Prima di scegliere la giurisdizione, conviene chiedersi a chi si venderà

A chi venderà la nuova azienda? È una domanda banale solo in apparenza, e chi pensa di aprire una società a Dubai farebbe bene a porsela prima di qualsiasi altra

Negli Emirati esistono strutture societarie diverse, pensate per attività diverse, e la scelta fra mainland, free zone e offshore dipende meno dalle preferenze dell’imprenditore che dal luogo in cui si trovano i suoi clienti, dal tipo di attività e dal ruolo che la società dovrà svolgere nel suo gruppo.

Clienti negli Emirati: la strada del mainland

Una società mainland è registrata presso le autorità economiche dell’emirato e può operare sull’intero mercato locale. È la soluzione naturale per chi vuole vendere direttamente a consumatori e imprese degli Emirati, aprire un punto vendita, partecipare a forniture locali o lavorare con enti pubblici.
Il vantaggio principale è proprio l’accesso al mercato interno senza intermediari. In cambio, la struttura richiede in genere una sede fisica coerente con l’attività e un rapporto più diretto con l’amministrazione dell’emirato. Per un’impresa che ha bisogno di personale sul posto, la sede incide anche sul numero di visti che si possono richiedere per i collaboratori, un aspetto da valutare fin dall’inizio.

Clienti all’estero: la logica della free zone

Le free zone sono aree economiche con regole proprie, ciascuna con la sua autorità e spesso con una specializzazione di settore: commercio, media, tecnologia, logistica, servizi finanziari. Sono pensate per chi lavora soprattutto con l’estero: export, servizi digitali, consulenza internazionale, commercio con altri Paesi.
Chi sceglie una free zone ha di solito procedure di costituzione snelle e soluzioni di ufficio flessibili, dalla scrivania condivisa all’ufficio dedicato. Il limite riguarda il mercato locale: vendere direttamente ai clienti del mainland, a seconda dell’attività e della zona, può richiedere un distributore, un agente o autorizzazioni aggiuntive. Un’azienda che oggi lavora solo con l’estero ma prevede di sviluppare clienti negli Emirati dovrebbe tenerne conto subito, perché cambiare struttura in un secondo momento comporta costi e tempi.

Va poi chiarito un equivoco frequente. L’idea di zone completamente esenti da imposte va letta con attenzione: dal 2023 gli Emirati applicano una corporate tax federale, e i regimi agevolati previsti per le free zone sono legati a condizioni precise sul tipo di attività e di reddito. Le condizioni vanno verificate sul caso specifico, non date per scontate.

Due esempi aiutano a vedere la differenza. Una piccola software house che sviluppa applicazioni per clienti europei e incassa dall’estero lavora quasi interamente fuori dal mercato emiratino, e una free zone dedicata al digitale può rispondere bene alle sue esigenze. Un importatore di prodotti alimentari italiani che vuole rifornire ristoranti e negozi di Dubai, invece, vende sul mercato locale ogni giorno: per lui la struttura mainland è la scelta più lineare, e alcune categorie di prodotto richiedono anche approvazioni specifiche da parte degli enti di settore.

Nessuna operatività locale: quando serve l’offshore

La società offshore risponde a un’esigenza diversa. Non serve a vendere né a operare sul mercato locale, ma a detenere partecipazioni, marchi, immobili o altri asset. È uno strumento di organizzazione patrimoniale, utile per esempio come holding di un gruppo con società in più Paesi.

Proprio perché non ha operatività, un’offshore non è adatta a chi ha bisogno di un visto di residenza legato all’attività o di un’impresa che lavori davvero sul territorio. Usarla per scopi diversi da quelli per cui è pensata espone a problemi, sia con le banche sia con le autorità fiscali dei Paesi coinvolti.

Le altre domande da farsi

Definito il mercato, entrano in gioco altre variabili. La prima è l’attività: la licenza viene rilasciata per attività specifiche, e un’impresa che ne svolge diverse deve verificare che siano compatibili fra loro nella stessa licenza e nella stessa giurisdizione. La seconda è la presenza fisica: chi intende trasferirsi negli Emirati ha bisogno di una struttura che consenta di ottenere il visto di residenza per sé e per la famiglia.

La terza riguarda la banca. Gli istituti emiratini valutano con attenzione la coerenza fra struttura, attività dichiarata e flussi previsti. Una società costituita nella giurisdizione sbagliata rispetto al proprio modello di business può trovare difficoltà proprio nell’apertura del conto, che è il passaggio indispensabile per iniziare a lavorare.

L’ultima riguarda l’Italia. Una società negli Emirati amministrata di fatto da un imprenditore che continua a vivere e a decidere dall’Italia rischia di essere considerata residente in Italia ai fini fiscali. La scelta della struttura va quindi coordinata con la posizione personale del socio, non decisa da sola.

Uno schema per orientarsi

Riassumendo, chi vende negli Emirati guarda in prima battuta al mainland; chi lavora con l’estero valuta una free zone adatta al proprio settore; chi deve solo detenere partecipazioni o beni considera l’offshore. Molti gruppi combinano più strutture, per esempio una società operativa e una holding.

Su un foglio bianco, la prima colonna da riempire è quella dei clienti: dove sono oggi e dove saranno fra tre anni.

– ARTICOLO PUBBLIREDAZIONALE –