Il Signore è sempre tra noi e la Sua voce riaffiora tra le tante voci umane.

Nella II DOMENICA TEMPO ORDINARIO, la riflessione del teologo don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture della Prima Lettura Dal primo libro di Samuèle 1Sam 3,3b-10.19della Seconda Lettura Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1 Cor 15,20-26.2 Vangelo Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 1,35-42

La Parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario è particolarmente suggestiva e affascinante. È una sorta di invito ad entrare in un cammino, che durerà tutto l’anno.

Noi che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, come dice la seconda lettura, siamo chiamati a lasciarlo abitare nel nostro corpo, nella nostra vita, perché possiamo essere «tempio dello Spirito Santo».

La prima lettura è tutta dominata da un incontro, che si sviluppa e cresce tra ascolto e risposta. Ugualmente, il Vangelo è attraversato da giochi di sguardi, da voci, parole, che chiedono ascolto, che pronunciano chiamate e dicono una ricerca.

Cominciamo dalla prima lettura, dal primo libro di Samuele.

È il racconto della storia di questo ragazzo, Samuele, figlio di Anna e di Elkanà. Il dono di questo figlio era giunto totalmente inatteso, ma era stato fortemente invocato dalla madre sterile. Se l’avesse ricevuto, così aveva promesso Anna nel momento del dolore, dell’angoscia e dell’amarezza più profonda, lo avrebbe a sua volta offerto al Signore.

Ed ecco, ora, il piccolo Samuele sta lì, nel tempio, in quel tempio in cui la madre aveva invocato Dio con tutte le sue forze per ottenere questo dono.

È notte, il momento del buio e del silenzio. Non è solo una nota cronologica.

In un passaggio che non abbiamo letto di questo testo, si dice che «la Parola del Signore era rara in quei giorni».

Era dunque un tempo difficile, un tempo del silenzio di Dio.

Ci sono dei tempi della storia in cui Dio è più silenzioso e la sua Parola più rara, più difficile da ascoltare, addirittura quasi assente.

Forse il nostro è uno di questi tempi.

Questo può accadere soprattutto nei momenti di dolore, di dura prova – come fu l’olocausto per gli ebrei –, momenti a volte anche più personali, in cui ci sentiamo come ‘bersagliati’ dalle disgrazie, da eventi pesanti e gravosi.

Allora diciamo: “ma Tu, Signore, dove sei? Dov’eri quando accadeva questo? Perché non sei intervenuto? Perché, se sei un Dio buono, un Padre per noi, perché lasci che tutto ciò accada?”.

Altre volte il silenzio di Dio sembra più legato a noi, come oggi: siamo così indaffarati nelle nostre cose, nei nostri affari, oppure ci pare (!) di essere oramai così potenti e capaci di ‘dominare’ il cosmo intero da non avere più bisogno della ‘favola’ di Dio, di cui avevano invece bisogno i nostri padri, per invocare soccorso e chiedere consolazione.

Anche così Dio ci può sembrare clamorosamente assente.

Ecco, è proprio nella notte che il piccolo/giovane Samuele sente una voce.

È la voce del Signore, una voce che lo chiama, ma lui non lo sa.

È una voce che pronuncia il suo nome; è rivolta proprio a lui, non a tutti o a qualcuno in modo generico.

A questa voce che lo chiama nella notte Samuele risponde prontamente: «Eccomi», e poi corre «da Eli» il sacerdote del tempio presso cui abitava.

La stessa scena si ripete quasi identica per tre volte. La voce chiama. Non chiede nulla se non l’ascolto e la risposta: «Eccomi».

Alla terza volta il sacerdote Eli comprende che quella era la voce di Dio.

Per tre volte Samuele era andato da lui dicendogli: «Mi hai chiamato, eccomi!».  Ma Eli sapeva bene che lui non aveva chiamato nessuno.

La terza volta, il sacerdote comprende che Samuele aveva davvero ascoltato una voce, ma questa non era la sua.

E allora, questo sacerdote istruisce Samuele e gli dice di tornare a dormire: «e se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”».  .

Così, mentre Samuele torna a dormire, il Signore viene.

In modo commovente, il testo biblico dice: «stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuéle, Samuéle!”».

Samuele non vede Dio. Ne ascolta solo la voce, una voce che con forza lo chiama per nome.

