Francesco, con Ai.Bi. sul tetto del mondo

Che ci fa un livornese trentaduenne a Kathmandu? Ce lo spiega Francesco Fedi, volontario espatriato per Ai.Bi., in Nepal dall’ottobre 2009.
Partiamo dalle “origini”, Francesco: come sei arrivato sin qui?
A essere sincero, inizialmente per caso: nel 2004 ero in Argentina per motivi di studio e ho fatto un’esperienza di volontariato presso alcune ONG locali. Mi è piaciuto molto. Ha iniziato a farsi strada in me l’idea di scegliere questa vita: mi è stato consigliato di rivolgermi ad Ai.Bi., ho inviato il mio curriculum e, dopo 5 anni, sono ancora nel Team, felice di farne parte.

Come hai iniziato?

Prima, ho seguito l’iter formativo in Ucraina, poi ho svolto la mia attività di coordinatore in Bulgaria, per 3 anni, seguendo diversi progetti e occupandomi in particolare dei minori in Istituto (la maggior parte di etnia ROM).


Dopo la Bulgaria, l’incarico in Nepal: giusto?

Sì. In Nepal, Ai.Bi. segue soprattutto progetti di prevenzione dell’abbandono: solo da poco lavoriamo con un istituto, CFO Nepal, che si trova a Patan (uno dei tre distretti della Valle di Kathmandu, insieme al distretto di Kathmandu e Bhaktapur). Questo istituto ospita 27 minori, dai 3 ai 17 anni. Poi c’è il famoso Centro Paani (che significa “acqua” in nepalese, ndr), un centro diurno: ogni giorno ospita 35 bambini di famiglie povere e offre servizi sanitari e psicologici, oltre all’animazione e alla socializzazione e a preziosi corsi professionali (che spaziano dal taglio&cucito alla cucina), a famiglie della comunità di Jadibuti (un’area del distretto di Kathmandu).

Di certo manca il tempo di annoiarsi! Ci descrivi una tua giornata-tipo?

Come si può immaginare, la “routine” non esiste. Tendenzialmente, la mattina presto mi incontro in ufficio con i miei colleghi: una project manager davvero professionale, il contabile, un assistente “tuttofare” e una giovane stagista. Lavoriamo in base alle scadenze, soprattutto amministrative e progettuali, nepalesi e italiane. Almeno una volta ogni due giorni ho un incontro e, almeno una volta a settimana, vado al Centro Paani. La sera cerchiamo di non fare troppo tardi: in fondo, fuori dall’ufficio, c’è un paese da scoprire!

Quindi ci stai dicendo che la vita in Nepal non è poi così male…

Per niente! Certo, la “città” è più simile a un villaggio: i “locali”, come li intendiamo noi occidentali, scarseggiano e gli espatriati tendono a fare un po’ vita a sé, facendo “gruppo” tra di loro.  Pur non offrendo granché in termini di divertimento, è un posto tranquillo, economico e con un’atmosfera davvero particolare. Insomma, mi trovo davvero molto bene.

E con la popolazione locale, con i bambini? Qual è la loro situazione?

Ci sono molti bambini in istituto, ma pochi sono davvero “abbandonati” dalle famiglie d’origine. Qui, l’istituto è considerato quasi una sorta di “collegio”, dove vengono offerti istruzione, cibo e cure mediche, che altrimenti la famiglia, spesso poverissima, non è in grado di garantire. Ma non vengono propriamente abbandonati (ndr: in Nepal, tutt’oggi le adozioni internazionali sono in situazione di stallo; da pochi mesi, il governo nepalese sta valutando di proporre una timida apertura sull’adozione di 200 bambini special needs, cioè in età più grande, o fratrie, o con problemi sanitari, ancorché lievi). La particolarità del Paese è rappresentata dalla divisione in caste ed etnie (circa 100!): i Brahmini (come la nostra project manager) sono l’etnia dominante. Noi di Ai.Bi. cerchiamo di prevenire l’abbandono, migliorando la situazione economica delle famiglie povere. Ora partiamo col Microcredito.

Spiegaci meglio questo progetto!

Stiamo implementando un progetto che prevede l’assegnazione di 12mila euro per il Microcredito. Sono stati selezionati 33 beneficiari, che riceveranno denaro e skills per iniziare un’attività imprenditoriale. Le attività sono le più diverse: dalla creazione di tappeti all’allevamento di maiali. Un progetto che serve a dare speranza a tante famiglie.