Faccio ciò che voglio, quindi sono libero !

Nella XXII Domenica del Tempo Ordinario la riflessione del teologo Don Chiodi prende spunto Prima Lettura Dal libro del Deuteronòmio Dt 4,1-2.6-8, Seconda Lettura Dalla lettera di san Giacomo apostolo Gc 1,17-18.21b-22.27 e Dal Vangelo secondo Marco Mc 7,1-8.14-15.21-23

La Parola di Dio, di questa domenica, ci mette davanti un aspetto dell’esperienza umana che nella nostra cultura noi accettiamo con grande difficoltà: è il tema della legge, della norma, del comandamento e, insieme a questo, il tema della tradizione.

In effetti, noi tendiamo oggi a dimenticare o occultare tutto ciò che ci parla di obbligo e di legge. Viviamo una specie di ‘ubriacatura’ della libertà, contro ogni costrizione in cui ci sia qualcun altro a dirci che cosa dobbiamo fare o che cosa dovremmo volere.


È un grande cambiamento avvenuto nel giro di cinquant’anni, nella cultura occidentale e anche in Italia.  Il criterio delle nostre scelte lo riserviamo gelosamente a noi stessi. Insieme alla nostra libertà personale, o dentro questa, noi oggi diamo un’importanza enorme ai nostri desideri, alle nostre voglie, alle nostre emozioni, ai nostri affetti. Queste due attenzioni, l’autonomia della nostra libertà e l’inclinazione del nostro sentire, sono molto importanti e anzi sono decisivi, ma, se sono da soli, ci lasciano ancor più smarriti e incerti. Pensate a come sono volubili, come cambiano i nostri sentimenti e le nostre emozioni! Pensate a come, spesso, sono in contraddizione tra loro!

Il rischio è di lasciarci prendere da ‘folate di vento’ che ci trasportano ora da una parte e ora dall’altra, senza una direzione.

Ci illudiamo di essere liberi, ma in realtà siamo trasportati e diretti dalle nostre emozioni, addirittura dalle nostre voglie o dai nostri impulsi, che diventano come i ‘dittatori’ della nostra vita. Altro che libertà!

Siamo dunque molto lontani, oggi, da quello di cui ci parla la prima lettura e poi anche la seconda. San Giacomo, nella seconda lettura, dice: «accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

Ci chiede, l’apostolo, di essere docili a quanto la Parola, piantata in noi come un seme, ci insegna. Ci chiede, l’apostolo, di lasciarci istruire, trasformare, senza essere schiavi delle nostre abitudini o delle nostre comodità.

E aggiunge: «siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi».

È forte questo: facilmente, quando ascoltiamo la Parola, ci illudiamo che questo basti. Ci riteniamo ‘apposto’, davanti a Dio, come se ne venisse a noi! Com’è facile coltivare questa illusione: un ascolto senza pratica, una Parola non impegnativa, una religione senza carità! Tutto al contrario, la prima lettura, dal Deuteronomio, trasuda da ogni parte, di una grande stima nei confronti della Legge,

L’inizio ricorda Giacomo: «ascolta…». All’inizio c’è l’ascolto, l’accoglienza, l’ospitalità alla Parola che ci viene donata. Qui la Parola è un insieme ‘meraviglioso’ di leggi e norme, insegnate da Dio.

Vedete come era diverso l’approccio: qui c’è da ascoltare tutta la Parola e questo coincide con una legge. Però, attenzione, per gli Ebrei la legge non era solo un precetto astratto. Era la legge del Signore e dunque era il comandamento che Dio aveva donato impegnandosi come liberatore del suo popolo.

La Legge era dentro la storia. Era il dono del Dio che li aveva liberati!

Poi, nella lettera di Giacomo, insieme all’ascolto, c’è la pratica. La pratica è l’ascolto. Senza pratica non c’è ascolto. Questo sarebbe una pia illusione.

È molto forte tutto questo!

Ma non è finita. L’obiettivo è un altro: la pratica della Legge non è fine a se stessa, non è per servilismo! «Perché viviate»: questo è il senso della Legge donata da Dio nella storia: è la vita, la vita buona, la vita piena, nella terra promessa dal Signore.

