Adozione Internazionale. “…e se noi non piacessimo a nostro figlio?”

Come affrontare l’ansia del rifiuto, la diversità reciproca e la costruzione graduale di un legame che nasce anche dalle difficoltà

Uno dei timori più profondi, e meno dichiarati, nella genitorialità adottiva riguarda la possibilità di non piacere al proprio figlio. Un pensiero scomodo, ma tutt’altro che raro. Al centro di questa paura c’è spesso quella che possiamo definire “delusione fisica”: il possibile scarto tra il bambino immaginato e quello reale, tra aspettative idealizzate e incontro concreto.

Il primo incontro

A differenza della genitorialità biologica, il percorso adottivo richiede un livello di consapevolezza maggiore. Molti passaggi non possono essere dati per scontati, a partire dal primo incontro. Un genitore biologico può chiedersi che effetto farà tenere in braccio il proprio neonato o se sarà all’altezza del ruolo, ma difficilmente si interroga sul fatto di piacere al bambino. Nelle adozioni, invece, questa domanda è presente e legittima.

Diversità, aspettative e reazioni emotive

I genitori adottivi accolgono un figlio che può essere molto diverso da loro: per storia, cultura, tratti somatici. Questa diversità, se da un lato viene elaborata dagli adulti già durante il percorso adottivo, dall’altro può generare nei bambini reazioni immediate di estraneità o diffidenza. Alcuni minori, per esempio, non hanno mai avuto contatti con persone fisicamente diverse da loro: l’impatto iniziale può quindi essere disorientante.
Anche i bambini, infatti, costruiscono aspettative. Durante l’attesa sviluppano immagini e desideri rispetto alla famiglia futura, e possono a loro volta sperimentare una delusione quando la realtà non coincide con l’ideale. Tuttavia, a differenza degli adulti, dispongono di strumenti cognitivi ed emotivi ancora in formazione, e reagiscono spesso in modo più istintivo.

Costruire l’appartenenza, attraversando le paure

Per questo è fondamentale accompagnare le coppie in una riflessione profonda su questi temi, anche quando non emergono in modo esplicito. Il senso di appartenenza e l’accettazione reciproca sono pilastri delicati della famiglia adottiva: se non sufficientemente elaborati, possono influire sull’equilibrio familiare.
È utile interrogarsi: quanto ci condiziona il bisogno di piacere? Come reagiamo quando non ci sentiamo accolti? Tendiamo ad aspettare che sia l’altro a fare il primo passo? Riconoscere queste dinamiche personali aiuta a non trasferirle nella relazione con il bambino.
Preoccuparsi è naturale, ma il compito dell’adulto è quello di contenere l’ansia, senza lasciarsene guidare. Offrire uno spazio emotivo aperto, accogliente e non giudicante permette al bambino di attraversare, con il tempo, le proprie paure e i vissuti di rifiuto.
Accogliere le proprie emozioni, anche quelle più difficili, è il primo passo per poter accogliere davvero quelle dei propri figli.

Francesca Berti, Psicologa Psicoterapeuta, Esperta di Adozione

Informazioni e domande sull’adozione internazionale

Chi sta considerando un’adozione internazionale o semplicemente desidera avere maggiori informazioni su questi temi, può contattare l’ufficio adozioni di Ai.Bi. scrivendo un’e-mail a adozioni@aibi.it.
Ai.Bi. organizza periodicamente anche dei corsi pensati per dare alle coppie che si avvicinano per la prima volta al mondo dell’adozione, dando loro le nozioni base sulla normativa di riferimento, le procedure da espletare, la presentazione della domanda di idoneità, ecc. A questo link si possono trovare tutte le informazioni relative al prossimo corso online “Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale”.

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