Adozione internazionale. Congo, Nepal, Cambogia, Kenya, Etiopia, Guatemala, Costa d’Avorio, Benin: quanto dovranno attendere i bambini abbandonati per tornare a sperare in una famiglia?

Le realtà nazionali che hanno chiuso negli anni le porte all’adozione non vedono diminuire il numero dei minori senza famiglia che necessitano del ricovero in istituti e orfanotrofi molto spesso sovraffollati, in grado di dar loro soltanto l’essenziale per ‘sopravvivere’. Ma che desidererebbero poter abbracciare al più presto una famiglia vera. La loro

Molti Paesi hanno detto stop all'adozione internazionaleSi può solo ricominciare. E ricominciare vuol dire tornare ad allacciare rapporti istituzionali con le autorità dei Paesi, tornare a incontrare i rappresentanti che hanno perso la fiducia nel modello ‘occidentale’ dell’adozione internazionale, dimostrare carte alla mano che dell’Europa e dell’Italia, quando si parla di adozione, ci si può fidare. Com’era un tempo, per quello che è stato senza dubbio il ‘modello’ – anche in quanto a legislazione – a livello internazionale.

Le adozioni internazionali, negli ultimi 10 anni, sono crollate del 73,5% nel nostro Paese. Ma, nonostante il numero dei minori senza famiglia, abbandonati e ospitati negli istituti – non di rado sovraffollati e in grado di offrire loro solo un pasto caldo, un letto e forse un quaderno fino all’uscita forzata dopo il 18mo anno di età – non sono spariti. Nè diminuiti. Semplicemente, molti dei Paesi che sono di nuovo pronti per aprire le ‘frontiere’ dell’adozione, avrebbero bisogno di vedere da parte delle istituzioni europee e nazionali un segno concreto che dimostri come l’adozione internazionale sia tornata ad essere un tema importante. Ma “dare una famiglia a un bambino abbandonato non è ancora una priorità”, come spiega il presidente di Ai.Bi., Marco Griffini. Almeno, non nel nostro Paese.

Intanto, però, gli 8 milioni di minori senza famiglia della Repubblica Democratica del Congo aspettano. Dal 2013 non ci sono più procedure attive con l’Italia. Quattro lunghi anni di silenzio e di attese, che hanno ‘tradito’ in molti casi la fiducia e i sogni di una famiglia di tanti bambini abbandonati.

Anche in Kenya è attiva una ‘moratoria’ sulle adozioni dal 2014: uno stop in attesa che le autorità del Paese decidano. Che perdura. Se è vero che già quando gli iter erano possibili, le normative erano fortemente stringenti (occorreva stare nel Paese minimo tra i 6 e i 9 mesi per poter adottare), non si può dimenticare che questo blocco sottrae a molti minori – le ultime cifre disponibili parlano di 2 milioni e mezzola chance di uscire dagli orfanotrofi per incontrare una famiglia che li accolga.

Tutto fermo pure in Nepal, dove il blocco era stato voluto – per la verità – dal Permanent Bureau dell’Aja per denunciare pratiche illecite di adozione, per cui, ad esempio, alle mamme dei bambini veniva detto che sarebbero andati in Italia a studiare e, invece, i bambini venivano poi adottati. Oggi, tuttavia, il Paese afferma di essersi attrezzato per far sì che le adozioni siano tutte in regola. Ma manca interesse concreto a riallacciare le fila di un discorso da parte delle Autorità Centrali dei Paesi occidentali.

Medesima situazione in Cambogia, dove i minori bisognosi di una famiglia sono moltissimi e dove, dopo casi di traffico illecito di minori, il Paese sembrerebbe finalmente pronto. Ma l’accordo bilaterale siglato nel 2014 con la Commissione Adozioni Internazionali prevede per ripartire concretamente che l’Italia dia alle autorità cambogiane i nominativi degli enti autorizzati: e nulla, finora, è mai arrivato a Phnom Penh. Intanto, nonostante il numero dei bambini orfani di uno o ambo i genitori sia diminuito nel quinquennio 2005-2010, nello stesso periodo il numero degli orfanotrofi è aumentato del 75%, raggiungendo quota 271, secondo gli ultimi dati del Ministero degli Affari Sociali. I minori che vivono negli orfanotrofi sono 12mila, di cui 3mila orfani di uno o entrambi i genitori.

Ultimo, in ordine di tempo, è l’Etiopia: le autorità hanno prima ‘stretto’ la cinghia limitando progressivamente, a partire dal 2015, il numero delle adozioni internazionali autorizzate. Quindi, da qualche mese, prima alle autorità statunitensi, quindi anche alla CAI, è giunta notizia dello stop generale alle procedure. Con una confusione ancora non ben chiarita circa il destino delle procedure già avviate, ma non completate. Una realtà dalla quale, nei tempi ‘d’oro’ delle adozioni internazionali, venivano conclusi iter di adozione internazionale verso gli USA per più di 2mila bambini ogni anno. Minori che non sono diminuiti, ma che rimarranno chiusi dentro gli istituti senza avere la possibilità di sperare in una vita diversa. Come molte coppie che sarebbero idonee e disponibili all’adozione, di fronte alla consueta proiezione di documentari e reportage da queste strutture, potranno solo sospirare e pensare che ancora non è giunto il momento buono per poter fare qualcosa. Perchè, fosse anche solo per un bambino abbandonato, varrebbe la pena di esserci e di garantirgli il diritto di essere figlio. E non è solo uno.

Ma Paesi in cui le adozioni internazionali sono ferme completamente sono anche il Guatemala, la Costa d’Avorio e il Benin, mentre il Malawi non è chiuso ufficialmente, ma il numero di procedure è praticamente fermo.

In attesa che il nuovo corso della CAI possa concretamente rimediare e riprendere il filo di un discorso di amore e di accoglienza che riannodi rapporti di fiducia con i Paesi di questi minori, in modo da tornare a dare loro il sorriso di una famiglia.