Kimi Antonelli: il campione della porta accanto che piace a tutti

Il più giovane Campione del Mondo della storia della F1 colpisce per la normalità del suo atteggiamento. E per quella famiglia così amorevole, presente e “normale” in cui è facile rispecchiarsi

Forse, come scrive Avvenire, il “succo” della storia di Kimi Antonelli è “tutto qui”: “un ragazzo normale che fa cose eccezionali”. Perché, effettivamente, il ventenne bolognese, appena diventato il più giovane Campione del Mondo della storia della Formula 1 ha colpito tutti proprio per la naturalezza e la “normalità” del suo atteggiamento, pur in una situazione così particolare che giusto una ventina di persone in tutto il mondo possono vivere: quella di pilota di Formula 1. Uomini (e ragazzi) che sono vertici di una piramide che coinvolge centinaia di investitori, migliaia di lavoratori e milioni di appassionati. Insomma, non certo una responsabilità da poco.

Figlio prima che campione

Sugli aspetti tecnici, sulle precocità dei record segnati da Kimi Antonelli, tanti, più qualificati, hanno scritto e scriveranno ancora. Quello che qui vogliamo fare è, invece, sottolineare proprio l’aspetto da “bravo figlio di famiglia” che è sicuramente una delle caratteristiche che più ha colpito il pubblico e contribuito a far sì che tutti, avversari compresi, ad Antonelli sembrano voler bene!
Chi ha avuto modo di conoscerlo quando, da bambino, correva nei go-kart, si ricorda questo atteggiamento di “normalità” in un paddock dove, anche lì, non mancano le eccezioni di piloti in erba che arrivano con il motorhome fuori scala, pagato dal ricco papà di turno.
Il papà di Antonelli invece, veniva in pista per sporcarsi le mani, da esperto ex pilota e proprietario, a suo volta, di un proprio team di auto.

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Una famiglia in cui rispecchiarsi

Proprio l’aver visto la famiglia al completo, con mamma, papà e la sorella di 11 anni, abbracciare Kimi da nuovo campione del mondo, sulla pista di Città del Messico, ha riportato il mondo dorato e lontanissimo della F1 a una dimensione più umana, più accessibile.
Il meccanismo è un po’ lo stesso che si è visto per Jannick Sinner, incensato per i suoi precoci trionfi, ma lodato anche per quel suo atteggiamento pacato e dimesso e per quella famiglia che non sempre è stata presente nelle partite importanti perché aveva prima di tutto un lavoro da portare avanti. Quel lavoro che, come per tutti, è alla base della possibilità stessa dei figli di poter fare sport.

Un “buon esempio”

Fa riflettere come, mentre sui social rapper, influencer e personaggi di spettacolo tante volte fanno a gare per essere più sopra le righe degli altri, il mondo dello sport abbia proposto, oggi più che mai, dei modelli di campioni che vincono rimanendo con i piedi per terra. E, forse, vincono proprio PER aver saputo tenere i piedi ben saldi per terra.
Ben venga, allora, la dichiarazione di una mamma che, in un paddock di multimilionari, ha ammesso con candore che a Kimi ancora dà la “paghetta” (riaprendo, di contorno, l’antico dibattito sulla questione “paghetta sì – paghetta no”) perché – come riporta sempre Avvenire – “deve sapersi gestire e capire che nessuno regala niente ma tutto si conquista”.
Ben vengano i servizi dei Tg di un Kimi Antonelli impegnato alla maturità con i suoi compagni di classe di un liceo “normale” e non di un’esclusiva scuola privata.
Ben vengano gli amici di una vita per i quali quel campione di F1 rimane sempre il “bro” con cui scherzare.
Ben vengano perché ci restituiscono un po’ di normalità in una storia che, in fin dei conti, normale non è.
Non fosse così, d’altra parte, non farebbe sognare come invece fa! [foto in apertura: © Kuyper via Wikimedia commons.]