Avviare un affido a Codogno, nei giorni bui del Coronavirus: una bella storia di accoglienza

La lettera di Cecilia, mamma di tre bambini, che ha scelto di accogliere nel momento più difficile

Avviare un affido a Codogno, nei giorni in cui l’allarme per il Coronavirus era alle stelle. Questa è la (bella) storia di Cecilia (il nome è di fantasia), una mamma naturale di tre bambini che ha dimostrato nei fatti che, anche quando tutto doveva fermarsi, l’accoglienza non lo ha fatto e, anzi, è andata avanti, sfidando la paura. Ai.Bi. – Amici dei Bambini ha fatto di questo concetto la propria missione nei mesi difficili del lockdown, lanciando la campagna “Emergenza Coronavirus. L’#Accoglienzanonsiferma“. Una missione di cui Cecilia può essere il naturale “testimonial”.

Di seguito riportiamo la lettera che Cecilia ci ha mandato, certi che possa servire a scaldare qualche cuore. E, chissà, ad aprire per qualcuno le porte su un mondo, quello dell’affido famigliare, che merita di farsi conoscere.

L’inizio di ogni nostra mossa non è un’analisi di ciò che gli occhi vedono, ma un abbraccio di ciò che il cuore attende…”, diceva don Giussani. E, proprio così, il nostro cuore attendeva te piccolo Bubi (come ti chiamano i tuoi tre fratelli affidatari). Mentre il mondo si preparava a fronteggiare la pandemia, i servizi ci hanno chiamato raccontandoci la tua storia e di come la fragilità della tua mamma aveva portato gravi conseguenze di salute anche a te che eri stato abbandonato poi in ospedale.


Una calma, una pace nel cuore ci ha fatto rispondere “sì” a quella chiamata che ci ha portato a conoscere il servizio sociale che ti segue in un paese che tre giorni più tardi è diventato famoso per tutta Italia: Codogno. Ancora vedo l’autostrada vuota per il lockdown davanti a me, mentre veniamo a trovarti in ospedale con un permesso speciale. Solo noi, per raggiungerti e non lasciarti solo. Tu così piccolo, e con una sola grande necessità… essere amato.

Mentre gli scaffali dei supermercati iniziavano a essere presi d’assalto e la paura a diffondersi per il Covid tra le persone, il tuo nome risuonava nel cuore e nelle parole di tutti noi e mi spingeva ogni giorno a fare 120 km per venire da te in ospedale. Coccolarti, baciarti, stringerti al mio petto, questi gesti rispondevano all’unico mio desiderio: essere una madre per te, donarti dei fratelli e un papà, per tutto il tempo necessario affinché chi di dovere decida di chi dovrai essere figlio definitivamente.

Ti abbiamo portato a casa preoccupati per la quantità di esami e visite che dovevi affrontare, con in mano un’ultima ecografia che ti lasciava la solo certezza che avresti camminato, ma per il resto nessuno sapeva il tuo reale stato di salute neurologico e cognitivo. Ho imparato che dobbiamo stare di fronte alla realtà che ci viene messa davanti, e tu, giorno dopo giorno hai risposto proprio a questa realtà fatta di volti, parole, carezze, pianti.

Hai dimostrato di non essere ciò che diceva un referto, ma hai risposto con forza alla vita, facendo dei miglioramenti incredibili, andando incontro al tuo desiderio di essere amato e al nostro di poterti amare. Semplicemente questo.

Sei stato chiamato per nome, noi siamo stati chiamati per nome; tu sei il dono per tutti noi in epoca di pandemia, l’abbraccio che il nostro cuore attendeva: il nostro Bubi comunque per sempre e ovunque la vita ti porterà.

Sono tanti i “Bubi” che ancora attendono delle braccia accoglienti che possano accompagnarli per una parte del cammino della propria vita. E, forse, queste braccia accoglienti potrebbero essere le tue. Sì, proprio tu, che stai leggendo queste righe, potresti essere un tassello nel grande puzzle dell’accoglienza.

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