveri della famiglia” (RC 16) nell’obbedienza.

Nel corso delle generazioni, c’è stata una crescita nell’attenzione e nella consapevolezza nella lettura della testimonianza di Giuseppe da parte della Chiesa. La Chiesa ha estratto nei secoli dalla figura di Giuseppe “cose nuove e cose antiche”, secondo l’immagine tratta dalle parole di Gesù e contenuta del Vangelo di Matteo al capitolo 13.

Ad esempio, il Papa chiarisce una serie di passaggi, messi a fuoco nel tempo dalla Chiesa, che è bene ricordare.

 Sottolinea che il matrimonio ebraico ai tempi di Giuseppe prevedeva due passaggi. Prima c’era il matrimonio legale. Maria, dapprima, secondo questa usanza è diventata sposa ufficialmente di Giuseppe ma è rimasta a vivere coi suoi genitori. Solo dopo un certo periodo la sposo introduceva la sposa nella propria casa. Ed è stato proprio in quel lasso di tempo nel matrimonio di Giuseppe e Maria, che si sono giocati i destini dell’umanità.

Maria, spiega San Giovanni Paolo II, era sposata legalmente a Giuseppe. Però, conservava nell’intimo del suo cuore il desiderio di fare dono totale di sé a Dio, ma non capiva come, essendo appunto sposata a Giuseppe. Maria poi concepisce Gesù per opera della terza persona divina, lo Spirito Santo, come le era stato annunciato dall’angelo inviato da Dio. Giuseppe nonostante la gravidanza di Maria, la introduce nella sua casa, perché capisce come stanno le cose, fidandosi di quanto comunicatogli dall’angelo nel primo sogno rivelatore.

Maria, in questo modo riesce a fare dono totale di sé a Dio, come desiderava, portando avanti la sua gravidanza e partorendo il Signore. Giuseppe rispetta l’esclusiva appartenenza di Maria a Dio, rispettandone la verginità sia prima che dopo il parto. Allo stesso tempo si fa carico di proteggere la donna e il bambino. Così Maria e Giuseppe diventano compagni inseparabili per tutta la vita. Giuseppe partecipa in questo modo dell’immensa grandezza di Maria voluta da Dio.

Pur non avendo generato nella carne è padre a tutti gli effetti.

Genera Gesù nel suo cuore di padre, “possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna della famiglia” (RC 21). In questo, anche se Wojtyla non lo sottolinea esplicitamente, è evidente la somiglianza di Giuseppe coi padri adottivi.

I punti 22, 23 e 24 di RC approfondiscono il tema del lavoro di Giuseppe e Gesù.

Si tratta di una bellissima teologia del lavoro che riprende il contenuto dell’enciclica Laborem Exercens, scritta da Wojtyla nel 1981, nello stesso anno della Familiaris Consortio. È interessante notare che il Papa polacco, proprio all’inizio del suo pontificato (anni 1978-1981) ci tenga a esprimere la parola di Pietro su due temi come famiglia e lavoro che stanno alla base della vita cristiana. In particolare, del lavoro era stata fraintesa la portata teologica e antropologica da quei regimi comunisti che si erano affermati presso una buona fetta dell’umanità e che minacciavano in quegli anni anche l’Occidente, il Sud America, l’Africa.

Il lavoro, ci indica Giuseppe, è espressione dell’Amore. L’Amore con la “A maiuscola”, quello che è effuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo. In quanto tale, può essere un tramite per avvicinarci a Dio. Può essere un tramite per partecipare ai piani salvifici di Dio nei riguardi dell’uomo e del mondo. Può essere un tramite per approfondire l’amicizia con Cristo.

I numeri dal 25 al 27 compresi (capitolo V di RC) precisano che nell’animo del carpentiere di Nazaret vigeva il primato della vita interiore. Tutto ciò che fece nella sua vita è stato avvolto dal silenzio, in un clima di profonda contemplazione. “Questo spiega”, scrive il Papa, “perché Santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo in senso contemplativo, si fece promotrice del culto giuseppino nella cristianità occidentale”. Del resto, Giuseppe viveva a stretto contatto col Cristo nella vita quotidiana. Da Gesù si irradiava una santità in grado di santificare coloro che lo circondavano, e, in particolare, il suo padre terreno. E qui Wojtyla cita il suo predecessore Pio XII, che nella sua enciclica Haurietis Aquas (traduzione del titolo in italiano. “Attingerete acqua”) del 1956, dedicata alla devozione al Sacro Cuore di Gesù, scriveva: “Se questo amore attraverso l’umanità di Cristo si fosse irradiato su tutti gli uomini, ne sarebbero stati certamente beneficiari in primo luogo coloro che la volontà divina aveva collocato nella sua più stretta intimità: Maria sua madre e il padre putativo Giuseppe” (HA cap. 3). Questo termine “putativo”, riferito a Giuseppe, termine che significa “considerato tale per tradizione, convenzione, supposizione” compare in RC solo due volte, ma sempre in citazioni di documenti anteriori. Mai Wojtyla utilizza direttamente questo termine e, allo stesso modo, così farà Francesco nel 2020. Questo ci fa capire che è un termine ormai desueto che sta uscendo lentamente dell’uso corrente nella Chiesa. Si tratta di un termine oggi poco comprensibile e che quindi è bene non sia più utilizzato. Pensiamo sia assai preferibile l’uso dei termini “padre terreno”, per distinzione dal Padre celeste di Gesù, o di “padre adottivo”.

Quindi Giuseppe uomo spirituale.

In lui, apprendiamo, “l’apparente tensione tra vita attiva e vita contemplativa trova un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità” (RC 27). “Giuseppe ha sperimentato sia l’amore della verità, cioè il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall’umanità di Cristo, sia l’esigenza dell’amore altrettanto puro del servizio, richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di quella stessa umanità di Cristo” (RC 27).

L’ultimo capitolo, il sesto, è dedicato dal Papa a Giuseppe patrono della Chiesa mondiale.

Giuseppe è la persona a cui la Chiesa può rivolgersi con fiducia in cerca di protezione nelle difficoltà, visto che è stato proprio lui a proteggere Gesù nei suoi primi anni di vita e a salvarlo dalla furia omicida di Erode.

Inoltre, San Giovanni Paolo II sottolinea il fatto che la figura di Giuseppe ha fatto da cerniera tra antica e nuova alleanza, tra antico e nuovo testamento. Giuseppe, infatti portava in sé tutto il patrimonio dell’antica alleanza tra Dio e il popolo di Israele, essendo discendente diretto del Re Davide. E nello stesso tempo è stato introdotto come protagonista nell’inizio della nuova ed eterna alleanza tra Gesù Cristo e l’umanità tutta, che sarà sancita colla morte e risurrezione del Figlio.

L’esortazione si conclude con due preghiere papali, nella prima Wojtyla chiede a Giuseppe di guidarci, la seconda è una preghiera di intercessione: “Che lui (Giuseppe) ci indichi le vie di questa alleanza salvifica (quella tra Gesù e l’umanità) sulla soglia del prossimo millennio (il terzo, quello che stiamo vivendo)” e “che lui ottenga alla Chiesa, al mondo, a tutti gli uomini, la benedizione della Santa Trinità” (RC 32).

Si tratta, nel complesso, di un documento molto ricco, denso di spunti di riflessione. Noi ne abbiamo commentati alcuni, ma invitiamo chi ci segue a leggerlo con molta calma e a scoprirne tutta la bellezza.

 

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