Appello di Ai.Bi.: “Ci hanno lasciati soli. Costretti a chiudere le case di accoglienza: in 7 mesi non abbiamo ricevuto nemmeno un euro dallo Stato”

misna 350Si torna a fare la conta dei morti. Sono 30 quelli arrivati sulle coste siciliane lunedì 30 giugno a bordo di un barcone partito 3 giorni prima dalla Libia. Nell’ultimo week end, nel Canale di Sicilia, sono state soccorse più di 5mila persone e fra loro, come sempre, c’erano molti minori non accompagnati e donne sole con bambini. E, anche questa volta, si torna a parlare di emergenza umanitaria, carenza di posti, disorganizzazione: i centri di prima accoglienza non hanno posti letto e i Comuni sentono il peso di dover gestire da soli questa situazione. Come se fosse la prima volta: come se non fosse ampiamente previsto che, con l’arrivo della bella stagione, il flusso migratorio si sarebbe intensificato.

A fronte di un’accoglienza deficitaria, sempre in affanno, in cui le istituzioni si rimbalzano a vicenda le responsabilità, c’è n’è un’altra – quella gestita dalle associazioni di volontariato – che si impegna a garantire il rispetto dei diritti e la dignità di ogni persona che approda sulle nostre coste. Un’accoglienza che funziona e che, invece, viene dimenticata, mai supportata e, alla lunga, costretta ad arrendersi. È quanto sta accadendo a Casa Mosè, il centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati gestito da Amici dei Bambini a Messina: una bella realtà che oggi rischia di chiudere i battenti.

Inaugurata l’11 dicembre 2013, Casa Mosè da quel giorno ha ospitato più di 70 minori. Ragazzi in fuga dalla miseria e dalla guerra che qui hanno trovato una prima accoglienza, in attesa di essere trasferiti in centri educativi per minori. Da noi hanno ricevuto l’assistenza degli educatori, le prime visite e cure mediche, le prime nozioni linguistiche. E non solo: hanno potuto giocare a calcio con i giovani italiani, hanno imparato a usare i social network e diventare “nostri amici”, hanno potuto contattare e rassicurare le proprie famiglie di origine. Abbiamo ascoltato le loro speranze per il futuro e abbiamo condiviso con loro affetti familiari e abitudini culturali.


Ora tutto questo rischia di finire. Il motivo? In 7 mesi Casa Mosè non ha visto un euro di contributo da parte delle istituzioni. E questo a fronte di una spesa di circa 105mila euro. Nella gestione dell’accoglienza, così come lo stato italiano, anche Ai.Bi. è stata lasciata sola: fino a oggi è stato possibile resistere soltanto grazie ai fondi raccolti con la campagna Bambini in Alto Mare. Ma adesso questo non basta più e andare avanti è diventata un’impresa impossibile. Ci si chiede dove siano le istituzioni, dove sia l’Europa in tutto questo. Con un’emergenza che continua a intensificarsi, come si può andare avanti se le istituzioni non offrono il loro contributo? Fino a quando si potrà fare leva solo sul volontariato? Perché non si rendono subito disponibili le risorse del Fondo nazionale per i Minorenni stranieri non accompagnati? In tal modo anche Casa Mosè potrebbe sopravvivere.

Anche perché, per quanto riguarda le gestione “istituzionale” del sistema di accoglienza dei migranti, il futuro appare tenebroso. Il Commissario degli affari interni dell’Unione Europea, Cecilia Malmstrom, ha chiaramente detto che “La Ue sta cercando il modo di contribuire maggiormente dal punto di vista finanziario, ma nell’ambito delle risorse esistenti, per aiutare l’Italia nei suoi sforzi”. E Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, non ha nascosto il suo pessimismo a riguardo: “Quella italiana sarà una battaglia politicamente difficile. Sarà impresa ardua convincere gli altri Paesi a fare di più”, perché all’estero sarebbero contrari a ogni tipo di solidarietà intracomunitaria e di europeizzazione dell’accoglienza. “Quello che può fare l’Italia – afferma Hein – è pensare a rafforzare il gruppo dei Paesi dell’area del Mediterraneo che hanno interessi comuni”. E cercare di sostenere quelle forme di accoglienza che hanno già dato i loro frutti.

Fonte: Redattore Sociale