Giuseppe entra nel legame nuovo con Dio adottando il Bambino e sua madre: l’Altro che irrompe dall’esterno chiede di essere adottato come parte della propria vita, vuole essere riconosciuto e accolto nei legami familiari, pur non provenendo da quei legami

I contributi raccolti nel fascicolo n. 6 della rivista “Lemà sabactàni?” sono dedicati a Giuseppe con l’intento di avvicinare lo sposo di Maria e padre di Gesù, riprendendone e contemplandone i tratti peculiari, rintracciando in lui il profilo universale dell’esperienza della paternità anche adottiva. Sono state quindi esplorate le dinamiche della sua relazione sponsale e paterna istituita con Maria e Gesù lasciando emergere e affrontando alcuni quesiti: Giuseppe può essere idoneamente indicato come “padre adottivo” di Gesù o la figura del “padre putativo” esaurisce e sospende ogni plausibile ulteriore comprensione? L’esperienza dell’adozione e le sue specifiche caratteristiche appartengono alle dinamiche del rivelarsi di Dio in Gesù o ricercare e riconoscere nella Storia della Salvezza tale prospettiva conclude per essere esercizio inutile, arbitrario e fuorviante?

Tra i diversi studi raccolti, qui volentieri riproponiamo il contributo sul tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) –La missione di Giuseppe. Se incarnazione e adozione si incontrano – il quale non intende semplicemente accostare e interpretare Giuseppe come “padre adottivo” di Gesù, ma verificare il significato dell’adozione alla luce del ruolo di Giuseppe nell’accogliere la nascita di Gesù da Maria.

La pubblicazione del contributo di Alberto Cozzi, si articola in 6 tappe. Questa è la terza. (Per leggere la seconda, QUI)


Terza tappa
La missione di Giuseppe nel ritmo paradossale del compimento dell’alleanza

Di fatto, la missione di Giuseppe di dare il nome al bambino garantisce la continuità della chiamata di Dio nella discontinuità dei tempi:

Fin dalle prime parole Giuseppe è qualificato come figlio di Davide, appellativo essenziale secondo il programma narrativo stabilito all’inizio. Il programma davidico, spezzato dalla rottura genealogica di Mt 1,16, è ristabilito dalla missione affidata a Giuseppe: benché non sia generante (1,16) e la generazione sia di origine divina (dallo Spirito Santo: 1,18.20), sarà lui a svolgere il ruolo di padre. Egli «prenderà in casa Maria», sua sposa (1,20.24) e prenderà il bambino come figlio adottivo (2,13.14.20.21). Farà atto di padre imponendogli il nome Gesù, un nome ricco di senso, perché significa Salvatore (1,21). Il nome aveva allora un’importanza essenziale, cumulante l’essere, il significato e la potenza. Dio affida qui a Giuseppe un ruolo decisivo. Matteo risolve così un problema sconosciuto alla tradizione ebraica, che non si aspettava una concezione verginale, e ne trova la giustificazione nella profezia di Is 7,14 (cfr. R. Laurentin, I Vangeli dell’Infanzia, Cinisello B. 1985, p. 359).

Giuseppe è invitato a entrare con un ruolo preciso nel legame nuovo che Dio stabilisce con Maria attraverso quel concepimento. Tale ruolo è proprio quello di «adottare» il bambino e sua madre. Tale adozione comporta il compito di dare il nome al bambino: si tratta del riconoscimento del neonato, che lo inserisce nella dinastia davidica, permettendo di dare un senso all’azione inattesa di Dio all’interno dell’attesa messianica. In questo modo l’intervento di Dio si inscrive nel tempo di un’attesa secolare (in una certa continuità), permettendo ai credenti di riconoscere e accogliere il dono sorprendente. L’uomo giusto è chiamato, in Giuseppe, a inserire l’azione di Dio, che pur spiazza i progetti umani, in una speranza che precede e prepara.

La risurrezione di Israele non è affidata tutta alla fecondità della carne e del sangue. La più meravigliosa parte della risurrezione JHWH dice di volerla trarre dalla sterilità, dall’abbandono, dalla vedovanza, come acqua dalla rupe e giglio dal deserto. «Udrai (o Sion) i figli di cui eri priva dire agli orecchi tuoi: il luogo è stretto per me, fammi largo perché io possa abitare. E dirai dentro di te: chi mi ha fatto madre di costoro? Io sterile e fuor di figlioli, raminga e schiava: e questi chi li ha cresciuti? Io ero rimasta sola e questi dove erano?» (cfr. M. G. Dore, Giuseppe di Nazareth, Brescia 1990, p. 47).

Giuseppe è incaricato di stabilire una parentela con Maria e il bambino non a partire da legami umani naturali, ma in base alla parola. Come per Maria, anche per lui è vero che la fede nella Parola/promessa stabilisce la parentela tra noi e Dio.

Di fatto è solo in una diversa condizione della coscienza, ossia nel sogno, che Giuseppe «riceve» un’interpretazione alternativa del suo rapporto con Maria e il bambino: dal progetto si passa alla missione, dal programma umano al compito affidato all’azione imprevedibile di Dio. Giuseppe rivive l’esperienza del patriarca Giuseppe, che riceve nei sogni il presentimento di un bene e di un dono di Dio, che non riesce ancora a comprendere e decifrare. Nell’attesa e nell’obbedienza più che nei progetti immediati e a breve scadenza si riceve un dono di Dio che dischiude nuovi orizzonti. È quanto Gesù preciserà di fronte ai suoi discepoli riguardo ai legami di parentela: «Chi sono mia madre e i miei fratelli?». Il Dio-con-noi ci consegna gli uni agli altri in legami nuovi, in una nuova parentela, irriducibile alla logica della carne e del sangue.
La proposta dell’angelo è quella di accogliere come propri il bambino e sua madre, di riconoscerli come cosa propria: l’Altro che irrompe dall’esterno chiede di essere adottato come parte della propria vita, vuole essere riconosciuto e accolto nei legami familiari, pur non provenendo da quei legami: in essi, ma al di là di essi.

 

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