Non si tratta tanto di interpretare Giuseppe come «padre adottivo» di Gesù. È interessante verificare cosa significhi l’adozione se viene letta alla luce del ruolo di Giuseppe nell’accogliere la nascita di Gesù da Maria

I contributi raccolti nel fascicolo n. 6 della rivista “Lemà sabactàni?” sono dedicati a Giuseppe con l’intento di avvicinare lo sposo di Maria e padre di Gesù, riprendendone e contemplandone i tratti peculiari, rintracciando in lui il profilo universale dell’esperienza della paternità anche adottiva. Sono state quindi esplorate le dinamiche della sua relazione sponsale e paterna istituita con Maria e Gesù lasciando emergere e affrontando alcuni quesiti: Giuseppe può essere idoneamente indicato come “padre adottivo” di Gesù o la figura del “padre putativo” esaurisce e sospende ogni plausibile ulteriore comprensione? L’esperienza dell’adozione e le sue specifiche caratteristiche appartengono alle dinamiche del rivelarsi di Dio in Gesù o ricercare e riconoscere nella Storia della Salvezza tale prospettiva conclude per essere esercizio inutile, arbitrario e fuorviante?

Tra i diversi studi raccolti, qui volentieri riproponiamo il contributo sul tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) –La missione di Giuseppe. Se incarnazione e adozione si incontrano – il quale non intende semplicemente accostare e interpretare Giuseppe come “padre adottivo” di Gesù, ma verificare il significato dell’adozione alla luce del ruolo di Giuseppe nell’accogliere la nascita di Gesù da Maria.

La pubblicazione del contributo di Alberto Cozzi, si articola in 6 tappe. Questa è la prima. (Per leggere l’articolo introduttivo QUI)

 Prima tappa

 La missione di Giuseppe: se incarnazione e adozione si incontrano

Non si tratta tanto di interpretare Giuseppe come «padre adottivo» di Gesù. È interessante verificare cosa significhi l’adozione se viene letta alla luce del ruolo di Giuseppe nell’accogliere la nascita di Gesù da Maria.

In forma sintetica potremmo dire che la sfida è quella di accogliere e riconoscere una presenza sorprendente e inattesa, che non è frutto del proprio seme e della propria fatica, tra le «proprie cose» e quindi all’interno della propria storia. Dio fa irruzione nella vita come qualcosa di inatteso, come un dono gratuito, che però vuole essere inserito nella storia di noi uomini, nelle nostre speranze e attese come qualcosa che ci appartiene ed entra a pieno titolo a far parte «delle cose di casa nostra», ossia delle cose in cui riconosciamo la nostra identità.

Svolgiamo questa semplice intuizione mettendo in luce tre aspetti: la missione di «dare il nome», offrendo uno sfondo alla venuta sorprendente di Dio che permette di riconoscerla; il ritmo del compimento delle promesse tra novità e continuità e la «dilatazione dell’esperienza nel sogno»; il compito di «adottare Gesù» ovvero la sfida ad inserire la novità del vangelo nei legami familiari.

Da questi tre aspetti possiamo ricavare una suggestiva lettura dell’equivoco riguardo a Gesù in cui cadono i suoi compaesani di Nazareth, figura di quella cattiva familiarità col Figlio di Dio che pensa di sapere già a priori quale sia la sua identità e il suo dono.

Giuseppe, che ha inserito nella continuità di una storia e nei legami familiari la novità sorprendente del «Dio con noi», al punto che Gesù è definito «figlio del carpentiere», rimane come un testimone muto della differenza di Gesù, che va accolto per la sua capacità di dischiudere nuovi orizzonti, che trasformano la storia, rifondano i legami familiari al di là della logica della parentela di carne e così ci introducono in un mondo nuovo.

Interpretare Giuseppe alla luce della sua «missione» piuttosto che in base a criteri di perfezione/virtù

Si tratta di passare da una considerazione giuridica/moralista/spiritualistica (Giuseppe uomo giusto, sposo casto, obbediente, virtuoso, mansueto) a una visione storico-salvifica (per un primo approccio al tema, sensibile all’alternativa segnalata si veda la voce di T. Stramare, Giuseppe, in Nuovo Dizionario di Mariologia, Cinisello B. 1985, pp. 633-655).

