La CAI mantiene “top secret” le visite delle delegazioni straniere in Italia: enti autorizzati mai coinvolti né informati. Non rispettate le linee guida della stessa CAI

caiUna volta si cercava di tenere nascosto l’amante. Ora si tenta di mantenere il segreto anche sull’ospite. Pare essere questa la scelta della Commissione Adozioni Internazionali in merito alle visite in Italia delle delegazioni delle autorità centrali per le adozioni degli altri Paesi. In tutti gli ultimi casi, infatti, gli incontri tra i rappresentanti della CAI e i loro colleghi stranieri sono avvenuti nel riserbo più generale. Un riserbo mantenuto, paradossalmente, anche nei confronti degli enti autorizzati, ovvero i soggetti maggiormente  interessati al buon esito di tali incontri, i quali  avrebbero avuto il diritto non solo di essere informati, ma  anche di partecipare a tali incontri.

Lo prevedono, del resto, le stesse Linee Guida della CAI. La Delibera 3/2005/SG, infatti, al paragrafo 9, quello dedicato alla “Collaborazione Istituzionale”, afferma: “E’ invalsa la prassi che la Commissione, in occasione di visite in Italia di rappresentanti di istituzioni straniere, crea occasioni di incontro con tutti gli enti che operano sul Paese” di provenienza della rappresentanza. “Ciò al fine, da una parte di consentire alle autorità di riferimento di approfondire tematiche inerenti l’adozione e di incontrare i servizi territoriali, i giudici minorili, di visitare le case-famiglia, per una piena comprensione del fenomeno delle strutture e delle istituzioni coinvolte nel percorso procedurale di adozione; dall’altra per consentire” agli enti autorizzati “di intensificare i rapporti di collaborazione all’estero”.

Ma tutto ciò alla CAI evidentemente non interessa, in linea con la strategia che pare avere messo in atto da qualche tempo: mettere ai margini gli enti autorizzati.


Gli episodi simili del resto si susseguono. Il 25 luglio la delegazione del Burundi arriva in Italia per firmare l’accordo bilaterale con le Autorità del nostro Paese. Ma la Commissione non invita gli enti a prendere parte né all’incontro con la rappresentanza dell’Autorità burundese, né a un tavolo preparatorio in vista della firma del documento. La storia si ripete meno di due mesi dopo. Questa volta è la delegazione cambogiana ad arrivare a Roma per la sottoscrizione dell’accordo bilaterale. È il 17 settembre. I contenuti del documento vengono resi noti soltanto 41 giorni dopo, il 28 ottobre. Anche in tale occasione, nessun ente è stato invitato a prendere parte all’incontro. In questo caso specifico, poi, vi è anche un punto dell’accordo rimasto avvolto nel mistero per lungo tempo: quello relativo al numero di enti che sarebbero stati potenzialmente autorizzati a operare nel Paese asiatico, se 8 o solo uno.

Non c’era in ballo un accordo bilaterale, ma anche in occasione dell’incontro tra la delegazione della CAI e quella cinese, gli enti non sono stati coinvolti. Siamo a novembre e la rappresentanza della Cina sbarca a Roma per un confronto con la nostra Commissione in merito allo stato delle adozioni internazionali.

Questo comportamento da parte della Commissione è stato oggetto, insieme ad altri aspetti quantomeno controversi del suo modus operandi, dell’interpellanza presentata al Senato dal capogruppo del Nuovo Centrodestra Maurizio Sacconi il 30 ottobre. “Nonostante gli enti autorizzati rappresentino nella materia delle adozioni internazionali uno strumento operativo di fondamentale importanza e di interfaccia fra la Commissione, da una parte, e le autorità straniere e le famiglie adottanti, dall’altra,  – si legge nel testo dell’interpellanza – le recenti visite in Italia delle delegazioni di Paesi stranieri si sono svolte, diversamente dalla prassi consolidata nel passato, senza il coinvolgimento degli enti stessi e senza l’organizzazione di incontri con i bambini originari di quei Paesi e le loro nuove famiglie”.

Negli stessi termini si era espresso, due settimane prima, il 16 ottobre, anche il senatore Carlo Giovanardi, sempre del Ncd, con un’interpellanza successivamente ritirata e sostituita da quella presentata da Sacconi.

Una questione sulla quale la CAI non ha ancora fornito spiegazioni. In compenso, continua a non tenere in alcun conto la presenza degli enti, “dimenticando” che questi, per la legge italiana, sono un soggetto imprescindibile per il destino dell’adozione internazionale.

Insomma, alla luce di tutto questo una domanda sorge spontanea: una CAI che non rispetta le sue stesse linee guida come può pretendere e come può vigilare sul fatto che gli enti autorizzati le rispettino?