“Papà, non mi puoi lasciare qui! Non capisci che sono tuo figlio?” La storia di Albert, abbandonato ancora una volta. Come prevenire le restituzioni adottive

abbandonato“Papà, non mi puoi lasciare qui! Non capisci che sono tuo figlio?”.

L’ha detto gridando, piangendo, divincolandosi, scalciando, puntando i piedi, stringendo i pugni. Tutto il corpo di Albert, non solo la sua voce, era un urlo di dolore. La disperazione di essere rifiutato due volte. Il terrore di tornare in Colombia. L’incapacità di trovare un senso, di accettare l’inaccettabile.

Quando era finito in istituto, la prima volta, era piccolissimo, il più piccolo di tutti. Albert, che oggi ha 9 anni, non ha ancora trovato le parole per raccontare quei giorni terribili, forse non riesce neppure a pensarli: il ricordo è così pesante che se ne difende con la rabbia e il silenzio. Solo una volta, ha detto sottovoce: “I bambini più grandi mi facevano di tutto”. Nessuno sa, fino in fondo, che cosa questo possa significare, ma parlano l’orrore e gli incubi che tormentano Albert ogni notte.


Poi è arrivata la speranza. L’abbinamento ad una coppia italiana e l’adozione. Per Albert si è aperto l’orizzonte di una nuova vita, una seconda possibilità. Da questo momento, tutto sarebbe cambiato, avrebbe avuto una mamma e un papà a proteggerlo, non sarebbe mai più stato solo a combattere i suoi fantasmi, i suoi ricordi terribili… Ma qualcosa non ha funzionato.

Forse Albert non sa ancora parlare il linguaggio delle carezze e degli affetti, forse Albert aveva così tanta paura di non piacere abbastanza ai suoi nuovi genitori, che ha trasformato la sua ansia in ostilità, forse Albert ha crisi di rabbia che spaventano e disarmano, proprio perché il primo ad essere spaventato mortalmente è lui. La sua nuova mamma e il suo nuovo papà non ce l’hanno fatta. L’hanno riportato in comunità.

I primi giorni sono stati tremendi, Albert non si rassegnava, era agitatissimo, terrorizzato all’idea di essere rimandato nel suo Paese. Gli educatori hanno cercato di tranquillizzarlo, trattandolo con dolcezza e cercando di fargli ritrovare un po’ di serenità. I servizi sociali hanno contattato la famiglia per tentare una mediazione, chiedere se volevano provare a riprendere il bambino con sé, magari anche solo per qualche ora, per una passeggiata o un incontro in comunità.

Ma la famiglia si è rifiutata, ha detto che ha paura di Albert e che è disponibile a incontrarlo solo alla presenza degli educatori e solo dentro la comunità.

Così siamo di fronte a due paure che non hanno trovato modo di capirsi e di placarsi a vicenda. L’ansia di due genitori di non farcela e quella di un bambino, forse tanto difficile proprio perché per troppo tempo non amato. E adesso rifiutato di nuovo, prigioniero di un orribile cerchio di abbandono, che sembra non riuscire a spezzare.

Una storia tragica, da entrambe le parti. Per il sogno di una genitorialità fallita e per un piccolo che resta senza famiglia, non una, ma due volte.

Ma ancora più tragica è la domanda: come si può arrivare a rifiutare un minore dopo averlo adottato? E’ un diritto, è legale, ma come si fa ad evitarlo?

Il fenomeno delle restituzioni dovrebbe essere pari a zero proprio grazie a una rete di supporto alle famiglie che accolgono. Occorre aiutarle ad affrontare anche le situazioni più difficili e i casi di minori impegnativi, a rischio, violenti. Partendo dalla verità più semplice: non esistono bambini terribili, ma solo bambini sofferenti e feriti.

Occorre lavorare sulla prevenzione e sulla possibilità, per aspiranti genitori e minori abbandonati, “cresciuti” in un orfanotrofio, spesso in condizioni difficilissime, di conoscersi in contesti protetti, in situazioni di maggiore serenità, per poi eventualmente avviare il percorso di adozione.

Una via potrebbe essere quella di avvicinarli, a poco a poco, con una formula nuova, quella delle vacanze pre adottive.

E’ un progetto che Ai.Bi. sta avviando soprattutto per favorire l’adozione dei bambini più grandi. Un periodo di due o quattro settimane, che permettano un graduale avvicinamento tra una coppia di potenziali genitori, già in possesso del decreto di idoneità, e un bambino, che inizi a sperimentare e misurarsi con una nuova cultura, un’altra lingua, altre abitudini. Una sorta di viaggio-vacanza a scopo adottivo, per conoscersi a vicenda, per trascorrere del tempo insieme, che potrà trasformarsi subito in un legame, da far crescere e diventare famiglia (con un’adozione) oppure mettere in luce difficoltà e incompatibilità e concludersi con un addio, assai meno traumatico, però, di una restituzione.

Chi fosse interessato alle vacanze pre-adottive, può scriverci a mara.androsiglio@aibi.it e michele.torri@aibi.it

A giorni verrà pubblicato su questo sito il programma completo delle Vacaciones en el extranjero, un percorso di collaborazione fra l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar, l’ente centrale per le adozioni della Colombia, e Ai.Bi. e saranno aperte le iscrizioni ai corsi formativi per le famiglie che vogliono intraprendere questa esperienza.