Raccontare le origini. Il viaggio dei bambini adottati per scoprire le proprie radici

Attraverso la narrazione, la creatività e l’amore, è possibile tessere un racconto che, pur incompleto, è fondamentale per la costruzione dell’identità del bambino adottato

In un mondo ideale, ogni bambino dovrebbe conoscere la propria storia personale.
Tuttavia, per i bambini adottati, il viaggio verso la scoperta delle proprie origini può essere complesso e privo di coordinate.

La lettere di Martina

“Gentile Ai.Bi.,
vorrei comprendere meglio il meccanismo psicologico di ritorno alle origini per i bimbi adottati in tenera età.
Come poter aiutare i bambini a percorrere la strada della conoscenza soprattutto in mancanza di informazioni non avendo nel nostro caso nessuna info delle origini al di là della sede dell’Istituto essendo il minore abbandonato in strada alla nascita. Anche adesso che la bimba inizia a fare domande benché sia piccola possiamo dare solo informazioni limitate che peraltro cerchiamo di fornire dimensionate alla età. Quante domande si farà a cui non potremo rispondere?
Grazie,
Martina”

In tutti i bambini si evidenzia un bisogno psicologico di sentirsi raccontare la propria storia, sentirla raccontare più e più volte, un racconto che parla di nascita, di accoglienza, di persone che li hanno accuditi, di episodi che richiamano tanti ricordi e che permettono di costruire una continuità nella propria vita. Conoscere e farsi raccontare la propria storia e la storia di famiglia rientra nel bisogno di appartenenza e di identità. A maggior ragione un bambino adottivo, che ha vissuto uno strappo nella sua storia, sente questi bisogni, a volte espressi chiaramente a volte taciuti ma pressanti.

I genitori adottivi come narratori

I genitori adottivi hanno dunque un ruolo importante di narratori, di raccontare al proprio figlio la sua storia, che si interseca con la loro storia: è la storia della famiglia.
In questo racconto ci sarà sicuramente anche l’attesa del figlio, il percorso che i genitori hanno intrapreso per incontrarlo, la gioia dell’incontro e poi i primi tempi vissuti insieme: ai bambini piace farsi raccontare anche gli episodi che ricordano, ma vogliono farseli raccontare da mamma e papà. Io suggerisco sempre ai genitori di creare un libro con racconti di episodi accaduti, foto, commenti relativi a tutto ciò caratterizza l’adozione del figlio, un libro che al bambino piacerà molto e che potrà sfogliare insieme a loro o riguardare da solo.
In questo racconto gradualmente e in modo adeguato all’età del bambino, entreranno anche le informazioni sulle sue origini: sono informazioni che i genitori conoscono perché trasmesse dal giudice nel dossier relativo al bambino, o che hanno saputo una volta arrivati nel paese di origine del figlio.
Il bambino forse non chiederà subito questa parte del racconto, ma è importante che comunque i genitori lo inseriscano nella narrazione, calibrando sempre i contenuti in base all’età del figlio, ma sempre corrispondenti a realtà.

Quando mancano le informazioni

In molti casi però le informazioni sono scarse o addirittura assenti, soprattutto quando il bambino è stato abbandonato in strada alla nascita, e in questa casistica solitamente rientrano i bambini nati in Cina.
Non possedendo notizie precise sul conto dei genitori biologici, i genitori adottivi devono limitarsi ad esprimere le loro presunzioni in merito, ipotizzando delle cause d’abbandono tanto reali quanto generiche, onde evitare di colpevolizzare o di mitizzare queste figure. Sarà quindi un immaginare e inventare insieme al bambino storie possibili, che potranno aiutare a dare significato all’abbandono. Quello che conterà infatti non è tanto il contenuto di queste narrazioni, quanto poter immaginare insieme, costruire una continuità nella sua storia, in cui lui può esprimere anche ciò che avrebbe voluto fosse accaduto e le persone che avrebbe voluto incontrare. In questi casi in cui non ci sono dati concreti da rivelare, non sono tanto importanti le informazioni quanto costruire una storia basata su ipotesi, che però dia continuità all’io del bambino, che gli permetta di prendere poi una giusta distanza dal passato e costruire una rappresentazione di sé solida e coerente.

La sicurezza di un legame affettivo

Quando il figlio si sente sicuro del legame affettivo e contenitivo dei genitori, e li percepisce come forti e aperti a affrontare con lui il tema dell’abbandono, ecco che potrà parlare del suo legame perduto, esprimerà dubbi e paure, e i genitori potranno aiutarlo a dare un senso a ciò che è accaduto: si creerà dunque uno spazio in cui potranno emergere tante domande, e non sarà importante se una risposta non c’è, perché ciò che conta sarà la risposta che si creerà insieme, che nascerà nella relazione attuale, nel senso di appartenenza alla famiglia che il bambino avrà sviluppato nel tempo. Immaginare insieme ciò che è accaduto prima dell’adozione e dare il giusto significato sarà dunque d’aiuto a dare valore a ciò che precede la storia adottiva. Saranno storie o meglio situazioni immaginate e ipotizzate in cui non si esprimeranno giudizi sui genitori biologici, ma si evidenzieranno possibili difficoltà o incapacità che non hanno permesso a queste persone di svolgere il loro ruolo di genitori. Nel rispondere al bisogno del bambino adottato di parlare dell’abbandono e delle sue origini, non è tanto fondamentale dare informazioni concrete, che solitamente non sono sufficienti a placare dubbi o angosce, ma invece è fondamentale l’accoglienza, il sostegno, la presenza e vicinanza dei genitori adottivi che lo accompagnano e lo aiutano a trovare una chiave di lettura di ciò che è stato il suo passato, dandogli la certezza che ora è in un luogo protetto in cui viene ascoltato e amato.

Anna Maria Elisa Rossi, Psicologa Ai.Bi.

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