«Quel giorno, abbiamo maledetto l’adozione»

Pubblichiamo la lettera di un papà. Si tratta di un post, scritto quest’estate sul vecchio Forum di Ai.Bi. Due genitori che hanno aspettato anni, prima di far uscire allo scoperto tutte le loro emozioni sull’esperienza di adozione che tuttora, con amore e con coraggio, hanno in corso.

Sono un padre (adottivo) di una bambina disabile, con lieve ritardo mentale.

Non è la nostra unica figlia, abbiamo anche un figlio biologico.


La nostra storia e’ “semplice”, ma non per questo facile da accettare.

Abbiamo atteso 3 anni per avere un abbinamento. Quando è arrivato, eravamo ovviamente al settimo cielo, come qualunque coppia. Ricordo quel momento perfettamente, come la nascita dell’altro figlio, potrei descriverne ogni fotogramma.

Abbiamo accettato subito e dopo poco siamo partiti per andarla a prendere…

Quando siamo arrivati sul posto, ci siamo subito accorti che qualcosa non andava: la scheda diceva, tra le varie cose, “ritardo dello sviluppo cognitivo”. Abbiamo chiesto più volte conferma – al referente, all’associazione – ma tutti ci hanno assicurato che i problemi della bambina dipendevano dall’abbandono e che si sarebbe risolto velocemente…

Al ritorno a casa, abbiamo parlato anche con medici, pediatri, specialisti e ancora tutti ci hanno rassicurato sulla “pronta guarigione”. Solo una la voce fuori dal coro: una psicologa, amica di famiglia (il nostro grillo parlante), ci ha messo in guardia sui rischi a cui andavamo incontro.

Noi lo sapevamo, e lo sapeva soprattutto mia moglie, che qualcosa “non andava”.

Quello che non sapevamo era cosa fare: da una parte c’era il desiderio di costruire una famiglia, la compassione per una bambina che stava all’inferno, e dell’altro la paura della disabilità, del futuro che ci aspettava. 

Abbiamo pianto tanto, abbiamo maledetto quel posto, maledetto l’adozione

Ma alla fine ha vinto i nostro desiderio di formare una famiglia e di “salvare” quella bambina, anche contro il destino. Forse siamo stati codardi (nel non saper dire di no) o forse siamo stati coraggiosi (nell’accettare una situazione difficile), ancora oggi non lo so dire. Credo che siano vere entrambe le cose.

Adesso sono passati 4 anni: nostra figlia e’ migliorata tanto, tantissimo, ma rimane una bambina… “disabile”. Il grillo parlante, la psicologa, è sempre con noi.  Anzi, come per Pinocchio, è una delle poche persone che ci è rimasta sempre accanto, anche nei momenti peggiori. Insieme a lei, ho potuto contare sull’aiuto del  mio pediatra (il pediatra che ha curato me, che sono adulto, da bambino e che quindi è molto anziano e molto saggio, avendone viste fin troppe), che ha ascoltato e continua ad ascoltare i racconti delle nostre sconfitte quotidiane. “Ragazzi miei” ci dice, “questa è la vita, che cosa vi aspettavate?”. Banale magari, ma vero… E con questo ci chiude la bocca, regolarmente. 

Sono stati anni faticosi: tanto lavoro, tanta pazienza, tanti impegni (logopedista, insegnante di sostegno) e anche tante difficoltà e tanta paura: le cose non si sono risolte, anzi probabilmente il peggio deve ancora arrivare. Mia figlia rimane disabile e lo sarà per sempre.

In questi anni, spesso abbiamo pensato di rinunciare, di tornare indietro.

Ce lo ha impedito soprattutto la compassione: che colpa ha nostra figlia di questo destino? È nata da una madre disperata, che l’ha prima rovinata (chissà in quale modo) e poi abbandonata… di chi è la colpa?

Ma ha senso costruire un legame genitori-figlia anche (o solo?) sulla compassione? E noi, in questa situazione come ci dobbiamo comportare? Abbiamo scelte? Secondo noi NO, non ne abbiamo: per noi rimandare nostra figlia in Istituto non è tra le scelte possibili. E non lo diciamo con l’orgoglio eroico dei santi in terra, ma con la sofferenza nel cuore e con il nodo alla gola.

Quindi la nostra serenità è sempre instabile: passiamo dalla tristezza profonda per un fallimento all’euforia di un successo. Diventiamo matti e non dormiamo per le difficoltà che nostra figlia ha, per le cose che non riesce a fare e imparare, malgrado il tempo enorme che ci investiamo. Poi però facciamo festa per i piccoli successi (che per quasi tutti i bambini sono la normalità) e allora pensiamo che tutto sia possibile: abbiamo fatto i salti di gioia quando nostra figlia ha imparato ad andare in bici da sola, senza ruote… Ai giardinetti ci guardavano come marziani.

Lei è diversa (perché un disabile, in Italia, purtroppo e’ una persona diversa) e anche noi, con lei, ci sentiamo diversi ma, come tutti gli essere umani, lei e noi vorremmo essere uguali. 

Questa esperienza, che immagino sia simile a tante altre storie, mi ha fatto sorgere mille domande a cui ho provato a darmi risposta da solo: 

– Abbiamo fatto bene ad adottarla?
Sì, assolutamente, nonostante le difficoltà, LEI HA UNA FAMIGLIA ED È FELICE, COME NON AVREBBE MAI POTUTO ESSERE.

– Lei è nostra figlia?
Sì, “purtroppo” sì, nonostante talvolta noi cerchiamo di convincerci del contrario (non l’abbiamo fatta noi, non è “colpa” nostra…), per sentire meno il peso delle difficoltà, lei rimane nostra figlia. E so che faremo qualunque cosa perché possa avere la migliore vita possibile. 

– Se potessimo tornare indietro (sapendo quello che ci aspetta), lo rifaremmo?
NO, non lo rifaremo per tutto l’oro del mondo.

Se potessimo tornare indietro (NON sapendo quello che ci aspetta), lo rifaremmo?
SI. Nella stessa situazione, rifaremo le stesse scelte.

Chiudo riadattando una frase, letta di recente: ‘La propria storia e la propria famiglia non si fa con i “se”, ma con i “nonostante”’.

Un abbraccio a tutte le ‘famiglie-nonostante’”.