Così è anche per noi. Noi non vediamo Dio. Ne ascoltiamo però la voce, una voce che ci sembra confusa, in mezzo a tante voci umane.

A un certo punto, questa voce, si rivela inevitabilmente ‘altra’, voce di un Altro.

Il testo biblico dice che Samuele, crescendo, non «lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole».

Solo chi ascolta, risponde.

Questo è proprio quello che accade ai due discepoli di Giovanni che, quando lo sentono dire, mentre Gesù passa davanti a loro, «Ecco l’agnello di Dio!», si mettono a seguirlo.

È la voce di un uomo, quella di Giovanni. È una voce che ci invita ad ascoltare la Parola ed a incontrare Gesù, a seguirlo.

Gesù è l’agnello di Dio, il servo di Dio, è il dono di Dio, è Dio come dono di grazia per noi – l’umanità intera.

I due seguono Gesù. Sono come alla ricerca, spinti da una voce umana.

È Gesù che si volta verso di loro, proprio mentre loro lo stanno cercando.

Non siamo più nella notte. I due vedono Gesù e Gesù vede loro. All’ascolto e alla parola si aggiunge il gioco degli sguardi. Quasi a dirci: Dio è qui, è visibile, è Lui, è Gesù!

Gesù osserva che quei due lo seguono. Li chiama con una domanda.

Anche questo è tipico di Gesù.

È molto bello.

Viene in mente la scena finale, raccontata da Luca, dei due discepoli di Emmaus. Là siamo alla fine. Qui siamo all’inizio.

Questa domanda è addirittura più radicale ancora: «Che cosa cercate?». È una domanda con cui Gesù vuole spingere i due a dire, a rivelare i loro desideri.

Certo, all’apparenza la domanda può sembrare banale. Ma non lo è per Gesù.

C’è una specie di ‘secondo livello’, molto più profondo cui rimanda l’apparenza del racconto.

È la domanda che è rivolta, da Gesù, a ciascuno di noi: «Che cosa cercate?». Che cosa cerchi?

È un interrogativo rivolto a tutti e a ciascuno.

Cerchiamo quello che desideriamo, perché non lo abbiamo.

Tutta la vita è una ricerca, spinta dal desiderio e tesa ad una felicità, un compimento, che sembra sempre sfuggirci. Perciò continuiamo a cercare.

I due rispondono a Gesù: «Rabbì … dove dimori?».

Anche questa risposta, che potrebbe sembrare banale, nasconde invece un livello più profondo. «Dove dimori?» è di più di dove abiti.

All’inizio del Prologo, pochi versetti prima, Giovanni dice che il Verbo, la Parola, «in principio» è «presso Dio».

Questo è il luogo dove dimora Gesù: è la comunione con il Padre, nello Spirito.

A questi discepoli Gesù risponde – in un dialogo crescente – con una proposta, un invito netto, che assume i toni di un comando, che però non è una legge fredda, ma è un comando d’amore, che invita a un’esperienza, a un incontro, a uno ‘stare’ con Lui: «Venite e vedrete».

In questo invito c’è una promessa, che li chiama a fidarsi di Lui, della sua Parola.

Quel giorno per i due discepoli fu indimenticabile!

Ancora dopo tanti anni, ricordano che rimasero con Lui fino «circa le quattro del pomeriggio».

Forse uno dei due era Giovanni, colui che ha scritto il quarto Vangelo, secondo la tradizione.

L’altro era Andrea. Questi incontra suo fratello Simone e lo invita a seguirlo, per incontrare anche lui Gesù.

L’esperienza di quell’incontro per Andrea è stata così straordinaria e ricca, che trasforma la sua vita. Non può non condividerla. Non può tenerla per sé. Sarebbe sprecata!

Allora lo conduce da Gesù.

La fede è ‘infettiva’, si comunica.

Ma non è un’imposizione, una costrizione, e tantomeno una ‘magia’. È un ‘gioco di libertà’.

Quando Gesù si vede davanti Simone, è Lui che, per primo, gli parla.

Fissa lo sguardo su di lui. Fissa i suoi occhi negli occhi di Pietro – è fortissimo questo passaggio! –.

Poi gli dona un nome nuovo, che è una promessa: “egli Simone, si chiamerà Pietro (Cefa), perché sarà la pietra su cui costruire la sua Chiesa, che siamo noi!

don Maurizio

14 gennaio 2018