Psicologia della Adozione. Che cos’è l’adozione: avere un bambino o accogliere un bambino?

Adottare un minore significa anche mettersi in discussione, cambiare punto di vista: dal sé a quello del bambino. È un passaggio difficile ma fondamentale per gli aspiranti genitori. Eccolo alcuni suggerimenti 

È importante che gli aspiranti genitori siano sincronizzati rispetto a come rispondere al bisogno dei bambini.
Il punto di vista deve essere spostare dal sé al bambino.
Questo è il reale passaggio dentro la dimensione adottiva, soprattutto internazionale.
Non si tratta di “avere un bambino”, ma di “accogliere un bambino”.
Accompagnare le coppie in questo passaggio è difficile, anche perché fino a che non arrivano agli enti, viene spesso chiesto loro di strutturare un progetto adottivo evidenziando i propri limiti, come se potessero appigliarsi al loro “progetto” nel confrontarsi con la dura realtà dei bambini con cui li facciamo confrontare noi.
E invece a ogni passaggio viene chiesto loro di ristrutturarlo: come farlo senza alzare in loro troppe difese è uno dei temi principali del lavoro formativo fornito da Ai.Bi.

Avere o accogliere un bambino

Molte coppie si trovano a dover ridefinire questo significato, che spesso viene inteso come sinonimo.
È frequente che si debba rivedere questo senso, maturando tra marito e moglie un significato diverso del termine, spostandosi dall’avere all’accogliere un figlio.

Se cercassimo sul dizionario il significato del verbo transitivo “accogliere”, lo troveremmo declinato in queste due maniere:

  • Accogliere: ricevere presso di sé, ammettere nel proprio gruppo (+ in, tra, anche + compl. predicativo dell’ogg.). Esempio “accogliere qualcuno in famiglia”. Richiama quindi qualcosa di predefinito in cui immettere un elemento.
  • Accogliere: Accettare. Esempio “accogliere una richiesta”. Richiama quindi un ATTO CREATIVO.

Quando si inizia a pensare all’adozione si è spinti dal desiderio di “accogliere” un bambino nel primo dei due significati, cioè ad “avere” un bambino:
“Io ti ammetto nel mio nucleo familiare, ti ricevo presso di noi, con l’idea di donarti certamente tutto quello che io ho già strutturato, materialmente ed affettivamente”.

Creare insieme qualcosa di nuovo

Pian piano ci si rende conto che è necessario spostarsi sul secondo significato: “accetto incondizionatamente te, come figlio, con la tua storia, le tue ferite, i tuoi bisogni e le tue tante potenzialità e risorse, CREANDO insieme qualcosa di nuovo che poco può essere pre-definito prima del tuo arrivo”
Accogliere un figlio significa iniziare con lui un viaggio di conoscenza e scoperta, mantenendo un’apertura e un focus su di lui, su quello che porta con sé e sui suoi bisogni ma soprattutto un’apertura sulle trasformazioni che inevitabilmente vivranno i genitori. Nulla di predefinito, nulla che si possa sapere con certezza prima che lui arrivi.

Sognare il figlio

Nel periodo dell’attesa è necessario sognare. Sognare serve a costruire dentro di sé un’immagine del figlio che sposta subito la mente nel fantasticare sui nuovi genitori che si vorrà essere.
All’arrivo del bambino, così come una dopo una nascita biologica, sarà poi necessario, per rapportarsi col bambino reale, elaborare il “lutto” del bambino immaginato. Anche quando il bambino è più “bravo e buono”, di come lo si era sognato, sarà sempre DIVERSO.
È necessario quindi predisporsi ad abbandonare il bambino ideale sognato, con cui spesso abbiamo anche fantasticato realtà prossime, interagendo con lui, vedendolo nella mente, per accogliere tra le braccia un bambino reale, con i suoi occhi su un mondo diversi da quelli di mamma e papà.
Prima la coppia riuscirà ad assumere la consapevolezza di dover perdere la forma che pensa di avere come genitori, diventando malleabili e prima ci sarà spazio per “accogliere” un bambino e non per “avere” un bambino.
Questo processo sul piano psicologico, viene accompagnato e facilitato durante i corsi di approfondimento all’adozione, mediante la conoscenza della realtà dei bambini in stato di abbandono, supportando normali incertezze timori della coppia.

Caterina Calamo, Psicologa