Affido Familiare. Dove l’amore gratuito capovolge la logica del “merito”

La riflessione di una coppia affidataria alla luce della logica del Vangelo cristiano: accogliere gli ultimi significa dare loro una possibilità di diventare “primi” per qualcuno

L’Affido Familiare è una realtà che, più di tante altre, è fatta “di” persone, più che “da” persone: sono le persone che vengono accolte e sono le persone che accolgono. Le prime sono bambine e bambini le cui famiglie attraversano un momento di difficoltà; le seconde sono i single, le coppie e le famiglie che li accolgono nella loro casa e nella loro quotidianità.
Ecco, allora, che per raccontare l’affido non c’è nulla di meglio che lasciare la parola ai racconti di chi l’ha vissuto e continua a viverlo da protagonista. Come Laura e Fabio

Accogliere significa donarsi e ricevere un dono

“Dodici anni fa, insieme ai nostri figli, abbiamo iniziato il percorso per diventare una famiglia affidataria. Da allora abbiamo accolto sei minori.
Durante il percorso è emerso subito che accogliere significava donarsi con tutto sé stessi ad altri sconosciuti. Ma, affido dopo affido, quello che abbiamo davvero compreso è che, per quanto importante fosse il nostro contributo, il vero dono veniva fatto a noi.

Il vangelo parla di noi

C’è una famosa parabola, in particolare, che racconta dei lavoratori che sono scelti dal padrone per lavorare nella vigne in tempi diversi durante la giornata. Alla fine, però, vengono tutti pagati allo stesso modo. Rileggendola, abbiamo capito che parla esattamente di noi e dei bambini che sono “transitati” dalla nostra casa. La piazza dove il padrone esce per cercare la manodopera per la sua vigna potrebbe essere rappresentata dai servizi sociali e dai tribunali, dove ci sono bambini e ragazzi che aspettano che qualcuno li chiami per inserirli in una famiglia. Tra questi, ci sono quelli che vi rimangono più a lungo di altri. Se chiedessimo loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”, probabilmente ci risponderebbero che nessuno ha potuto o voluto occuparsi di loro.

Noi ti accogliamo anche se nessuno ti ha voluto prima

Quando un “figlio” viene accolto in affido, porta con sé il proprio vissuto e le fatiche di chi è rimasto in “piazza” fino alle cinque del pomeriggio, mentre gli altri bambini crescevano in contesti sereni insieme ai loro genitori. L’affido per noi è paragonabile proprio all’uscire di casa alle “cinque del pomeriggio” e vedere chi ha bisogno di essere accolto. Tutto il resto si vedrà durante il cammino.
In questo modo, noi diventiamo per loro quella vigna di cui si parla nella parabola: ci sentiamo, insomma, un po’ la risposta a quel “nessuno ci ha voluti”.

Amare gratuitamente

Anche il fatto che il padrone ripaghi tutti gli operai allo stesso modo richiama qualcosa che succede nell’affido familiare, dove chi accoglie un minore non lo fa seguendo criteri di merito. Si sa che quel bambino o quella bambina ha bisogno di ricevere amore, stabilità e cura, indipendentemente dalla sua storia e dal tempo che trascorrerà con te, e questo è tutto quello che conta! Perché l’amore per un figlio, che sia generato o accolto, deve essere gratuito!

Accogliere seguendo la logica di Dio

Certo ci sono giorni in cui la fatica si fa sentire, in cui viene da chiedersi se tutto l’impegno viene “compensato” dai risultati. Ma Dio non ragiona secondo questa logica: il padrone dà a tutti un denaro, che non è il premio per la produttività, ma è ciò che serve per dare da mangiare ai figli a casa.
I bambini che accogliamo in affido non sempre arrivano da noi “all’alba”: hanno una storia, portano con loro ferite, abitudini diverse e, spesso, con noi fanno solo un pezzetto di strada. Ma il loro bisogno di essere amati, accuditi e protetti è identico a quello di qualsiasi altro bambino nato nella famiglia più stabile del mondo.

Dare la possibilità di essere “primi” per qualcuno

Al termine della parabola il padrone enuncia la frase: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? O tu sei invidioso perché io sono buono?”. Ci colpisce molto questa frase perché ci ricorda una caratteristica fondamentale dell’affido, ovvero che il bambino che abbiamo accolto non ci appartiene. Noi che crediamo sappiamo che i nostri figli non sono davvero “nostri”, ma sono del Padre; noi li stiamo solo accompagnando lungo la loro esistenza terrena. Accettare la bontà del Padre significa anche accettare di lasciarli andare quando il loro cammino deve prendere direzioni diverse.
La parabola si chiude con il padrone che dice: “Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi”. I bimbi che accogliamo fanno parte degli “ultimi” nella scala sociale e accoglierli permette di dar loro le stesse opportunità, lo stesso amore e lo stesso valore di chi ha avuto la fortuna di nascere in contesti migliori. Ogni affido ha una sua logica, sue dinamiche, suoi obiettivi, ma tutti offrono la possibilità agli ultimi di poter essere “primi” per qualcuno.