Adozione. L’amore, a volte, non basta: e Sofia sogna l’infinito adottivo nella provvisorietà dell’affido

La storia della piccola, nata con idrocefalo congenito e affetta da spina bifida, è un esempio emblematico di come la speranza e i sentimenti radicati di una mamma e di un papà ‘di cuore’ non riescano tutte le volte a valicare le ‘maglie’ indefinite di una burocrazia e delle insufficienze che hanno poco a che fare con il reale ‘interesse’ di un minore

Per questo, oggi più che mai è utile e urgente sostenere chi sta dalla parte del bambino e della famiglia che si sono ‘scelti’ per sempre, garantendo alle famiglie di bimbi disabili adottivi risposte e sostegno concreti. Anche ‘oltre’ la vita dei genitori

adozione. La storia di Sofia e della mamma Lucrezia, sola di fronte alle difficoltà della bimba presa in affidoUna storia d’amore il cui lieto ‘fine’ è ancora tutto da scrivere: è quella che ha messo insieme Sofia, bimba nata con idrocefalo congenito e spina bifida, e la sua mamma ‘di cuore’ Lucrezia, che dopo aver incontrato l’esistenza della piccola, abbandonata alla nascita e sola da tre mesi in un letto d’ospedale, proprio non ha saputo resistere alla possibilità di offrirle il calore di un abbraccio.

La vicenda, commovente e densa di significati da cogliere per far cambiare le cose, è stata raccontata dal Sole24Ore. È la storia di una famiglia speciale, una di quelle “che possono fare la differenza per bambini come Sofia”, come evidenzia Stefania Valdrucci sulle righe del quotidiano. Che aggiunge: Lei, suo marito Carmelo e suo figlio Giulio hanno donato a Sofia l’amore, il calore, le coccole e le cure che le sono mancate nei suoi primi mesi di vita. L’hanno accolta in affido nella loro vita, hanno dovuto affrontare un primo anno durissimo, in cui la piccola ha rischiato di perdere la vita più volte, dentro e fuori dagli ospedali, sopportando il peso di diversi interventi chirurgici”.

Ma ecco la lettera di testimonianza che la madre ‘affidataria’ a lungo termine, Lucrezia, ha voluto inviare al Sole24Ore e a tutti noi per favorire la riflessione su un tema da non sottovalutare.

La nostra è una storia d’amore…
Dopo vari mesi che avevamo dato disponibilità all’affido, ci chiamarono per farci conoscere una bimba abbandonata alla nascita.
Appena ho visto la piccola che era nella culla, il mio cuore ha cominciato ad andare a mille, l’ho presa fra le mie braccia e me ne sono subito innamorata. Non pensavo in quei momenti alle sue problematiche di salute, volevo portarla a casa con me perché non fosse più sola, come lo era stata per i primi tre mesi della sua vita.
Dopo soltanto 15 giorni che Sofia era con noi, osservandola, ho cominciato a pensare che necessitasse di essere visitata da uno specialista. Da quella visita in poi la nostra famiglia è stata stravolta da ospedali e interventi, tutto per salvare la sua vita che era appesa ad un filo…

Nel primo anno Sofia è stata sottoposta a ben nove interventi e in tutto questo doloroso cammino la nostra famiglia è stata lasciata solanon uno psicologo, non un colloquio, nulla che ci aiutasse in quei lunghi mesi di sofferenza. Sarebbe stato giusto che dal tribunale, dato che le istituzioni erano al corrente di tutto, partisse l’iniziativa di mandare a casa nostra qualcuno che ci sorreggesse psicologicamente. Oltre a me e mio marito c’era anche nostro figlio biologico di 6 anni che soffrivanel vedere la sorellina attaccata a tutti quei tubicini. Ma neanche per lui c’è stato sostegno, eravamo soli, completamente soli con il nostro amore e il nostro dolore. 

Consigliare ad altre famiglie la nostra stessa esperienza non è facile, conoscendo il vuoto che c’è alle spalle…
Durante il nostro cammino di famiglia affidataria siamo stati chiamati più volte dal tribunale per completare la pratica da affido ad adozione ma io per difendere e proteggere Sofia fino al punto più estremo ho deciso che rimanesse figlia affidata, perché essendo io non più giovanissima, se venissi a mancare, mio marito e mio figlio non saprebbero come fare con la bambina. Quindi affinché venga curata e seguita come il suo stato richiede c’è bisogno di una struttura adatta e ritengo giusto che siano le autorità a prendersene cura. Comunque, anche se questa bimba speciale ci ‘complica’ la vita, Sofia purtroppo non vede non parla e non cammina, a noi basta il suo sorriso per essere felici di vivere con lei”.
 

Una testimonianza che ci richiama a quanto ancora resta da fare per poter davvero garantire accompagnamento, sostegno e risposte concrete a chi, come Lucrezia e il marito Carmelo, scelgono di restituire la dignità di figlio a un bambino abbandonato, ma invece sono ‘frenati’ nel loro slancio da istituzioni ancora troppo miopi per riuscire a guardare avanti. Nonostante le difficoltà, Sofia – che oggi ha 14 anni – va alle scuole medie e vive una vita serena, insieme ai suoi coetanei. Solo una cosa, ancora, attende: di veder trasformato quell’affido precario e la solitudine in cui le istituzioni hanno lasciato i suoi genitori, nella meraviglia di un’adozione in piena regola. Ma con le certezze che la madre chiede per il futuro ‘dopo di loro’ della ragazzina.

Ecco perché esiste la possibilità di sostenere la campagna ‘Donare Futuro’, con cui Ai.Bi., tra i tanti altri enti che si battono per i diritti dell’infanzia abbandonata, chiede d’introdurre l’obbligo per i Comuni di erogazione e facilitazione ai minorenni e alle famiglie che li adottano di percorsi sociali, pedagogici, psicologici, psicoterapeutici e sostegni economici, con particolare attenzione – in attuazione all’art. 6, comma 8, della legge 184/83 – alle adozioni di minorenni con disabilità o di età superiore ai 12 anni.

Il tempo ancora c’è, ma Lucrezia e Sofia – come tante altre famiglie nelle loro condizioni – meritano una risposta concreta al più presto.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore