La famiglia nel bosco verso il ricongiungimento. Cosa ci insegna questa vicenda

Il Tribunale dei minorenni dell’Aquila ha deciso per un graduale ritorno dei figli della “famiglia nel bosco” con i loro genitori. Una storia emblematica che può insegnare molte cose sui servizi sociali, il diritto dei minori e il nostro modo di approcciarci a questi argomenti

La lunga e chiacchierata vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” pare arrivata a un nuovo capitolo che si spera possa gradualmente far tornare i bambini a vivere insieme ai genitori, in sicurezza. Il Tribunale dei minorenni dell’Aquila ha infatti deciso di avviare un percorso “a tappe” che prevede la possibilità che, inizialmente, i bambini tornino a casa durante il giorno, con il monitoraggio dei servizi sociali e, da ottobre, possano fermarsi anche a dormire, almeno durante il weekend. Un “significativo passo avanti” – ha commentato il legale della coppia Simone Pillon – anche se il “percorso giudiziario pare ancora lontano dal necessario e auspicabile pieno ricongiungimento familiare”.

Il superiore interesse del minore

Eppure, sebbene la soluzione auspicata dai genitori e dal loro avvocato non sia ancora stata raggiunta, è indubbio che la decisione del Tribunale vada in tal senso e, soprattutto, riconosca che i genitori stanno facendo ciò che giudici e Servizi Sociali chiedevano come condizione per la riunificazione con i propri figli: regolarizzare la situazione abitativa, avviare dei percorsi sanitari, collaborare con i Servizi, inserire i bambini nel sistema scolastico… In sostanza, come sottolinea un articolo di Avvenire, costruire quelle condizioni che erano state indicate come essenziali per poter considerare il ritorno a casa dei bambini come l’opzione migliore per il loro futuro.
Al di là della vicenda in sé, però, quanto successo – prosegue Avvenire – apre a riflessioni più ampie riguardo la fragilità del sistema, nonché “le distorsioni con cui l’opinione pubblica guarda alla tutela dei minori”. Il quotidiano della CEI elenca, dunque, cinque “lezioni” che, a partire da quanto sollevato con la vicenda della “famiglia nel bosco”, possono essere utili per un dibattito collettivo più ampio.

Ogni caso è a sé

Innanzitutto, è doveroso tenere in considerazione il fatto che un caso specifico non è “il sistema”. Per mesi si è discusso di una singola storia quando i dati dicono che i minori fuori famiglia sono circa 31mila, divisi quasi equamente tra chi è in comunità e chi è in affido. Dietro a ciascuno di questi casi c’è una storia specifica; ci sono traumi e vicende dolorose che rimangono lontane dai riflettori. Prendere un singolo caso per riflettere sull’intero sistema è un errore, che, in più, finisce inevitabilmente per polarizzare la discussione e formare degli schieramenti, attribuendo alla vicenda un valore che non può avere e facendo smettere di “interrogarsi su tutto ciò che resta invisibile”.

Stringere i tempi

La seconda lezione è che, nonostante quello che dica il diritto, ovvero che al centro ci debba essere sempre il “superiore interesse dei minori”, questa vicenda ha mostrato come il dibattito sia quasi sempre incentrato sul punto di vista dei genitori. Eppure, per un adulto qualche settimana di tempo può essere, nel complesso, un tempo trascurabile, mentre per un minore costituisce una “parte significativa della propria crescita”. Da qui la necessità non solo di utilizzare prudenza in ogni decisione che si prende, ma anche cercare di essere il più possibile rapidi: “il tempo dell’infanzia non coincide con quello dei procedimenti giudiziari”.

Evitare le battaglie ideologiche

La terza lezione richiama in un certo senso la prima: fare della tutela minorile (e per di più di un singolo caso) il campo per una battaglia ideologica è un errore grossolano che, ancora una volta, finisce per penalizzare chi “rimane in mezzo”, ovvero i bambini. È evidente come, fin da subito, la vicenda della “famiglia nel bosco” sia diventata il terreno per un duello di posizione, per un attacco generalizzato all’operato dei giudici piuttosto che una difesa a spada tratta delle decisioni dei servizi. Questa polarizzazione non fa bene a nessuno, meno che mai a tutti i bambini che sono lontani dalle loro famiglie.

La decisione finale è solo la punta di un iceberg

La quarta lezione è proprio sul funzionamento sei Servizi Sociali: quanto accaduto ha mostrato come il dibattito si sia acceso nel momento della “decisione finale” sei Servizi, ovvero l’allontanamento dei minori. Ma, prima, sono venuti mesi e mesi di lavoro, monitoraggio, richieste, interventi educativi… Come sottolinea Avvenire: “Quando si arriva alla limitazione della responsabilità genitoriale significa che, secondo la valutazione dei giudici, gli strumenti meno invasivi non sono stati sufficienti”.
Con questo non si vuole dire che il sistema sia infallibile, ma che, ancora una volta, un singolo caso, preso a partire dalla decisione “finale” di un percorso, non possa in alcun modo trasformarsi in una “delegittimazione indiscriminata di magistrati, assistenti sociali, psicologi ed educatori”.

Cambiare si può

Infine, la quinta lezione ci dice che “il cambiamento è possibile”. Se per mesi ci si è accaniti tra l’immagine di una famiglia perseguitata e quella di due genitori incapaci di cambiare il loro stile di vita per il bene dei bambini, la decisione del Tribunale ha invece mostrato che un percorso più graduale di cambiamento è possibile. È possibile, però, solo se le istituzioni coinvolte, dalla magistratura ai genitori, lavorano affinché “i bambini possano tornare a crescere in un contesto ritenuto adeguato. Collaborando tra loro, non facendosi la guerra!”
Perché bisogna ricordare, come detto, che per una vicenda che, si spera, si avvia verso la conclusione, ce ne sono migliaia di altre che cercano la loro soluzione lontano dei riflettori.

A cura della redazione di Ai.Bi. Amici dei Bambini ETS.
Dal 1983 al fianco dei minori in difficoltà, Ai.Bi. promuove la tutela dei loro diritti, la diffusione di contenuti informativi utili per giovani, minori e famiglie, e la sensibilizzazione sociale.