La legge introduce al compimento di questa promessa. Questo non la rende meno preziosa. Al contrario! Mosè, a nome di Dio, chiede con forza che a questo ‘corpo di leggi’ non sia tolto nulla e non sia aggiunto nulla.  Appunto, è proprio come un corpo, dove anche la più piccola parte o cellula è al servizio del bene del tutto.

Naturalmente, nel corpo, c’è qualche parte che è più importante e vitale: non possiamo vivere senza cuore o senza il cervello, mentre possiamo vivere senza una gamba o una mano, anche se con difficoltà. Perché il corpo è un tutto, un unico, bello e meraviglioso, nella distinzione e nell’unità di tutte le sue parti.

Soprattutto, nel brano del Deuteronomio, c’è una profonda ammirazione, direi un senso di meraviglia e di stupore, per la splendida sapienza che irradia dal ‘corpo’ di queste leggi. “Se le metterete in pratica», dice il Signore, «quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli».

C’è qui una grande ammirazione per la Legge di Dio.

È una legge carica di saggezza e di intelligenza. Il comandamento di Dio permette una vita buona, saggia, che strapperà un grido di ammirazione a tutta la terra. Non è una sapienza che vada bene solo a quel piccolo popolo, che è Israele. No: c’è una sapienza universale nelle leggi di Israele.

Il popolo di Dio ne è orgoglioso, nel senso buono, perché l’ha ricevuta come un dono. Israele è fiero di questa splendida parola che strappa la meraviglia e la stima di tutta la terra: «Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente».

La vera grandezza di queste leggi, però, è che esse sono il segno di quanto il Signore sia ‘vicino’ al suo popolo. Non è la Legge in se stessa, che conta, ma è la Legge come segno o meglio come dono, perché essa è un segno della prossimità, dell’alleanza, della cura, della provvidenza di Dio per il suo popolo.

Nel Vangelo Gesù, con grande forza, vuole ristabilire il senso della Legge.  In effetti, la grande tentazione di tutti coloro che osservano la Legge, è quella di illudersi di essere bravi, di essere i migliori. “Io sì, io che obbedisco a tutta la Legge di Dio, io sono il migliore”.

È il rischio del legalismo, di chi si illude di avere dei meriti e dei crediti di fronte a Dio. Perciò, chi cade in questa tentazione moltiplica le leggi, le fa diventare piccole, minute, concretissime.

All’origine, certo, c’è il desiderio buono che tutta la vita sia innervata dalla bellezza di questo dono di Dio, che è la Legge. Ma, impercettibilmente, questo dono si trasforma in un veleno. Si moltiplicano le leggi, le cose tramandate e obbligatorie per ‘tradizione’, «la tradizione degli antichi».

La Legge, così sminuzzata, diventa ritualismo. Tutta la vita ne viene così imprigionata.  Questo è quello che Gesù rimprovera ai ‘farisei’ e ad «alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme» per controllare questo pericoloso rabbino.

Gesù affronta questa gente a viso aperto. Anzitutto si richiama al profeta che, appunto, aveva denunciato l’ipocrisia di un culto vuoto, illusorio, ritualistico, senza corpo.

E, sferra, Gesù, un attacco potentissimo a questa gente, dicendo: «trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». ”Avete rovesciato le parti, ipocriti. Voi non osservate più con amore il comandamento di Dio, ma la vostra tradizione, e la spacciate per il comandamento”.

Gesù riporta tutto al «cuore» e cioè alla libertà, al «di dentro», all’origine di ogni nostro gesto o azione.  Il bene e il male, il puro e l’impuro nasce da li.

Nell’ascolto della Parola è in gioco la nostra relazione con Dio, la fede, non l’osservanza esteriore di un precetto, che ci metterebbe al sicuro, una volta eseguito alla lettera.

Chiediamo dunque a Dio con forza, oggi, di essere cristiani capaci di testimoniare nella vita il dono di una Legge che ci conduce alla pienezza della vita.

 

don Maurizio