Adozione internazionale. Tra limiti e amore totale: il ruolo dei nonni

Quando il passato del bambino entra a tavola la domenica. Diverse testimonianze ci aiutano a riflettere sul comportamento dei nonni nei confronti dei nipoti adottati e, soprattutto, sul rispetto del ruolo dei genitori

Capita di frequente di ricevere mail o raccogliere testimonianze che riflettono sul ruolo dei nonni all’interno delle famiglie adottive. Racconti intensi e sinceri che attraversano l’attesa, la gioia, la fragilità e i delicati equilibri tra generazioni, mettendo in luce quanto il sostegno familiare possa essere una risorsa preziosa, ma anche una sfida quotidiana.

La testimonianza

Una delle più grandi forze, come famiglia adottiva, credo sia il fatto che abbiamo ancora tutti e quattro i nonni (e anche una futura bisnonna, acciaccata ma ancora pimpante).
Avere questo “elemento collante” rappresentato dalla famiglia – molto unita, in sinergia e di grande supporto alla nostra coppia – ci rende più forti di fronte alle incertezze dell’iter adottivo.
I nostri “vecchi” hanno la splendida capacità di aiutarci nell’attesa e di trovare il loro posto nel percorso che stiamo vivendo, senza domande scomode, senza invadenza, dimostrando un desiderio immenso di abbracciare il futuro nipote, ma con rispetto e discrezione.
Questo ci aiuta davvero, perché, in alcuni momenti molto difficili del tempo dell’attesa, so – e anche mio marito ne è consapevole e lo vive a modo suo – di poter aprire il cuore e soffrire apertamente, sapendo che troverò un abbraccio caldo e una resistenza silenziosa che mi avvolge e mi riscalda.
Quando invece riesco a confidare i miei sogni, le illusioni e i desideri sul figlio che sarà, loro ascoltano e gioiscono con me, con noi, e anche tra di loro.
Tra consuoceri si scambiano consigli, compiti e indicazioni, fantasticando sulla vita che verrà quando arriverà il tanto desiderato nipote.
“Io lo porterò a nuoto”, “tu che sei stata una brava maestra potresti insegnargli l’italiano”, “al parco giochi lo accompagno io, mentre mia moglie preparerà la torta più buona…”.
Questo è il tenore dei loro discorsi, quando intuiscono che è una buona giornata per parlarci del futuro.
E io sorrido, convinta che sarà davvero così.
Non vedo l’ora di assistere, serena, alle scorribande del mio bimbo, circondato da nonnetti arzilli e amorevoli.

Il nipote adottivo

Ho notato che i genitori, miei e di mio marito, riescono a concepire nella loro mente che il nipote adottivo abbia due appartenenze: quelle delle due stirpi – nonni paterni e materni – in cui ora vive.
…tralasciano la famiglia d’origine, ma non posso chiedere troppo ai nostri anziani genitori.
Il compito normativo e di regolazione resta in capo a me e a mio marito; loro assumono un ruolo più morbido, alleggerito dalla fatica educativa. Eppure sono alleati preziosi che, lavorando in seconda linea, riescono a ottenere con mio figlio risultati sul comportamento che a me richiederebbero giorni e giorni di impegno.
Il nonno ha aiutato sua moglie a diventare nonna, e viceversa: con l’amore e la complicità di decenni di vita insieme si supportano e si consigliano sui comportamenti da tenere con il nipote. Parlano tra loro dei modi migliori di agire, delle regole da impartire, delle priorità e di ciò su cui si può soprassedere.
Poi capita che la “chioccia” che vive in mia madre esca fuori con prepotenza, viziando in modo totale, tanto da doverla persino sgridare. Ma le sue ragioni, indifendibili, non reggono:
“Ghe vojo tropo ben, no riesso”, mi dice [“gli voglio troppo bene, non riesco”, per chi non ha familiarità con il dialetto veneto] Cosa posso farci? La capisco bene.
Quel visetto, entrato prepotentemente nella mia vita e nella loro, ha la capacità di far crollare tutte le maschere severe che indosso quando devo riprenderlo. Chi riesce davvero a restare seria quando il piccoletto ti guarda con quell’espressione da monello colto in flagrante, che ti fa venir voglia solo di riempirlo di baci?

