Donna Moderna. Adozioni internazionali, nuovi segnali di apertura. Griffini (Ai.Bi.) le famiglie italiane candidate ideali.

Donna Moderna. Nonostante il calo, siamo tra i Paesi al mondo con il più alto numero di adozioni internazionali.

A seguire riportiamo l’intervista a Laura Laera, vicepresidente della Commissione per le adozioni internazionali e Marco Griffini, presidente dell’ente autorizzato per le adozioni internazionali Ai.Bi. Amici dei Bambini.


Salvare un bambino dalla strada o da un istituto. Un bambino che vive in un Paese che non tutela l’infanzia come meriterebbe. Diventare genitori così, adottando, resta un gesto coraggioso e un impegno enorme. Pare che in Italia la cultura dell’adozione dia ancora segnali di vita, e che si stiano riaprendo dialoghi interessanti con alcuni Paesi in precedenza più chiusi.

Un calo delle adozioni non rilevante
Pochi giorni fa la Commissione per le adozioni internazionali ha diffuso il rapporto statistico redatto sui numeri del 2018. Spiega la vicepresidente della Commissione, la dottoressa Laura Laera: «Siamo ancora il secondo Paese al mondo per numero di ingressi di minori, e anche in termini relativi siamo tra le nazioni al mondo con i più alti tassi di adozioni internazionali. Il calo degli ultimi anni sembra essersi fermato e assestato su una soglia limite sotto la quale speriamo di non scendere. Abbiamo registrato una diminuzione, rispetto al 2017, ma è un calo non rilevante. Solo una piccola erosione, in un quadro mondiale che vede prosciugarsi l’adozione internazionale». Per la precisione, ecco i numeri: 1.394 minori entrati in Italia nel 2018 (erano 1.440 nel 2017, pensare che nel 2012 erano stati 3.106). Le coppie che hanno adottato sono calate del 3% appena, dalle 1.163 del 2017 alle 1.130 dell’anno scorso.

Quali le ragioni del calo mondiale degli ultimi anni?
«Non è vero che nel mondo ci sono meno bambini abbandonati o rimasti senza famiglia», spiega la dottoressa Laera. «Piuttosto, il calo globale deriva dalla progressiva chiusura dei Paesi d’origine, che adottano politiche di trattenimento dei bambini sul territorio. Per scelta politica nazionalistica, o per la sempre più diffusa cultura che privilegia i legami di sangue e territoriali». È un bene o un male? «Finché ci sono bambini nel mondo che non trovano famiglia, c’è un problema. Se gli Stati riescono ad organizzare buone politiche di tutela dell’infanzia pur trattenendo i minori entro i propri confini, bene. Se non succede, abbiamo bambini in strada o a riempire gli istituti. Ed è certamente male».

I Paesi più aperti
Torniamo all’Italia. Oltre alla stabilizzazione dei numeri, va registrato lo sviluppo recente dei rapporti con alcuni Paesi. Perché le adozioni internazionali si basano su accordi bilaterali e sulla disponibilità dei governi a far lavorare sul territorio le associazioni. C’è l’apertura della Cambogia, con un pre-accordo che apre all’accreditamento di tutti gli otto enti storicamente operativi nel Paese, dopo una lunga chiusura. «C’è stato un incontro con le autorità congolesi, e anche il Senegal ha mostrato disponibilità», spiega Laera, «ma siamo all’inizio, serve ancora molto lavoro e tempi lunghi perché si accenda la luce». Mentre tengono bene Federazione russa, Colombia, Ungheria, Bielorussia e India, l’Africa è il continente da cui proviene il minor numero di bambini. «È paradossale, perché l’instabilità geopolitica propria di quell’area limita le possibilità, proprio in Paesi con un gran numero di minori abbandonati».

