“Amare ricevendo in cambio solo un sorriso”: le esperienze che ci hanno cambiato la vita

foto_apertura2

L’accoglienza non basta: ci vuole l’accoglienza giusta. È questo il concetto chiave che ha fatto da filo conduttore a tutta la XXIII Settimana di formazione e studi delle associazioni Amici dei Bambini e La Pietra Scartata, in corso a Gabicce Mare. Un concetto, quello di giusta accoglienza, che le famiglie adottive e affidatarie di Ai.Bi. hanno ben chiaro. La loro diretta esperienza, infatti, rappresenta la migliore testimonianza di questa missione: non solo accogliere, ma farlo nel modo giusto.

Esemplare a questo proposito la scelta compiuta 12 anni fa dai coniugi Solfrizzi. “Mentre eravamo in Brasile per prendere nostra figlia – ricordano –, ci venne prospettata l’ipotesi che la bambina che stavamo per adottare avrebbe potuto avere alcuni problemi. Ci venne quindi offerta la possibilità di accogliere un minore diverso. Ma noi avevamo deciso di aver già accolto la prima bambina come nostra figlia. In quel momento, ci rendemmo conto di aver compiuto un gesto di accoglienza giusta”.


Ma che cosa qualifica un’accoglienza come “giusta”? “L’accoglienza – dicono i coniugi Santorsola, pugliesi – è sicuramente un atto d’amore. Farlo in modo giusto vuol dire donarsi totalmente alla persona accolta, dargli una nuova possibilità di essere figlio. Concretizzare questa forma di amore vuol dire cercare di sviluppare una sensibilità capace di percepire tutto ciò di cui un figlio ha bisogno. Ricevendo in cambio solo un sorriso o la vista di una corsa spensierata da parte dei nostri bambini”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è Tommaso Greco, che insieme a sua moglie Cristina accoglie bambini in difficoltà nella casa famiglia di Ai.Bi. in provincia di Milano. “Accogliere nel modo giusto – afferma – vuol dire inserire un bambino a pieno titolo nella famiglia: con gli stessi diritti e doveri dei figli biologici”.

È giusta quindi un’accoglienza senza limiti o secondi fini. “Non bisogna mettere paletti alla voglia di accogliere – sostengono i coniugi Tagliabue, lombardi –: non idealizzare il figlio desiderato, ma accogliere ‘a scatola chiusa’, come atto di giustizia verso chi ne ha bisogno”.

Al centro di tutto, quindi, c’è la restituzione a un bambino abbandonato di un diritto che gli è stato tolto: quello ad avere un papà e una mamma. “L’accoglienza, di per sé, è un termine riduttivo. L’accoglienza giusta è la consapevolezza – dicono i coniugi Guerrieri di Roma – di ridare l’amore di una famiglia a un bambino che non ce l’ha più”.

“Un diritto che questa società continua a negare a troppi bambini, dalla nascita o nel corso della loro breve vita”. A parlare sono i coniugi Ferruccio di Lanciano, in Abruzzo, che non dimenticano anche il dramma dei minori stranieri non accompagnati, che a migliaia fuggono dalla miseria e dalla guerra e sbarcano sulle nostre coste: “Anche loro vivono in situazioni di abbandono e come tanti bambini abbandonati si sono visti privati del diritto più importante: quello all’amore di una famiglia”.