Ma perché, tu, o Dio, mi togli proprio quello che mi hai donato?

Nella II DOMENICA DI QUARESIMA, la riflessione del teologo don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture della Prima Lettura Dal libro della Gènesi Gen 22,1-2.9.10-13.15-18, della Seconda Lettura Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 8,31b-34 e Vangelo Dal Vangelo secondo Marco Mc 9,2-10

La scorsa domenica, prima di Quaresima, la liturgia della Parola ci aveva presentato l’alleanza con Noè, nel simbolo meraviglioso dell’arcobaleno.

Oggi, nella prima lettura, ci è stato narrato di Abramo.


Non è stato però scelto di raccontare dell’alleanza del Signore con Abramo; piuttosto, paradossalmente, la Parola di oggi racconta del momento più critico di questa alleanza.

Per Abramo il segno per eccellenza dell’alleanza era il dono del figlio, Isacco, il «sorriso di Dio».

In quel figlio, per lui che era sterile, Dio gli aveva manifestato la sua grazia, con la promessa di una discendenza, un popolo, con una terra in cui abitare.

Ebbene, in modo incredibile, il capitolo ventidue della Genesi racconta di un momento altamente drammatico, un momento in cui Dio stesso sembra ritirare la sua promessa, chiedendo – assurdamente!? – ad Abramo di sacrificargli il suo figlio.

Dio sembra chiedere a quest’uomo che si era fidato di lui, di rinunciare a quanto lui stesso gli aveva donato.

È il momento drammatico della prova.      

Per ragioni di brevità, nella liturgia, oggi abbiamo letto solo una sintesi di questo stupendo racconto, che appartiene ai capolavori della letteratura universale. Così, un po’ tagliato, il racconto risulta privo di tante sfumature, che ci aiutano a comprendere la prova tremenda di Abramo.

È la prova della fede.

Possiamo sintetizzarla così: “ma come, tu, o Dio, mi togli proprio quello che mi hai donato?”.

La grande tentazione, in questa prova, è quella di ribellarsi, di protestare, di accusare. È la tentazione di non fidarsi più: “Tu, Signore, mi hai tradito, mi hai ingannato. Mi hai illuso. La tua promessa è stata una trappola. Mi sono fidato, ci ho creduto, e ora… tutto viene annullato”.

Lo sappiamo bene che questa è anche la nostra prova, ed anche la nostra tentazione!

Tentazione e prova sono molto vicine, ma non coincidono.

Nella prova c’è sempre la tentazione, ma la tentazione dice il versante più pericoloso, più insidioso, della prova. Questa sta, più radicalmente, nella intermittenza o nell’alternanza del dono.

Il dono è dato e poi è ritirato.

Comunque, non abbiamo la certezza che domani ci sarà ancora. Non è una certezza matematica, né per noi, né per Abramo. È una certezza che richiede l’atto di fede della nostra libertà nei confronti della Parola del Signore: Colui che ti ha donato un figlio, per grazia, ora ti chiede di sacrificarlo per lui”. È come dire che colui che promette è più grande della promessa che ha fatto.

Questo è il dramma della fede di Abramo. Questa è la grandezza della sua fede: «Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

A questo punto, nel racconto di Genesi, Dio stesso ferma la mano di Abramo, proprio nel momento in cui, in modo terribile, lui l’aveva  alzata brandendo il coltello per sferrare il colpo mortale.

In questo racconto c’è l’eco di una antica abitudine di molti popoli antichi che, per manifestare la loro (particolare) ‘riconoscenza’ agli dei, offrivano sacrifici umani, magari anche i sacrifici di figli.

Ma questa pratica fu fortemente rifiutata nella fede di Israele e questo racconto ne è testimonianza eloquente, per quanto paradossale.

Alla fine è Dio stesso che ferma Abramo!

«Ora so che tu temi Dio» non significa altro se non: “ora so che tu ti fidi di me, anche quando non comprendi fino in fondo il senso del mio agire, anche quando la mia promessa di alleanza con te ti pare vacillare”.

A quel punto, solo nella fede, tutto viene ricompreso: «io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza».

Ma le sorprese di Dio non sono finite.

Abramo, che è disposto a sacrificare il suo figlio, diventa immagine di un atto ancor più sconvolgente e drammatico.

Paolo nella seconda lettura, scrivendo ai Romani, dice che Dio «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi». Proprio per questo Paolo dice: se Dio ci ha donato il suo Figlio, «non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?».

Dio consegna il Figlio nelle mani di coloro che lo uccideranno, e così ci rivela e ci dona un amore sorprendente e sovrabbondante. Consegnando il Figlio alla morte di croce, dona a tutti noi la grazia del perdono che dà vita.

Sacrificando il Figlio, annulla ogni sacrificio. Noi non abbiamo più bisogno di sacrificare a Dio, per rendercelo benigno con la nostra ‘gratitudine’, perché è Dio che si sacrifica per noi, nel Figlio.

Ora, nel Vangelo, ci è raccontata la grande tenerezza di Dio per noi, la sua divina e sorprendente ‘pedagogia’ per la nostra debolezza.

Gesù porta sul monte tre dei suoi discepoli, gli stessi che porterà con sé nel Getsemani, nel terribile momento della sua prova.

Là Gesù sarà dinanzi alla faccia della morte.

Sarà quello l’istante drammatico della sua prova. Anche Gesù, vero uomo, ha attraversato il tempo umano della prova e della tentazione.

Ora, prima di quella prova sublime, che solo Gesù poteva attraversare, e infatti tutti i discepoli lo abbandonano, prima di quel momento, sul monte, Gesù dona ai suoi discepoli il conforto di un segno, perché un giorno, dopo la Pasqua, possano fare memoria di quel dono che avevano ricevuto sul Tabor, senza comprenderlo (allora) fino in fondo.

Gesù «fu trasfigurato davanti a loro».

Questa trasfigurazione è un’esplosione di luce, è un essere illuminati in modo umanamente non immaginabile.

Mosè ed Elia appaiono e conversano con Gesù: sono la Legge e i Profeti. La luce di Gesù è il compimento dell’antica Alleanza, e della promessa di Dio.

Pietro, a nome dei tre, non può che confessare questa bellezza, che li affascina, li stordisce.

Vorrebbe solo che la bellezza di questa grazia non finisse mai.

Poi, nella nube, la voce.

È la voce del Padre che chiede ai discepoli, a noi, di ‘ascoltare’ «l’amato».

Questa è la nostra fede: Ascoltare l’Amato.

Riconoscere nella storia di Gesù la carne di Dio, il dono del Padre che, consegnando il suo Figlio, nelle nostre mani, ci dona un amore che ci raccoglie perfino nel momento del nostro rifiuto di lui.

Anche noi, come quei tre, non comprendiamo molte cose di questa ‘logica’ di Amore.

Eppure, se ci affidiamo, pian piano impariamo a camminare, ad ascoltare, a credere!

Don Maurizio