Aumenta l’età dei bambini: quali i problemi?
Altri numeri evidenziano altre criticità. Una su tutte: l’età media dei minori adottabili sta aumentando, sia in Italia che all’estero. Nel 2018 quasi un bimbo su due aveva tra i 5 e i 9 anni al momento dell’ingresso in Italia. Nel 2000 la fascia di età più rappresentata era quella 1-4 anni. Perché è un potenziale problema? Si legge nel rapporto che «un “bambino grande” è portatore di alcune caratteristiche ricorrenti, come l’avere un legame più forte e radicato con la propria terra d’origine e quindi con gli usi, i costumi ed addirittura con l’alimentazione del proprio Paese, l’aver generalmente vissuto diversi anni in Istituto e quindi l’aver presumibilmente subito le deprivazioni affettive, psicologiche e relazionali tipiche di quella situazione». Tutto questo può dare origine a difficoltà di relazione, incapacità nell’instaurare un nuovo legame affettivo importante, diffidenza verso gli adulti.
Un quadro che allontana le famiglie, più disposte ad accogliere minori in tenera età e più “spaventate” all’idea di adottare un bambino sopra i 5-7 anni. Per sciogliere il nodo del divario tra richieste dei potenziali genitori e bisogni dei bambini, la Commissione auspica un maggiore sforzo per mostrare alle coppie che anche l’adozione di bimbi grandi può avere un’ottima riuscita, se la coppia viene accompagnata correttamente e preparata a gestire le esigenze psicologiche del minore.

Le famiglie italiane candidati ideali
Anche da Marco Griffini, presidente di Ai.Bi – Associazione amici dei bambini, arriva un segnale di ottimismo. Ai.Bi. è uno dei 51 enti accreditati, le associazioni attive nei diversi Paesi dalle quali le coppie che adottano devono passare per completare l’iter e accogliere un bambino. Nel 2018 ha finalizzato 53 adozioni internazionali. «È ricominciato un dialogo costruttivo e la Commissione per le adozioni si è rimessa in movimento, dopo 4 anni di stallo. L’Italia è in alto nella classifica perché i Paesi lavorano volentieri con le famiglie italiane, di solito ben preparate, dagli enti come il nostro, ad affrontare l’adozione. Siamo l’unico Paese che prevede questo sistema, e siamo anche più disponibili ad adottare bambini con i cosiddetti “special needs”. Il problema vero è la disaffezione delle famiglie verso il tema. Un po’ per effetto del disinteresse della politica e dell’opinione pubblica negli ultimi anni: passatemi la provocazione, ma sappiamo quante balene muoiono per la plastica nei mari ogni giorno e quali specie arboree sono in via di estinzione, ma non quanti bambini abbandonati ci sono nel mondo. E poi per le difficoltà burocratiche e l’intasamento dei tribunali che devono emettere i decreti di idoneità. Ma resto ottimista, sempre che questo argomento torni ad essere una priorità della agenda politica».

L’iter dell’adozione internazionale
L’adozione internazionale, nel nostro Paese, è regolata dalla legge 184/83 poi modificata dalla legge 476/98 e dalla legge 149/01. Secondo tali norme la coppia che intende adottare è obbligata all’ottenimento dell’idoneità che deve essere rilasciata dal Tribunale per i minorenni. Si comincia presentando dichiarazione di disponibilità al Tribunale competente in base alla residenza.

Questi i requisiti:
✔ I coniugi devo essere sposati da almeno 3 anni o aver convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di 3 anni.
✔ La differenza di età tra i coniugi e l’adottato deve essere compresa tra i 18 e i 45 anni (sono previste alcune deroghe: per i coniugi che adottano due o più fratelli, se esiste già un figlio naturale minorenne in famiglia o se solo uno dei due coniugi supera il limite massimo di età in misura non superiore a 10 anni).
✔ I coniugi devo essere idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare.

Il Tribunale dei minori dichiara l’idoneità o l’insussistenza dei requisiti dopo aver consultato il parere dei Servizi socio-assistenziali degli enti locali coinvolti. Ottenuto l’ok la coppia ha un anno di tempo per dare mandato a uno degli enti autorizzati dalla Commissione per le adozioni internazionali.
Fonte Donna Moderna