I discorsi in famiglia

Ed eccoci alle solite: una giornata coi parenti diventa il terreno di scontro tra la mamma adottiva e la nonna troppo buona che vizia.
Porto i miei figli a casa dei nonni per un pranzo in famiglia, in una domenica di febbraio tiepida e soleggiata. Si mangia nella grande veranda della cucina, dove trovo già seduti il nonno, i miei due fratelli con le rispettive consorti e prole, gli zii – fratelli di mia madre e di mio padre – un po’ vedovi, un po’ zitelle, un po’ latin lover attempati.
Persino il cane è al suo posto di sempre, in un angolo, intento a sgranocchiare ossetti e avanzi del banchetto luculliano che mia madre ha imbandito per questa ventina di congiunti.
I discorsi sono “i soliti”: sproloqui sulle squadre del cuore (diverse per ciascuno) e tattiche calcistiche degne di un raduno FIGC, pettegolezzi sui parenti antipatici, l’elenco dettagliato degli ultimi acciacchi di zia Matilde, le novità sui flirt della cugina frivola.
I nipoti, di età assortite, si accalcano a un capo della tavola, rumorosi, intenti a guardare i cellulari tra video musicali, giochi e novità digitali per me incomprensibili.
Quando mi azzardo a raccomandare al mio piccolo – arrivato da meno di un anno in Italia, dalla Colombia – di non “bersi il cervello” con la tecnologia, la nonna interviene subito in sua difesa: “Sei troppo severa con lui, perché già poverino è stato abbandonato, ha vissuto in condizioni deprivate, era solo, indifeso…”.
Scatta il battibecco: dovrei essere più morbida, più accondiscendente. Lui ha sofferto tanto, prima. Vero.
Ma so, da mamma, cosa è giusto fare per lui, e sono anche seguita dalla psicologa dell’ente che ci consiglia il meglio.
Discutiamo quindi del mio modo di educarlo, del mio modo di “essere genitore”, quasi volesse sostituirsi a me, dipingendomi come una dittatrice, un’aguzzina terribile di un “bimbo poverino che ne ha passate tante”.
E la bile mi esplode, perché non si rende conto che ho bisogno che lei sia al mio fianco, che mi sostenga nel ruolo educativo, non che si sostituisca a me. Ho bisogno che resti al suo posto nella nonnitudine: la genitorialità è compito mio.
È vero, i miei genitori mi aiutano molto nella gestione del nipote e passano molto tempo con lui. È facile superare il confine e sentirsi legittimati a intervenire. Ma esiste una linea tra genitori e nonni e, nell’adozione, questa linea deve essere rispettata ancora di più, per il bene del bambino, che sta cercando di comprendere gli equilibri (o forse li ha già ben chiari e ci gioca, traendone vantaggio).

Alert!
In famiglia ognuno ha il suo ruolo ed è bene non sconfinare sovrapponendosi agli altri.
Io sono la mamma. Tu sei la nonna.
Il bambino arrivato, mio figlio, per quanto abbia un passato pesante, avrà come punto di riferimento me. Io, mamma, stabilisco le regole che ritengo adatte. Tu, nonna, dovresti sostenermi.
A ciascuno il suo compito.

Informazioni e domande sull’adozione internazionale

Chi sta considerando un’adozione internazionale o semplicemente desidera avere maggiori informazioni su questi temi, può contattare l’ufficio adozioni di Ai.Bi. scrivendo un’e-mail a adozioni@aibi.it.
Ai.Bi. organizza periodicamente anche dei corsi pensati per dare alle coppie che si avvicinano per la prima volta al mondo dell’adozione, dando loro le nozioni base sulla normativa di riferimento, le procedure da espletare, la presentazione della domanda di idoneità, ecc. A questo link si possono trovare tutte le informazioni relative al prossimo corso online “Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale”.

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