Coronavirus.Nei primi tre mesi dell’anno aumentata del 20% la violenza sulle donne nel mondo

“Nei mesi di lockdown tutte le situazioni che già presentavano delle fragilità, per il fatto di essere chiuse e compresse tra le mura domestiche si sono amplificate”

L’emergenza coronavirus, l’isolamento che ci ha portato a rimanere chiusi nelle nostre case, se da una parte ha influito positivamente sull’andamento della curva epidemiologica nella prima fase della pandemia, dall’altra ha acuito un dramma che si ripete inarrestabile ogni anno. Quello della violenza domestica. Vittime indifese nella maggioranza dei casi sono sempre le donne.

Uno studio dell’Unfpa, Agenzia delle Nazioni Unite, ha  segnalato come solo nei primi 3 mesi di lockdown, sia stato registrato un aumento del 20% dei casi di violenza sulle donne in tutti i 193 Stati membri delle Nazioni Unite.

Secondo un’indagine Istat, in Italia, tra marzo e giugno di quest’anno, il numero antiviolenza 1522, attivo 24 ore su 24,  ha registrato un incremento addirittura del 119,6% delle chiamate, rispetto allo stesso periodo del 2019. E la maggioranza dei casi di violenza si è svolto proprio tra le mura domestiche.

Ma non è tutto, nei primi dieci mesi dell’anno, secondo i dati del rapporto Eures, sono state uccise 91 donne. Una ogni tre giorni.

Un problema, quello della violenza di genere, che la pandemia non ha placato. Complice la convivenza forzata.

 “Nei mesi di lockdown tutte le situazioni che già presentavano delle fragilità, per il fatto di essere chiuse e compresse tra le mura domestiche si sono amplificate – spiega  in un’intervista Maria Galeazzi responsabile del servizio affido di Ai.Bi. Amici dei Bambini e tra le altre numerose attività, anche  responsabile del progetto degli alloggi di Brescia dedicati a mamma e bambino – Nel periodo del lockdown venendo meno tutte quelle situazioni di sentinelle sociali, come la scuola, che faceva da controllo e segnalazione, le attività sportive o parrocchiali etc… c’è stato un calo generale di attenzione sulle fragilità. Le situazioni di difficoltà sono arrivate in maniera esplosiva con una denuncia e non con una presa in carico da parte dei servizi sociali che cercano di fare un lavoro preventivo di accompagnamento, graduale”.

Un problema quello dei maltrattamenti in famiglia che si riflette troppo spesso sui figli spettatori indifesi della violenza.

 “Attraverso la nostra attività di accoglienza di minori e, in particolare, madri con bambino, tocchiamo con mano i temi della violenza assistita intra familiare e della violenza di genere. Viviamo quindi quotidianamente la forte connessione presente fra le due violenze – sottolinea Diego Moretti, pedagogista e direttore del Cefam, centro europeo di formazione accoglienza minori.

Il responsabile Cefam, nel suo intervento come relatore in un convegno dedicato al complesso legame tra violenza assistita e violenza di genere, ha evidenziato quali prospettive risolutive potrebbero essere messe in campo per affrontare il problema:

“I livelli da analizzare sono almeno tre: la prevenzione, l’accompagnamento e la cura. In ognuno di questi livelli, l’approccio deve essere multidisciplinare e deve tenere in considerazione il sistema di vita dove si inserisce la famiglia, ovvero le reti familiari e amicali, i contesti frequentati (lavoro, tempo libero, ecc.).

Prevenzione

Nel livello di prevenzione considero essenziali l’informazione, la formazione e l’educazione.

La prevenzione si fa nelle famiglie, sostenendo percorsi di scuola per i genitori dove poter condividere le tante difficoltà che magari stanno alla base dell’incapacità di costruire relazioni sane.

La prevenzione si fa nelle scuole, con azioni mirate di educazione al rispetto, alla gestione dei conflitti, ai valori della solidarietà.

La prevenzione si fa nella comunità locale, sensibilizzando al tema affinché si possa intervenire in maniera graduale a seconda dell’avvisaglia di un determinato sintomo.

La prevenzione la fa lo Stato, sostenendo tutto quanto detto sopra attraverso campagne di sensibilizzazione e finanziamenti mirati.

Accompagnamento

Il livello di accompagnamento viene svolto da professionisti in materia, qualora si ritenga che i rapporti di coppia non stiano andando bene. Certo, occorre essere consapevoli che si sta degenerando e avere l’umiltà di chiedere aiuto ad un esterno. Dal punto di vista pedagogico, il conflitto è fisiologico ma occorre essere in grado di gestirlo bene, affinché diventi fonte di crescita. Azioni concrete sono il sostegno alla genitorialità e alla coppia, e nei casi di separazione la mediazione familiare, uno degli istituti ancora oggi poco utilizzati.

Cura

Infine il livello di cura. Esso interviene laddove il fenomeno è esploso e richiede interventi di specialisti. Non voglio entrare in merito alle tante forme di intervento come possono essere le diverse modalità di terapia individuale, di terapia sulla diade genitore bambino, ecc. Quello che voglio sottolineare nel percorso di cura è che il minore vittima e l’adulto vittima hanno sicuramente la priorità e devono essere messe innanzitutto in protezione il prima possibile. Oltre a ciò guardo con interesse e con favore tutte quelle iniziative che si prendono carico anche degli autori di violenza. Oltre alle pene previste dalla legge, è bene predisporre percorsi di recupero su più livelli, partendo da un presupposto: molto spesso, chi è autore di violenza, è stato a sua volta vittima di violenza.

L’auspicio è arrivare a una riconciliazione fra vittime e autori di violenza, in un’ottica di giustizia riparativa. E’ una strada faticosa, lunga, che richiede il pentimento e la decisione di cambiamento, di conversione (scusate il termine di solito inteso in accezione religiosa ma rende bene l’idea! ) da parte dell’autore di violenza. Penso che solo in questo modo, un processo di cura possa arrivare ad una buona conclusione, soprattutto per le vittime”.