Per l’Italia che invecchia non basta l’immigrazione

immigrazioneRiportiamo di seguito un articolo pubblicato venerdì 28 febbraio su Avvenire a firma di Gian Carlo Blangiardo, in cui si analizza in modo critico il contributo che l’immigrazione può offrire alla demografia del nostro Paese e al suo sistema di welfare.

 

Ogni volta che parliamo di invecchiamento della popolazione vengono subito in mente, nella veste dei due grandi responsabili, sia il calo delle nascite sia il progressivo allungamento nella durata della vita. E se qualcuno chiama in causa le migrazioni è quasi esclusivamente per segnalarle come fattore di ringiovanimento, forte della considerazione secondo cui l’arrivo di giovani adulti e dei loro nuclei familiari aggiunge soggetti la cui età si colloca normalmente al di sotto della media degli abitanti già in loco, e contribuisce dunque ad abbassarla. Ma assumendo uno sguardo che non si fermi alle ricadute immediate e si spinga lontano nel tempo, è lecito domandarsi: per quanto tempo ciò resta valido e con quali eventuali “controindicazioni”?


Ipotizzando l’ingresso di un ventenne entro una popolazione con un’età media di quarant’anni, è facile immaginare un effetto di ringiovanimento. Un risultato che potrà tuttavia valere – supponendo che l’età media per il complesso della popolazione non sia soggetta a cambiamento – unicamente per altri vent’anni. Dopo di allora, se egli (divenuto quarantenne) sarà ancora presente nella popolazione, non potrà che contribuire costantemente a innalzarne l’età media.

E ciò proseguirà verosimilmente per circa 41 anni: tanti infatti gliene resterebbero ancora da vivere in base alle attuali aspettative di sopravvivenza. Come si vede, i tempi del “contributo al ringiovanimento” da parte dei giovani immigrati sono destinati ad essere spesso largamente superati dai tempi del loro stesso “contributo all’invecchiamento”, ove la loro permanenza nel nostro Paese debba ritenersi definitiva. Eppure, nel dibattito sulle possibili soluzioni in grado di attenuare l’impatto negativo dell’invecchiamento demografico nella realtà Italiana nei prossimi decenni, il ricorso all’apporto migratorio viene regolarmente indicato come uno dei possibili “antidoti”.

L’enfasi di alcuni messaggi del tipo “gli immigrati salveranno le nostre pensioni”, che spesso viene acriticamente sbandierato dai mezzi di comunicazione di massa, rischia così di favorire convinzioni e atteggiamenti che, se da un lato accreditano la funzionalità e la convenienza collettiva del fenomeno migratorio, dall’altro alimentano l’ipotesi di una sorta di compensazione automatica che legittimerebbe la rinuncia ad altre forme di intervento. In particolare, il rischio è che possa ingenerarsi l’idea secondo cui il contributo di un’immigrazione giovane, com’è quella tuttora in atto nel nostro Paese, renderebbe meno pressante quell’attività di sostegno alla natalità, e alle famiglie con figli, che da più parti viene rivendicata come azione indispensabile per salvaguardare anche l’equilibrio nella struttura per età della popolazione italiana.

Ma proviamo a riflettere in modo oggettivo su quale sia il reale contributo che l’immigrazione ha offerto – e potrà ulteriormente offrire – alla demografia del nostro Paese e al suo sistema di welfare. In proposito, i dati mostrano come durante il primo decennio del nuovo secolo si siano acquisite in Italia ogni anno (mediamente) circa 250mila persone direttamente dall’estero e se ne siano aggiunte altre 60mila, come contributo indiretto, attraverso le nascite prodotte dalla popolazione straniera. Tuttavia, mentre per ciascun neonato (italiano o non) si configura un’aspettativa di vita superiore agli 80 anni – verosimilmente da trascorrere per circa il 25% in età scolare, il 55% in età attiva e per solo il 20% in condizione anziana – per coloro che sono nati altrove (e ci hanno raggiunto già bambini, giovani o adulti) il bilancio si prospetta alquanto diverso. La durata di vita ulteriormente attesa in corrispondenza dell’immigrato “medio” è infatti pari a circa 54 anni, dei quali unicamente il 4% sono da trascorrere sui banchi di scuola, il 64% vengono spesi in età da lavoro e il 32% oltre la soglia della pensione.

Di fatto con l’immigrazione acquisiamo persone che si sono in gran parte istruite altrove, ma se è vero che così l’Italia “risparmia” i relativi costi di formazione, è altrettanto vero che per loro si ha ben altro bilancio sul fronte del welfare. Non a caso il corrispondente rapporto “di dipendenza degli anziani”, che considera (in percentuale) il totale degli anni “da pensionati” rispetto al totale di quelli trascorsi in “età attiva”, si colloca attorno al 50%; un valore che supera della metà quello che attualmente si osserva per il complesso dei residenti in Italia e che già viene ritenuto un campanello d’allarme per gli equilibri del welfare.

Se poi al dato quantitativo aggiungiamo che spesso l’immigrato anziano sarà un soggetto che, avendo avuto accesso a un lavoro regolare in età relativamente matura, potrebbe anche non avere un percorso contributivo in grado di garantirgli una pensione adeguata, si comprende come questo invecchiamento (che potremmo definire “importato”) rischia di affiancare a elementi di criticità sul piano quantitativo anche aspetti problematici rispetto alla qualità della vita della stessa componente anziana.

La conseguenza che si può derivare da questa analisi non è la sottovalutazione del contributo che un’immigrazione regolata può portare all’Italia in termini di capitale umano. Piuttosto è da notare che non possiamo onestamente chiedere all’immigrazione di fornire alla società ospite più di quanto sia in suo potere. Se siamo convinti che l’integrazione sia uno degli obiettivi primari da perseguire nelle politiche migratorie, dobbiamo anche renderci conto che al radicamento sul territorio dei giovani stranieri di oggi non può che seguire il loro invecchiamento (da cittadini) negli anni che verranno. Dobbiamo dunque ripetere che l’unico vero, efficace antidoto all’invecchiamento demografico va cercato non all’esterno, ma dentro una società capace di riconoscere (e valorizzare come investimento) il contributo che ogni neonato, senza alcuna distinzione di passaporto, sarà in grado di offrire per la costruzione del suo e del nostro futuro.