Affido. A cinquant’anni abbiamo accolto un bambino di 20 giorni

“All’inizio è stato un insieme di gioia e smarrimento perché in pochissimo tempo dovevamo attrezzare una casa per un bambino così piccolo. Ci sono venuti in aiuto amici, parenti e anche solo conoscenti. Abbiamo scoperto una solidarietà attorno al nostro quartiere”.

 La voglia di donare amore ad un bambino in difficoltà familiare è un desiderio che nasce dal profondo del cuore e non conosce limiti, soprattutto di età.

Così è possibile ritrovarsi come Marco e Federica che a cinquant’anni e con una figlia di 14 anni, Elisa, hanno deciso di prendersi cura di Matteo, un piccolino di 20 giorni.

La loro bella storia, raccontata da Avvenire, ha inizio circa 2 anni fa, quando, dopo 20 anni di matrimonio, la famiglia ha deciso di aprire le porte della loro casa ma soprattutto del loro cuore, ad un bambino in difficoltà.


“Avevamo da sempre il desiderio di accogliere un bambino; anche se non avevamo ancora capito in quale modo – spiega Marco ad Avvenire – Non conoscevamo l’esperienza dell’affido, fino a quando un mio collega non mi ha reso partecipe dell’arrivo in casa sua di una bambina. Per diversi anni, poi, ci eravamo dovuti occupare di mia mamma, che aveva una grave malattia e che è mancata due anni fa. Questa dedizione totale, assieme alla testimonianza del mio amico, ha fatto maturare in noi la decisione di muovere dei passi concreti”.

 Così Marco e Federica hanno deciso di rivolgersi ad Ai.Bi. e di partecipare ad un corso di formazione che gli avrebbe permesso di giungere preparati e consapevoli a questa importante ma allo stesso tempo impegnativa, esperienza. Ascoltare poi le storie di altre famiglie che avevano già compiuto lo stesso percorso è stato davvero importante per loro.

La telefonata!

Ed ecco che dopo un anno, proprio poco prima della Vigilia di Natale, arriva la fatidica telefonata: “Sareste disposti ad accogliere in casa Matteo?”

 All’inizio è stato un insieme di gioia e smarrimento – racconta Marco- perché in pochissimo tempo dovevamo attrezzare una casa per un bambino così piccolo. Ci sono venuti in aiuto amici, parenti e anche solo conoscenti. Abbiamo scoperto una solidarietà attorno al nostro quartiere”.

 Certo, oltre la gioia e l’emozione non è mancata anche la fatica nel rimodulare i propri ritmi di vita ormai consolidati. Fondamentale è stato l’entusiasmo di Elisa, rivela il quotidiano, che di punto in bianco non si è più trovata sola in famiglia:

I miei mi hanno coinvolta fin dall’inizio – racconta – e mi hanno sempre trovata d’accordo. Il fatto di essere già abbastanza grande mi ha impedito di essere gelosa e a guardarlo come un fratellino da accudire e proteggere. L’ho aiutato a muovere i primi passi e passo molto tempo a giocare con lui”.

Alla paura del distacco la famiglia risponde con saggezza: “essere madre e padre non vuol dire avere un figlio tutto per te, ma accompagnarlo per un pezzo di strada, insegnargli a diventare grande e restituirgli una vita degna di essere vissuta, anche se questo lo può portare lontano da noi”.

Una bella storia di amore ed accoglienza che dimostra, ancora una volta, come la famiglia sia il vero motore ma forse sarebbe meglio dire cuore pulsante della società e una grande risorsa per il futuro.