Adozione internazionale. Qualcuno mi ha detto: “Se Dio non ha voluto darti figli avresti dovuto rassegnarti”. Ma il peggior giudizio è stato “è un atto egoistico”

Adozione: la strada di una donna diventata madre passa attraverso pesanti e fallimentari cure mediche che si tramutano nell’accoglienza di un bambino abbandonato

Ma si scontra contro i pregiudizi di chi le sta intorno

minore adottato da un solo genitore è orfano dopo le sofferenze subiteArriva alla redazione de “L’UnioneSarda.it” la bellissima lettera di una madre adottiva, che racconta la sua storia dal tentativo di concepimento fino all’abbraccio con un bambino adottato dall’Europa dell’Est. L’accettazione della sterilità non è arrivata in modo semplice, racconta la mamma, ma con sofferti tentativi di ovviare al problema tramite l’intervento esterno della medicina fino a comprendere che non sono solo i bambini “di pancia” a fare famiglia.  É stato scegliendo l’adozione che si è sentita e si sente mamma di un piccolo che sarebbe potuto crescere in un freddo orfanotrofio, piuttosto che in una calda e accogliente famiglia. Emerge in questa lettera la meraviglia dell’adozione e l’emozione di essere genitori, dettata da quell’officina dei miracoli che prendere il nome di adozione internazionale.

“Cara Unione del cuore,

voglio raccontare la mia storia di madre (biologica) mancata e di madre adottiva. Una storia positiva che in mezzo a tanto squallore o al preoccuparsi di cose insignificanti può perfino stonare.

Ho 42 anni. Per quasi 10 ho cercato invano di avere un figlio che non è mai arrivato. Mi sono sottoposta a cure pesanti, nel rispetto delle leggi italiane, finchè – d’accordo con mio marito – ho deciso di desistere.

Basta, è una sofferenza incalcolabile e col risultato pari a zero non è il caso di continuare, mi sono detta. Ed è a quel punto che abbiamo intrapreso un’altra strada: quella dell’adozione. Strada abbastanza impervia ma non quanto la tortura del concepimento “forzato”.

Così 5 anni fa abbiamo incontrato e ci siamo affidati a persone sensibili e altruiste che ci hanno guidato nel percorso della richiesta, dei colloqui, test psicoattitudinali e di integrità psicofisica e altre pratiche noiose e dispendiose che da soli non avremmo saputo affrontare. E quando infatti gli ultimi scogli ci stavano scoraggiando, nonostante il supporto, e stavamo per mollare, è arrivata la notizia tanto attesa: la pratica per l’adozione è stata accettata.

Non so dire l’emozione, le paure che ci hanno assaliti. Ci è stato lasciato il tempo per poterci pensare (o ripensare) e i dubbi non sono stati pochi. La risposta è stata comunque SI’. E siamo diventati genitori adottivi di un bambino che ha vissuto la sua infanzia in un orfanotrofio nell’Europa dell’Est.

Ancora una volta non sarà per noi una passeggiata, ma l’amore che sentiamo so che ci aiuterà a superare tutte le difficoltà e le barriere che immancabilmente incontreremo nel crescere questo nostro figlio.

Qualche amica mi ha detto “ma chi te lo ha fatto fare”, “non è detto che lui stia meglio qui che là” e “se Dio non ha voluto darti figli avresti dovuto rassegnarti”. Ma il peggior giudizio è stato “è un atto egoistico”.

Io credo di aver fatto bene a me e a mio marito, ma soprattutto a un bambino destinato altrimenti a sopravvivere e non vivere in un freddo orfanotrofio. Non ci vedo nulla di egoistico, ma potrei sbagliare.

 

Fonte: L’UnioneSarda.it