Adozioni per le coppie gay?/6. Ma i bambini attendono una mamma e un papà

voglio-una-mamma-e-un-papa-300x215Il testo proposto da Giovanna Lobbia e Lisa Trasforini (Voglio una mamma e un papà. Coppie omosessuali, famiglie atipiche e adozione) si presenta con una citazione di Donald W. Winnicot: «Ci sono due tipi di cure che si possono fornire ai bambini: uno riguarda il mangiare e cose di questo genere; quanto all’altro, i genitori capiscono cosa significa quando si parla loro di come “è stato tenuto” il bambino: “Questo bambino non è stato tenuto bene, è stato lasciato andare”. Se diciamo così, intendiamo che letteralmente la terra si è aperta sotto di lui e che non c’era alcuna sicurezza da nessuna parte, una specie di caduta infinita che può riapparire in ogni momento e che più tardi potrà manifestarsi nei suoi incubi e nei suoi disegni. Chi adotta un bambino così non deve soltanto prendersi cura di lui, ma esagerare tutto ciò che riguarda la cura del bambino in modo che questi si senta “tenuto” saldamente» (D.W. Winnicot, Bambini). Occorre dunque essere pronti ad “esagerare”, ma anche ad aver coraggio ad entrare in un dibattito “spinoso”.

Nell’introduzione al libro Marco Griffini (presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini) spiega così la percezione di una questione non semplice da affrontare: “Quando abbiamo proposto (…) di pubblicare Voglio una mamma e un papà, tutti noi (…) ci siamo interrogati se la nostra idea poteva effettivamente dare un contributo a un tema così delicato e spinoso. Molto spinoso, a dire il vero, se si pensa che affrontare l’argomento di coppie omosessuali e diritto alla genitorialità sta scatenando ovunque non poche discussioni e polemiche, e non solo in Italia. Ma non era quello il nostro intento. Non pensavamo certo di entrare in temi antropologici, sociologici, etici o morali che, pur essendo parte integrante del nostro impegno e delle nostre scelte quotidiane, sono però «altro» dalla mission dell’associazione: accogliere bambini abbandonati e lottare per il loro diritto alla famiglia”.

Griffini evidenzia come l’aspetto su cui l’associazione si sente interrogata e, quindi, in dovere di dare qualche risposta fosse raccolto in semplici domande: qual è la migliore scelta per un bambino abbandonato? Che cosa offrire a un minore privato non tanto di beni materiali quanto del bene più prezioso, l’amore dell’uomo e della donna che lo hanno generato?


La risposta a tali domande emerge con riferimento alla più che ventennale esperienza associativa al fianco di coppie adottive e di bambini che, lasciato l’istituto, trovano una nuova famiglia: “In tutti questi anni, lavorando non solo in Italia ma anche nei Paesi dell’America Latina, dell’Africa, dell’Est Europa e dei Balcani, nonché dei lontani Paesi asiatici, abbiamo sempre trovato una sola risposta: la famiglia, quella tradizionalmente intesa e composta da una madre e un padre”.

Tuttavia Griffini è consapevole che in molti Paesi europei le adozioni nazionali da parte di coppie omosessuali siano già possibili e anche per quelle internazionali, in alcuni casi, il passo risulta già compiuto. Questa consapevolezza sarebbe anche l’occasione per chiarire la prospettiva del testo: non tanto il presunto diritto alla genitorialità, semmai “il diritto a essere figlio, per quei milioni di bambini già nati, con alle spalle un vissuto doloroso, per i quali la crescita e la formazione della personalità potrebbero divenire irrimediabilmente compromesse in mancanza di due figure fondamentali di riferimento: la madre e il padre, la famiglia”.

La specificità del testo consiste nel riportare l’attenzione sulla centralità del bambino: il minore abbandonato è un individuo che non è interpellato sulle condizioni che determinano la propria esistenza – non ha scelto né di nascere, né di essere abbandonato – ma, ricorda Griffini, “ha il diritto imprescindibile di crescere ed essere educato in una famiglia, composta «naturalmente» da una madre e un padre. E allora la prospettiva cambia: è il bambino a chiedere una soluzione «naturale», quella di cui spesso ha un ricordo, ora chiaro ora indefinito o traumatico”.

Entrare in contatto coi bambini abbandonati espone ad una cruda esperienza: chiunque entri in un qualsiasi istituto del mondo, sentirà chiedersi: «Sei la mia mamma?» oppure: «Sei il mio papà?». Per quanto traumatizzato, il bambino che ha vissuto l’abbandono dimostra sempre grandi risorse e la voglia di ricominciare, il desiderio di essere amato e quello di amare a sua volta mamma e papà.

Il libro intende aprire una riflessione sulla possibilità per un bambino abbandonato di sviluppare armoniosamente le sue caratteristiche e la sua identità di persona, anche nel caso in cui la coppia aspirante all’adozione sia omosessuale.