Affidamento famigliare e privato sociale: proposte innovative verso un nuovo approccio

La visione della vicepresidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Cristina Riccardi

L’istituto dell’affido famigliare è nato per il desiderio di rendere esigibile il diritto, sancito dalle convenzioni internazionali, di ogni bambino di crescere nella propria famiglia; infatti è stato pensato come un allontanamento temporaneo che comunque potesse garantire a ogni minore di continuare a crescere in un contesto famigliare, ossia non essere privato delle fondamentali relazioni con dei genitori. L’ultimo anno ha visto salire alla ribalta delle cronache l’affido famigliare a causa di situazioni sicuramente molto preoccupanti. I fatti accaduti in un servizio sociale, in uno specifico territorio, sono diventati motivo di critica negativa sull’intero sistema, troppo spesso ancor prima di verifica.

Affidamento famigliare: l’alto rischio di buttar via un patrimonio di ottime esperienze

Partendo dal presupposto che gli illeciti verranno verificati dalla magistratura, da un lato è buona cosa che finalmente ci si sia resi conto della necessità di mettere mano a un sistema che per decenni è stato ignorato e che comunque in qualche modo è riuscito a dar risposte ai bisogni di molti bambini e alle loro famiglie, dall’altro lato è altissimo il rischio, non facendo un’analisi di ciò che funziona e di ciò che non funziona sull’onda comunicativa, di buttar all’aria un patrimonio di ottime esperienze.

Oggi, ancor più a seguito della pandemia, non occorre solo “inquisire”. Occorre certo un sistema di controllo dell’efficienza e dell’efficacia del sistema, ma occorre pensare a come far ripartire l’affido famigliare che, come testimoniano i dati, nato come intervento di prevenzione ora si configura troppo spesso come intervento tardo-riparativo. La recente pubblicazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (vedi link) riporta una stima riferita al dicembre 2017 dei minori fuori famiglia. In essa si evidenzia che il 20% dei 14.219 dei minori in affido lo è da più di 2 anni, mentre il 37,8% addirittura da più di 4. Ma ciò che colpisce sono anche altri dati: il 37,4% degli affidi termina con il rientro in famiglia da parte del bambino, l’11,6% con un affido preadottivo, il 3% dei ragazzi raggiunge l’autonomia (o meglio, la maggiore età) e il 48,1% transita verso una nuova tappa “della carriera nell’accoglienza”. Per quanto questi dati siano stime ormai anche troppo vecchie e incomplete per considerazioni approfondite, confermano la tendenza dell’affido famigliare come intervento non temporaneo. Il punto è chiedersi se la temporaneità viene meno per scelta progettuale o per inefficienza o insufficienza di interventi tempestivi e preventivi.


Affidamento famigliare: finanziamenti al sociale decurtati progressivamente dal 2008

Inoltre sottolineare che a partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008 i finanziamenti al sociale sono stati man mano decurtati, riducendo spesso i servizi sociali a dover “scegliere” quale bambino tutelare per mancanza di risorse economiche e professionali.

Questo quadro sommario, comunque, non basta a rappresentare il mondo dell’affido famigliare che è comunque riuscito a dare risposte, benché insufficienti, a molti bambini grazie alla disponibilità di molte famiglie affidatarie e di molte associazioni che si sono impegnate nei decenni nel garantire accoglienza. Associazioni che hanno accumulato esperienza in termini di volontariato ma anche di professionalità; che hanno collaborato con i servizi sociali apportando risorse umane ed economiche; alle quali le famiglie accoglienti fanno riferimento per essere formate e accompagnate e a cui gli stessi servizi tutela spesso fanno riferimento per il reperimento di famiglie affidatarie. Associazioni che hanno operato senza riconoscimenti specifici, ma attraverso bandi e convenzioni ad hoc. Un patrimonio esperienziale e umano inestimabile e non utilizzato appieno.

Affidamento famigliare: come travasare risorse per garantire la massima tutela ai bambini

Di fronte quindi alla mancanza di risorse nei servizi pubblici e a una disponibilità da parte del terzo settore, vien da sé chiedersi come travasare risorse in modo da garantire la massima tutela ai bambini e alle famiglie in difficoltà recuperando, ove possibile, il valore iniziale dell’accoglienza affidataria ossia il sostegno alle famiglie in difficoltà per garantire ai bambini di poter crescere all’interno di esse, anche dopo un necessario breve allontanamento.

La risposta è probabilmente mutuabile dal mondo della sanità e della scuola: canali paralleli tra pubblico e privato, un privato qualificato con standard essenziali di servizio pari al pubblico che, alleggerito, potrebbe alzare anche il proprio livello di prestazione.

A tal proposito una conferma e uno stimolo importante arriva dalla Corte Costituzionale che con la sentenza 131/2020 afferma: “[gli enti del terzo settore] costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico) sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità dei servizi e prestazioni erogate a favore della società del bisogno. Si instaura, in questi termini, tra i soggetti pubblici e gli ETS, in forza dell’art. 55, un canale di amministrazione condivisa, alternativo a quello del profitto e del mercato: la ‘co-programmazione’, la ‘co-progettazione’ e il ‘partenariato’ (che può condurre anche a forme di ‘accreditamento’) si configurano come fasi di un procedimento complesso espressione di un diverso rapporto tra il pubblico ed il privato sociale, non fondato semplicemente su un rapporto sinallagmatico”.

L’uscire da un sistema che veda il privato sociale formalmente subordinato al pubblico e quindi limitato nelle sue possibilità di azione, ma di fatto portatore di risorse indispensabili, non può non essere fatto con la massima garanzia per i minori in tutela.

Come indica anche la Corte Costituzionale, occorre un sistema di accreditamento che autorizzi gli enti del terzo settore a operare e che li controlli. Accreditamento che potrebbe avvenire anche su specifiche azioni in base alla struttura che gli enti possono mettere a disposizione (sensibilizzazione all’accoglienza affidataria, formazione, accompagnamento, gestione dei progetti d’affido).

Attualmente la legge 328/2000 prevede che le normative per l’autorizzazione al funzionamento e l’accreditamento di servizi in materia socio-sanitaria siano disciplinate a livello regionale, ma forse sarebbe opportuno pensare anche ad un coordinamento a livello nazionale per garantite a ogni bambino, a prescindere dalla regione di residenza, l’esigibilità dello stesso diritto a crescere in famiglia.

Cristina Riccardi
Vicepresidente Ai.Bi. – Amici dei Bambini