La cooperazione è una relazione reciproca. Conosciamo Manuela Di Spaldro, cooperante Ai.Bi. in Bolivia

Di Spaldro: “Forse con gli anni si crea una ‘cappa’ di distacco ma allo stesso tempo di protezione. Ma sotto quella cappa c’è costantemente qualcosa che brucia, che non ti lascia, che ti fa andare avanti sempre nonostante tutta la stanchezza visiva, fisica, mentale. Quella scintilla è il mio punto fermo, la mia bussola”

Amici dei Bambini, da più di 30 anni, opera nel mondo attraverso progetti di cooperazione internazionale, con l’obiettivo di restituire ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare il diritto di avere una famiglia ed un’infanzia serena e lo fa grazie al grande cuore, impegno e professionalità dei suoi cooperanti.
Sono donne e uomini che decidono di lasciare il proprio Paese e trasferirsi a migliaia di km di distanza, con l’unico obiettivo di restituire ad un minore abbandonato, “l’altro mio figlio”, il diritto di essere figlio.
Molte delle notizie, pubblicate da Ai.Bi. e provenienti dai Paesi dove l’associazione opera, provengono direttamente da loro, dal lavoro delle nostre “inviate” e i nostri “inviati” sul campo, perché la cooperazione è fatta sì, di progetti, ma soprattutto di volti e di persone. Siete pronti a conoscerli?

Manuela Di Spaldro cooperante Ai.Bi. in Bolivia

Iniziamo da un piccolo identikit:
Nome: Manuela
Cognome: Di Spaldro
Età: 42
Provenienza: Lecce
Famiglia: due figli di 6 e 8 anni

Come sei arrivata a fare la cooperante?
Ho studiato Scienze Diplomatiche e Internazionali e mi sono laureata nel 2005. Ho fatto un corso di alta formazione in progettazione europea a Bologna che prevedeva uno stage presso una ONG. Da lì, ho cominciato la mia esperienza lavorativa con IBO Italia. In quel periodo, nel 2006, l’ufficio aveva bisogno di una stagista da inserire nell’area volontariato. Dopo tre mesi di stage ho fatto domanda per il Servizio Civile in sede a Ferrara e ho svolto 11 mesi nell’ufficio progetti, dove ho iniziato a toccare con mano il lavoro di progettazione, rendicontazione e gestione di progetti di cooperazione internazionale. Terminato il mio anno di servizio, sono stata assunta dall’ONG.


In che Paesi sei stata prima di arrivare dove ti trovi ora?
Ho lavorato tre anni a Ferrara, durante i quali ho potuto spostarmi su alcuni progetti di cooperazione attivi in Romania. Dopo tre anni, mi è stato chiesto di gestire un progetto MAE in Perù, che era stato appena approvato, e aprire una sede legale nel Paese. La durata prevista da progetto era tre anni. Sono rimasta 10 anni! Durante questo periodo mi sono occupata anche di Ecuador, Colombia e Bolivia. La Bolivia è il paese in cui sto lavorando attualmente.

Cosa consiglieresti di fare a un ragazzo che sogna di lavorare nella cooperazione?
Seppure oggigiorno sia diventato difficile lavorare nel settore, quando qualcuno mi chiede cosa fare per poter entrare nel mondo della cooperazione rispondo sempre: “Non demordere e non abbatterti alle prime difficoltà”. Sebbene venga richiesta tanta esperienza per poter cominciare, è importante sapere che le esperienze di volontariato nel settore contano molto. Inoltre, non sono da sottovalutare i programmi come Servizio Civile e/o Corpi Civili di Pace, o Corpo Europeo di Solidarietà, che offrono opportunità per avvicinarsi al settore, fare esperienza sul campo e apprendere le modalità di lavoro degli enti. Io consiglio sempre, se si ha la possibilità, di fare esperienza sul campo, perché è determinante, poi, nello scegliere se continuare a lavorare nel settore, in che modo, con quale profilo, oppure se abbandonare e lavorare in tutt’altro. Dal mio punto di vista è fondamentale la motivazione, ossia il “motore” che ci porta a rinnovare e rafforzare, quando ce n’è bisogno, la nostra scelta.

Come hai conosciuto Amici dei Bambini?
Conoscevo Amici dei Bambini perché lavoro nella cooperazione da tempo. Poi, nel 2016, mentre ero in Perù, ho avuto l’opportunità di lavorare per Ai.Bi. come capo progetto per alcuni mesi. Nel 2020 la mia esperienza lavorativa con IBO Italia è terminata. Cosi, quando ho visto la vacancy di AiBi per la Bolivia, non ho esitato a inviare la mia candidatura.

