Adozioni internazionali: ma non chiamiamoli più special needs!

“Special needs” è una definizione da superare, che non tiene conto della realtà dei bambini adottati. Meglio parlare di “specific” needs, perché i loro bisogni sono specifici e profondamente legati alla loro storia di vita

Rosa Rosnati, professoressa ordinaria di Psicologia sociale, centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha scritto un interessante articolo su Avvenire riguardante le adozioni e, in particolare, quelle che toccano i cosiddetti bambini “special needs”.
Rosnati parte dalla considerazione di come, nel contesto del generale “inverno demografico”, anche l’Adozione Internazionale abbia subìto un evidente tracollo, passando dalle oltre 4mila adozioni degli anni 2010-2012 alle circa 500 degli ultimi anni.

Sempre più bambini “special needs”

La questione dei numeri, tuttavia, non spiega nel profondo quanto sta avvenendo, ovvero un cambiamento “del profilo stesso dei minori adottati” e, in particolare, l’aumento dei bambini cosiddetti “special needs” (che nel 2025 sono stati il 70% dei minori adottati dalle coppie italiane dai paesi esteri), un termine introdotto dalla convenzione dell’Aja la cui definizione è ormai anacronistica.
In teoria, infatti, sarebbero bambini con “bisogni speciali” tutti quelli per i quali, al momento dell’adozione, sono presenti dei “fattori di rischio evidenti”, per esempio l’età avanzata, che – spiega Rosnati – aumenta la probabilità “che il bambino sia stato esposto per un tempo prolungato ad ambienti non adeguati al suo sviluppo psicofisico portando a un aumento dei problemi emotivo comportamentali”.
Ma “bisogni speciali” sono considerati anche la presenza di fratelli (anche se su questo versante persino le ricerche non concordano), così come le “esperienza sfavorevoli infantili quali trascuratezza, traumi, abusi, maltrattamenti, abbandono, ospedalizzazioni, istituzionalizzazione, numero di collocamenti precedenti all’adozione, fallimenti adottivi e interruzione dell’affido”. Tutte queste situazioni, evidenzia la professoressa: “lasciano ‘cicatrici’ indelebili nel breve e nel lungo periodo.

Meglio parlare di Specific needs

Ma se questa è la “definizione”, prosegue nel suo ragionamento Rosnati, le ricerche dimostrano che il 71% degli Special needs vengono diagnosticati tali solo dopo l’ingresso in famiglia. In particolare, tra i bisogni speciali che più sfuggono c’è il Fetal Alcohol Spectrum Disorder (Fasd). “Si tratta di una condizione causata dall’esposizione prenatale all’alcol – anche moderata – che comporta un ampio spettro di conseguenze”.
Ora, se ai bambini dichiarati “special needs” già prima dell’adozione si sommano quelli che manifestano problematiche successivamente, ecco che, sostanzialmente, tutti i bambini adottati potrebbero ricadere sotto questa definizione. Ne consegue che, evidentemente, la definizione stessa è sbagliata o, perlomeno, non è quella “più adeguata” da utilizzare.
La proposta di Rosnati è quella di parlare, piuttosto, di “Specific needs”, perché i “bisogni dei bambini adottati non sono ‘speciali’ nel senso di eccezionali, ma specifici, profondamente legati alla loro storia di vita, alle vulnerabilità neurobiologiche e alle esperienze relazionali precoci”.
Si tratta di un cambio di prospettiva che “aiuta a uscire dalla logica dell’etichetta e della categoria e invita a costruire un sistema di interventi personalizzati, flessibili, capaci di leggere la complessità di ciascun bambino e della sua storia”.

Preparazione e accompagnamento

Stando così le cose, diventa ancora più fondamentale la preparazione dei genitori nel percorso adottivo. “È necessaria – sottolinea Rosnati – una formazione specifica per acquisire … ‘competenze genitoriali terapeutiche’ … che consentono di rispondere in modo adeguato ai comportamenti problematici dei loro figli con la consapevolezza che dietro tali comportamenti – apparentemente ‘inspiegabili’ – si nasconde il dolore dell’abbandono e delle innumerevoli esperienze sfavorevoli”.
Certamente si tratta di un “sfida” importante che, come tale, non può ricadere unicamente sulle famiglie. Serve una ”rete” di professionisti (e, ci permettiamo di aggiungere, anche di altre famiglie che hanno già vissuto o stanno vivendo esperienze analoghe) cui affidarsi per impedire il “verificarsi di crisi adottive, ovvero quelle situazioni familiari così compromesse che lasciano margini di intervento assai ridotti”.
Servono equipe specializzate che possano “garantire una presa in carico a 360 gradi e un solido supporto nel tempo. Solo così sarà possibile un accompagnamento delle famiglie adottive e una risposta adeguata ai bisogni specifici dei loro figli, anche nei tratti di strada più impervi.

Informazioni e domande sull’adozione internazionale

Chi sta considerando un’adozione internazionale o semplicemente desidera avere maggiori informazioni su questi temi, può contattare l’ufficio adozioni di Ai.Bi. scrivendo un’e-mail a adozioni@aibi.it.
Ai.Bi. organizza periodicamente anche dei corsi pensati per dare alle coppie che si avvicinano per la prima volta al mondo dell’adozione, dando loro le nozioni base sulla normativa di riferimento, le procedure da espletare, la presentazione della domanda di idoneità, ecc. A questo link si possono trovare tutte le informazioni relative al prossimo corso online “Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale”.

 

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