Adozione internazionale. Dopo l’abbinamento, le doglie dell’attesa. Un’attesa che non finisce mai…

Come si può vivere il momento in cui si aspetta l’incontro con il proprio figlio adottivo?

confermato assegno una tantum per ogni figlio nato anche nel 2018Al termine dell’appuntamento per l’abbinamento tra la coppia di aspiranti genitori adottivi e il loro futuro figlio capita che si svolgano discussioni profonde. Questo episodio raccontato da una delle operatrici di Ai.Bi. – Amici dei Bambini è abbastanza significativo di quale sia il clima in queste emozionanti occasioni.

“’Quanto manca alla partenza, ora che nostra figlia vive nel profondo del mio cuore?’, ha chiesto la madre – ci racconta l’operatrice – ‘Ora non è più attesa’, ci ha detto, perché ‘l’attesa c’è stata, per essere considerati genitori di questo splendore’. Ma come la si può definire quella tempistica che va dall’abbinamento alla partenza? ‘Supplizio’, ha risposto il marito. ‘Doglie’, ha detto lei!“.

E in effetti non hanno torto. I “nove mesi di gravidanza adottiva” non sono quantificabili, dipende da tante cose. Si parla di mesi, si parla di anni, dipende dal Paese, dai genitori stessi… Ma quella è la gravidanza adottiva, in cui si attende che “qualcosa” si muova dal Paese in cui la coppia si è candidata come risorsa per un bambino. Una volta che l’abbinamento è fatto, che si hanno la scheda, le foto, i video, quando, cioè, si sa “tutto” del proprio figlio o figlia, non si vede l’ora che le ultime questioni organizzative vengano sbrigate in pochissimo tempo.

Questo periodo è davvero un supplizio, un’agonia. Perché è vero che bisogna organizzare le ultime incombenze prima di una permanenza, anche abbastanza prolungata, dall’altra parte del mondo e bisogna incastrare congedo di maternità, passaggio di consegne con i colleghi, gestire bene i nonni che per una certa quantità di tempo saranno soli, finire di allestire la cameretta… Ma è anche un tempo in cui il cuore scalpita: vuole abbracciare finalmente il proprio figlio che è ancora solo. Da troppo tempo, per troppo tempo!!!

E questo, di tempo, come lo chiamiamo? Aberrazione? Peccato mortale? Come lo chiamiamo quell’interminabile periodo in cui il ticchettio dell’orologio ha scandito la vita del cucciolo che è rimasto solo, senza i suoi genitori adottivi?

Queste sono le doglie: quel dolore fisico, profondo, che dalle viscere lacera la carne, e che (in una gravidanza biologica) dovrebbero durare al massimo alcune ore, prima dell’esplosione di gioia pura, di avere tra le braccia il proprio figlio e (come si dice) non te le ricordi più, un attimo dopo aver partorito.

Le doglie adottive durano il tempo di prenotare i voli, trovare l’alloggio, preparare i documenti, attendere che l’Autorità proceda nell’organizzare tutto ciò che serve “da loro”, per allestire al meglio la cameretta… e anche avvertire il figlio dell’arrivo di mamma e papà.

Queste sono le doglie più lunghe e dolorose, perché il pensiero è sempre alla propria bambina, al proprio bambino, ancora soli, laggiù da qualche parte.

“’Dateci la ricetta per cercare di occupare questo tempo – prosegue l’operatrice Ai.Bi. nel suo racconto – così, ci hanno chiesto quei genitori. ‘Nessuno capisce – hanno continuato – che strazio si prova, ora, in questo limbo burocratico. Non riesco a non pensarci e continuare a fare la mia vita, come se nulla fosse. Diteci come trascorrere il tempo fino alla scaletta dell’aereo che ci porterà là. E noi non sappiamo come rispondere. Non ci sono soluzioni e rimedi. È tempo da vivere e tollerare, fisiologico nell’adozione”.

Vero. Verissimo. L’unica cosa che si può sapere è che, passato questo periodo estremamente faticoso, la gioia dei genitori sarà infinita, l’amore eterno, la felicità interminabile. E il tempo non esisterà più: uniti in un abbraccio che durerà tutta la vita!