Come si concilia un lavoro come quello del cooperante in un Paese straniero con la vita di una famiglia?
Questa è un’ottima domanda per chi come me, mamma di due bambini di 6 e 8 anni, fa questo tipo di lavoro che ti porta spesso a viaggiare, assentarsi da casa per periodi medio- lunghi, a cambiare Paese. Dal mio punto di vista, le assenze non precludono la possibilità di offrire un tempo di qualità ai propri figli. C’è chi non lavora, chi lavora in casa, chi lavora stabilmente a tempo pieno o tempo parziale, ma tali condizioni non sempre sono sinonimi di tempo e predisposizione “accoglienti” verso i propri figli. Credo che i miei figli siano molto indipendenti su tanti aspetti. Per tutto il resto, vivere in uno o più Paesi stranieri, cambiare lingua, conoscere culture diverse, soprattutto conoscere contesti socio-economici differenti, reputo che siano un gran valore aggiunto per loro perché offre la possibilità di creare una coscienza critica, una sensibilità sociale e un’empatia particolarmente forte già in tenera età. Oggi è tutto molto scontato, immediato, facile, e la società in cui stanno crescendo i nostri bambini e/o ragazzi li racchiude in una bolla e li allontana dalle persone. Io vorrei che, attraverso il mio lavoro, i miei figli vedessero il mondo con le sue tante sfaccettature, belle e brutte, ma soprattutto che non si allontanino dalle persone, in qualsiasi modo esse siano. Questo è il regalo che vorrei lasciare loro.

I tuoi figli come vivono la situazione e i cambiamenti?
I miei figli di 6 e 8 anni hanno sempre vissuto in America Latina, prima in Perù e ora in Bolivia. Da piccoli (gia da 3 mesi) hanno viaggiato su voli intercontinentali, e sono stati gia in Ecuador e Colombia. Sono bilingue. Dopo quasi due anni in Italia, insieme alla famiglia e una pandemia di mezzo, temevo che, alla notizia di ripartire per un nuovo paese, avrebbero per lo meno avuto da obiettare. “Mamma dove andiamo questa volta?” è la prima cosa che mi hanno chiesto. Subito dopo tantissime domande e molto entusiasmo. Non nego che c’è e ci sarà sempre la tristezza di lasciare parenti e amici. Ma vedo anche una grande e veloce capacita di adattamento al cambio da parte loro.

La cosa che più ti piace del tuo lavoro e quella che fai più fatica ad affrontare?
La cosa che amo del mio lavoro è il contatto con le persone e il costante confronto con contesti e culture differenti. Ogni giorno, nonostante i miei 15 anni di esperienza, apprendo qualcosa su come funzionano le relazioni interpersonali. A volte invece mi costa dover districarmi nella burocrazia boliviana, che mette a dura prova la pazienza!

Lavorando in contesti difficili, di povertà, a volte di guerra, ci sono stati momenti nella tua carriera in cui hai detto: “Questa volta è una situazione troppo difficile/brutta, non posso farcela”?
La mia esperienza lavorativa si è prevalentemente incentrata sul tema infanzia, minori in stato di abbandono, minori che vivono in strada, minori vittime di abusi e violenze. In certi contesti e con determinati beneficiari sono state tante le volte in cui mi sono chiesta, con la sensazione di un pugno nello stomaco, il perché di certe situazioni; ho avuto molte volte l’impulso di cambiarle immediatamente; alcune volte di allontanarmene immediatamente. Non so dire se ci si abitua alle bruttezze umane. Forse con gli anni, per sopravvivenza, si crea una “cappa” di distacco, ma allo stesso tempo di protezione. Ma sotto quella cappa c’è costantemente, si sente, qualcosa che brucia, che non ti lascia, che ti fa andare avanti sempre nonostante tutta la stanchezza visiva, fisica, mentale. Quella scintilla è il mio punto fermo, la mia bussola, è ciò che mi ricorda sempre: ‘Ce la puoi fare, nonostante tutto’.

Ci racconti, se esiste, una tua “giornata tipo”?
La mattina vado in ufficio, scambio due chiacchiere con lo staff locale e parliamo davanti a una “aguita” o “mate”(infusioni) della pianificazione lavorativa, delle attività previste in agenda, di eventuali imprevisti e di come risolverli. Se sono previste delle riunioni con i soci o con le istituzioni, mi dirigo presso la loro sede, accompagnata da qualcuno dell’equipe. A volte accompagno l’assistente sociale nelle sue investigazioni familiari per la definizione della situazione giuridica dei minori ospitati nei centri di accoglienza, perché si ha uno spaccato molto interessante e reale del contesto familiare in cui sono cresciuti i bambini. Per il momento non ci è permesso entrare nei centri di accoglienza a causa del COVID, ma appena possibile vorrei entrare a vedere i bambini e presenziare a qualche attività. Quando devo fare monitoraggio del progetto, in zone fuori dalla capitale, mi sposto da La Paz in giornata o su piu giorni se la zona è piu lontana.

Tante volte chi parte come cooperante, missionario, volontario… dice: “Pensavo di andare a dare una mano… E invece sono ‘loro’ che hanno dato una mano a me.”. È davvero così? In cosa il lavoro di cooperante ti arricchisce più di tutto?
Sento più vera e più pertinente alla mia esperienza la frase: “È uno scambio, una relazione basata sulla reciprocità”. È molto difficile definire cosa mi arricchisce di più: in una relazione c’è la parte che ci arricchisce, ma anche la parte che sottrae, che ci toglie. In entrambi i sensi, con mille sfaccettature, accentuate se vogliamo dalle differenze culturali. Ma alla fine sono differenze o somiglianze? Non sono riuscita ancora a rispondere a questa domanda. Forse è questo dubbio ciò che mi arricchisce maggiormente in questa relazione con “l’altro”.