Bolzano. Il fenomeno crescente delle baby gang

Già a 9 anni iniziano a costituirsi le prime baby gang, gruppetti di bambini che si impongono con la forza. Cause, conseguenze e possibili soluzioni per questo drammatico fenomeno

Dall’incontro con i docenti della scuola primaria è emersa la preoccupazione per il sempre più diffuso fenomeno delle baby gang.
Già a 8-9 anni iniziano a costituirsi i primi gruppetti di bambini che si impongono con la forza sul gruppo di pari.

L’importanza di emergere con la violenza

Sono bambini senza punti di riferimento, il loro unico valore è avere visibilità, ovvero essere ritenuto il più forte dagli amici e dalle ragazze.
Rubano nei supermercati e uno sguardo lo percepiscono come un’insostenibile provocazione: qualcosa che giustifica non solo una scurrile reazione verbale ma anche l’immediata lite fisica.
“Rispetto” è ciò che echeggia nei corridoi della scuola. Un’offesa da lavare, appena possibile, con la violenza. Sono bambini che alla domanda: “Che cos’è più importante per voi?” “Avere i money, i soldi, la Porsche, la villa, la piscina, l’iPhone 15 in titanio” rispondono.
Non riconoscono nessuna autorità, non solo la scuola, ma nemmeno le forze dell’ordine.

Il senso della scuola

Ciò che conta è farsi vedere. La scuola per loro è qualcosa di cui non capiscono il senso, perché non dà denaro né potere. Questi bambini sono cresciuti in un clima di violenza e di frantumazione. Hanno alle spalle famiglie disastrate, anche se non necessariamente delinquenziali. Hanno genitori incapaci di svolgere il loro ruolo, per cui abbandonati a loro stessi, crescono da soli. Bambini senza identità. Non si sentono né italiani, né stranieri, tanto meno tedeschi (sebbene figli della seconda generazione nati in Alto Adige).

Genitori da educare

Si identificano solo con il rione e con il loro gruppo di amici. Si dovrebbe educare prima i genitori affinché educhino i loro figli. Se i giovani ricevessero l’educazione fondamentale in famiglia, la scuola avrebbe il tempo di insegnare davvero. Queste presenze disturbanti tolgono il diritto qualitativo agli altri alunni. E così si abbassa il valore culturale di un’intera classe. Abbiamo bisogno innanzitutto di genitori autorevoli, capaci di dire dei sì e dei no. La scuola non può sostituirsi ai genitori o ai vari contesti sociali, ai miti dominanti.
La scuola può fare la sua parte solo mediando, con proposte culturali capaci di rimettere in gioco pregiudizi, fake news, presunte verità, incoerenze. I bambini devono sperimentare e intuire che non esiste l’io senza il tu, senza il noi. Fondamentale è comprendere i valori dell’amicizia, le affettività, il pensiero critico, il gioco di squadra. Se non possono provare e sperimentare la fiducia, rispetto, verità, buone relazioni, allora sono costretti a fuggire da sé stessi, precipitando nella depressione, nell’ansia, ricorrendo alla violenza, alla forza e alla auto-realizzazione.

La vita nelle strutture per migranti

Gran parte dei bambini segnalati all’autorità abitano o hanno abitato presso strutture per migranti, un agglomerato di container dimenticato da tutti.
Ai.Bi., nel periodo di lockdown per il Covid, aveva sviluppato un progetto di sostegno alla DAD, che però è terminato la fase emergenziale.
La situazione all’interno della struttura era diventata pericolosa anche a causa del degrado nel quale questi bambini vivevano: stanze di 13 mq dove convivevano 4 o 5 persone, fredde in inverno, bollenti in estate, senza alcun supporto pedagogico e psicologico.
Se questi bambini hanno sviluppato tanta aggressività è dovuto anche al fatto che non è stata data loro la dignità e il rispetto. Diritti fondamentali ma dimenticati quando parliamo di migranti.