Le dichiarazioni di Cavallo: predicare bene, razzolare male

Aristide scrive:

“Una mamma senza casa e senza lavoro – perché in tanti casi la rinuncia ad un figlio è determinata da questi fattori”.
Sappiamo bene che esistono queste situazioni, ma ritrovarle in una dichiarazione della Dott.ssa Cavallo, nella sua veste di Presidente di un Tribunale dei Minori, mi suonano molto “amare”.
Lo riconosco, esistono; ma sono amareggiata, perché proprio le istituzioni non fanno ciò che dovrebbero fare, cioè il loro compito: dare una casa ed un lavoro alla mamma in difficoltà, affinché lei possa anche tenere e crescere il suo bambino, insegnarle la strada verso l’autonomia, aiutandola a diventare responsabile verso se stessa e verso il suo bimbo. Credo che questo sia possibile, bisogna che chi opera ci creda pure, nonostante le mille difficoltà burocratiche che spesso impediscono di fare meglio e di tutelare il più debole.
Una volta ancora leggo, tra le righe, un’alzata di spalle e di nuovo, tra le righe, la mancanza di una tutela del bambino.
E che nessuno mi dica che non ci sono i fondi: i fondi ci sono, sono solo mal distribuiti e nelle tasche di pochi privilegiati, che vivono con gli occhi bendati. Bendati da loro stessi, perché è più comodo evitare di dare un occhio dietro le spalle.

Caro Aristide,

questa riflessione in molti casi trova corrispondenza con la realtà. Anziché “togliere un bimbo” a una mamma perché è senza dimora e senza reddito, dovrebbe essere più giusto intervenire con una soluzione che permetta alla madre di tenere suo figlio.


Ricordiamoci che però c’è anche altro su cui riflettere: quanti sono i casi nei quali un figlio viene sottratto alla madre per il puro motivo che la donna si trova senza casa né lavoro? Se le istituzioni, i Tribunali dei minori e i servizi sociali lo fanno è perché hanno individuato anche altri motivi accanto a questo. E spesso sono motivi che hanno radici in situazioni più critiche: l’esperienza insegna che ci sono madri con storie di tossicodipendenza o di sfruttamento che non possono in alcun modo curarsi dei loro piccoli.

Per quanto riguarda la cattiva collocazione di risorse sia umane che materiali, è evidente che occorre intervenire con una revisione profonda e completa del sistema adottivo. Un sistema impiantato sull’accompagnamento e sulla seria formazione delle coppie adottanti – spalleggiato non più da organi di natura giuridica bensì amministrativa e istituzionale – riuscirebbe ad esempio a distribuire e valorizzare le risorse in modo più razionale, con vantaggio per tutti coloro che sono coinvolti nel “viaggio” dell’adozione.

Irene Bertuzzi, responsabile Area Formazione e Accompagnamento di Ai.Bi. Associazione Amici dei Bambini