La differenza tra un approccio agiografico e uno storico-salvifico è mostrata in maniera convincente proprio nell’interpretazione della difficile allusione all’«essere giusto» di Giuseppe. Si tratta di una giustizia umana, virtuosa, legalista o connessa alla missione storico-salvifica? La differenza non è da poco: la figura reale di Giuseppe non acquista corpo all’interno di un intreccio di relazioni immaginario, frutto di nostre proiezioni su di lui (padre di famiglia ideale, vedovo rispettoso che dà «copertura» allo strano concepimento di Maria), quanto piuttosto dalla logica della narrazione biblica e dalla condensazione dei simboli/tipi che ne costituiscono la figura. In questo intreccio Giuseppe compare come il discendente di Davide, che va in Egitto come Giacobbe/Giuseppe, guidato dai sogni come il Giuseppe del libro della Genesi, per realizzare un progetto di salvezza e sopravvivenza per il popolo di Israele. Su questo sfondo Giuseppe è l’antica alleanza in compendio, che si appresta ad accogliere e custodire la presenza speciale di Dio, a cui è connesso il compimento della salvezza:

Con l’incarnazione le «promesse» e le «figure» dell’Antico Testamento divengono «realtà»; luoghi, persone, avvenimenti e riti si intrecciano secondo precisi ordini divini, trasmessi mediante il ministero angelico e recepiti da creature particolarmente sensibili alla voce di Dio. Maria è l’umile serva del Signore, preparata dall’eternità al compito di essere la madre di Dio; Giuseppe è colui che Dio ha scelto per essere l’«ordinatore della nascita del Signore» (Origene, Omelia XIII in Luca), colui che ha l’incarico di provvedere all’inserimento «ordinato» del Figlio di Dio nel mondo, nel rispetto delle disposizioni divine e delle leggi umane. Tutta la vita cosiddetta «privata» o «nascosta» di Gesù è affidata alla sua custodia (cfr. l’esortazione apostolica su san Giuseppe di san Giovanni Paolo II, Redemptoris Custos, n. 8).

L’azione di Dio che viene a visitare il suo popolo non «cade dal cielo» come un meteorite improvviso e inatteso, ma si inscrive in una lunga vicenda, stagliandosi sullo sfondo di questo intreccio, che riprende e compie tutta la storia dell’alleanza:

L’uomo giusto, che portava in sé tutto il patrimonio dell’antica alleanza, è stato anche introdotto nell’«inizio» della nuova ed eterna alleanza in Gesù Cristo. Che egli ci indichi le vie di questa alleanza salvifica sulla soglia del prossimo millennio, nel quale deve perdurare e ulteriormente svilupparsi la «pienezza del tempo» che è propria del mistero ineffabile dell’incarnazione del Verbo (Redemptoris custos, n. 31).

Si potrebbe quasi dire che in questa prospettiva Giuseppe da un lato «fa da sfondo» per la comprensione del dono di Gesù in Maria come la vicenda dell’alleanza fa da sfondo a ciò che sta accadendo nella vicenda di Cristo, quale orizzonte di pre-comprensione adeguata per cogliere ciò che lì si realizza. In più, però, Giuseppe offre l’indicazione della misura della «giusta risposta» che accoglie ciò che è donato, ossia la nuova presenza di Dio in Gesù.

Per cogliere meglio questa dinamica, consideriamo due aspetti in tensione: l’assenza di una figura come quella di Giuseppe negli oracoli messianici; l’importanza della sua missione come colui che «dando il nome» (chiamando Gesù nel modo giusto) permette di cogliere la continuità storica dell’azione del Dio fedele nella discontinuità dei tempi e delle situazioni (congiunge Gesù con la discendenza, ormai decaduta, di Davide).

Fine prima tappa

 

Tags: ,