Un romanzo mette a confronto due modi diversi di essere genitori e porta al centro dell’attenzione il significato dell’accoglienza, dell’affido e delle relazioni che lasciano un segno nel tempo
Che cosa rende una relazione davvero “famiglia”? È la domanda che attraversa I gesti che restano, il romanzo di Tiziano Ostigoni pubblicato da Davide Falletta Editore. Un libro, nato dall’incontro tra esperienza personale e finzione, che racconta trent’anni di relazioni familiari, attese, fragilità e cambiamenti.
L’autore parte anche dal proprio vissuto: ha sposato una donna di origine cinese, già madre di una figlia, e oggi è padre di un bambino di tre anni. Da questa esperienza prende forma una storia che mette al centro la genitorialità non come modello astratto, ma come relazione costruita nel tempo.
Due famiglie, due modi di accogliere
La vicenda si sviluppa in un palazzo di Bologna, dove si incrociano due famiglie. Paolo riversa sul figlio Simone aspettative e ambizioni, riproponendo un modello di successo ricevuto a sua volta dal padre. Giulia e Mario, invece, scelgono l’affido familiare e accolgono Luca, sette anni, facendo spazio non solo alla sua presenza ma anche alla sua storia, alle sue ferite e ai legami che porta con sé.
Attraverso la crescita dei ragazzi, il romanzo mostra come la genitorialità possa assumere forme molto diverse. Nel caso dell’affido, accogliere significa offrire stabilità e cura senza cancellare il passato del bambino e senza pretendere che la relazione segua un percorso già scritto.
L’affido familiare come relazione che lascia tracce
Ostigoni non costruisce un manuale sull’affido e non entra negli aspetti burocratici. Il suo sguardo resta sulle persone: sui silenzi, sulle paure, sulle aspettative e soprattutto sui gesti quotidiani che possono cambiare una relazione.
Per approfondire i temi toccati nel racconto, l’autore ha coinvolto due esperte, Stefania Lorenzini e Rosanna Poluzzi, che hanno firmato rispettivamente prefazione e postfazione.
Il titolo del libro richiama proprio ciò che resta dopo il passare del tempo: non formule perfette, ma attenzioni, parole e gesti di cura capaci di attraversare le generazioni.
Anche per questo l’affido familiare emerge come una delle espressioni più concrete dell’accoglienza: non sostituire una storia con un’altra, ma entrare nella vita di un bambino quando ha bisogno di adulti disponibili ad accompagnarlo.







