«Adozioni in pancia»: scelta etica o pratica illegale?

«Come avevamo già segnalato, è allarmante che l’Associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini “si stia attivando con le coppie italiane per la cosiddetta ‘adozione diretta’, legale negli Stati Uniti, dove è la madre (o i genitori biologici) a scegliere la coppia a cui dare il proprio figlio in adozione, anche quando è ancora in corso la gravidanza”».

Così scrive la rivista trimestrale Prospettive Assistenziali, nel numero 172/2010, riportando una dichiarazione dell’Associazione Anfaa (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie). L’argomento in questione è l’adozione diretta, che negli Stati Uniti permette alla coppia di adottare un minore individuato attraverso il contatto con la madre biologica.

Quanto pubblicato sulla rivista offre ad Ai.Bi. l’occasione di esprimere una visione differente e favorevole alla cosiddetta adozione diretta. Si tratta di una forma di «adozione in pancia»: consiste nel contatto diretto tra famiglia biologica e famiglia adottante, allo scopo di adottare legalmente un minore. Negli Stati Uniti le ragazze madri e le mamme in gravi difficoltà – dovute alla tossicodipendenza o a fattori di mancata integrazione lavorativa e sociale – hanno la possibilità di far adottare il figlio da una famiglia con cui sono entrate in contatto durante la gestazione.


Tutto questo, nella più completa conformità alla legge. In America le madri hanno diritto di scegliere per prime la coppia adottante a cui lasciare il figlio. La coppia sostiene le spese per la gravidanza. Le madri quindi sono un soggetto preso in considerazione nella procedura adottiva Usa, ma non si tratta di un atto privato tra famiglie: la madre deve, dinanzi al giudice, confermare il suo consenso all’adozione o scegliere di tenere il bambino – senza dover restituire le spese della coppia –, solo dopo che sia avvenuta la nascita; ha comunque un periodo di tempo a disposizione per ripensarci ed è sempre il Tribunale a pronunciare legalmente l’adozione.

La legge italiana non permette che avvenga questo genere di contatti tra la famiglia di origine e quella adottiva; eventuali diffidenze verso l’adozione in pancia derivano da questa impostazione. Tuttavia, anche in Italia le madri hanno il diritto di non riconoscere il figlio al momento della nascita, e da quest’atto consegue la dichiarazione dello stato di adottabilità del figlio. Dunque la proposta di assimilare la prassi dell’adozione diretta alla legge italiana risulta possibile.

È doveroso specificare che Ai.Bi. si è attivata non presso le coppie ma presso l’autorità centrale per l’adozione, ovvero la CAI, Commissione per le Adozioni Internazionali, nel 2010, chiedendo di essere autorizzata a fare adottare i minori statunitensi, dichiarati adottabili alla nascita, da coppie italiane.

Alla luce di quanto esposto, proponiamo ai lettori di manifestare il proprio parere rispondendo al sondaggio: sei d’accordo a introdurre in Italia l’adozione in pancia?

[poll id=”40″]