“Da due anni orfano di mio figlio”

congo11Vincenzo Cacace (Lecce): “Ho visto solo una sua foto. Ma come è possibile?” Alba Pavoni (Brescia): “Ci è stato vietato di andare a conoscere la nostra Angele”.  I racconti angoscianti dei genitori adottivi lasciati senza notizie nonostante le pratiche di adozione dei loro figli, originari della Repubblica Democratica del Congo, siano state sbloccate. Se ne parla in questo articolo, che riportiamo integralmente, pubblicato sul quotidiano “Avvenire” giovedì 31 marzo a firma del giornalista Luciano Moia.

All’ottimo articolo di Moia, come redazione di Aibinews ci permettiamo di apportare solo una piccola ma importante precisazione: Ai.Bi. non si è vista revocare dalla Cai l’autorizzazione a operare nella Repubblica Democratica del Congo, ma le coppie che avevano dato mandato ad Ai.Bi. sono state costrette dalla Commissione a revocare l’incarico affidato al nostro ente. Per saperne di più clicca qui e qui.

 


A Goma, Est del Congo, in un orfanotrofio ospitato in lunghi capannoni bianchi, vive Francois Cacace. E diventato italiano nel febbraio 2013 ma i suoi genitori – che abitano in provincia di Lecce – non sono mai riusciti né a vederlo, né a parlare con lui. “Prima c’è stato il blocco delle adozioni, poi quello di fatto deciso dalla Cai, la Commissione per le adozioni internazionali, che negli ultimi due anni non ci ha mai fornito informazioni sulle condizioni di nostro figlio”. Vincenzo Cacace racconta e si commuove: “Per le pratiche relative all’adozione avevamo dato mandato all’Ai.Bi., a cui poi la Cai ha ritirato l’autorizzazione ad operare in Congo. Ma almeno Ai.Bi. ci aveva rimandato un video e delle fotografia di nostro figlio. Da quando la pratica viene gestita direttamente dalla Cai è calato un muro di silenzio. Nessuno risponde né alle mail, né al telefono. Non sappiamo più nulla». Ai coniugi Cacace non rimane che guardare per la millesima volta quel video con il loro piccolo, che oggi dovrebbe avere circa 7 anni. «Quando ci mettiamo a tavola pensiamo a lui, che forse non avrà nulla da mangiare, e ci vengono le lacrime agli occhi. Ma come si fa a lasciare una famiglia in questa situazione di angoscia?”.

La stessa domanda che si pongono altre decine di famiglie in attesa di conoscere la sorte dei propri figli parcheggiati a Goma e in altre zone del Congo. Come la famiglia Pavoni, che abita nel Bresciano, e dall’agosto 2013 attende di abbracciare Angele, 3 anni. “Abbiamo avuto qualche sua fotografia, nient’altro. Volevamo andare a conoscerla, nell’istituto di Kinshasha dove vive, ma ci è stato impedito. L’ente con cui abbiamo fatto le pratiche per l’adozione, ‘Enzo B’, ci ha spiegato che non sarebbe stato opportuno neppure un collegamento via skype”.

Per Angele Pavoni, come per Francois Cacace, lo sblocco delle pratiche è avvenuto 18 marzo scorso. Ma le famiglie hanno saputo che, tra i documenti indispensabili, mancano ancora passaporto e visto per l’adozione. E nessuno è stato in grado di spiegare loro da cosa dipendono le “difficoltà burocratiche”, evocate ancora ieri dal ministro Gentiloni: “Lo possiamo sospettare però – riprende Alba Pavoni, che di mestiere fa l’avvocato – visto che durante il primo e unico incontro avuto con la Commissione per le adozioni internazionali, non è emerso un rapporto di grande collaborazione tra Commissione e ministero degli Esteri”. Ma a pesare in modo insopportabile, a trasformarsi in sofferenza di giorno in giorno più pesante, è quell’attesa senza data d’arrivo. “Ci viene detto soltanto di non preoccuparci, di non prendere iniziative, di fidarsi dello Stato. Ma come si fa stare tranquilli, quando sai che tuo figlio, in orfanotrofio, mangia tutti i giorni soltanto ‘fufu’ (polenta bianca) e pesce secco? Come si fa a non fare confronti – prosegue la mamma “orfana” per cause burocratiche – tra il trattamento che riceviamo dallo Stato italiano e quello che invece è capitato alle famiglie francesi, americane, canadesi…? Dopo lo sblocco, in pochi giorni, quei genitori hanno avuto l’opportunità di andare a prendere direttamente i loro bambini. E noi? Cosa stiamo aspettando? Siamo noi il Terzo mondo, non il Congo».