Psicologia della Adozione. Quali sono le difficoltà di adottare un minore che è stato in una famiglia affidataria?

Dalla famiglia affidataria all’adozione. Gli errori da evitare e i consigli utili per aiutare il minore in questo passaggio delicato

Quello che un minore abbandonato deve compiere nel momento in cui sta per essere adottato dopo essere stato all’interno di una famiglia affidataria è un percorso doloroso da trattare con sensibilità e con la giusta delicatezza.

La famiglia affidataria come luogo di passaggio

La famiglia affidataria è la risposta temporanea al bisogno di relazione di un bambino in difficoltà o allontanato dalla sua famiglia di origine, perché possa vivere in un ambiente di tipo familiare e sperimentarne il funzionamento, in attesa di una famiglia tutta sua.
Si tratta di una possibilità preferibile rispetto alla istituzionalizzazione, poiché rappresenta un “luogo” dove vengono soddisfatti non solo i bisogni primari ma dove i minori imparano a instaurare relazioni più esclusive, e comunque dove possano sperimentare dei ruoli tipici di una famiglia preparandosi di conseguenza all’ingresso nella famiglia adottiva.
Laddove essa funzioni positivamente, consente non solo di ridimensionare il senso di paura e solitudine nel presente, ma anche di definire quello che sarà nel futuro.
In considerazione del fatto che i bambini apprendono come funzionano le relazioni e i ruoli tipici di una famiglia, corrisponde sicuramente a una dimensione meno spersonalizzante della permanenza in istituto.

La separazione dalla famiglia affidataria

Per il minore affrontare la separazione da quella che ha percepito fino ad allora come la sua famiglia, può essere un evento doloroso che richiede tempo e un lavoro di mentalizzazione perché possa essere assimilato ed elaborato. Il problema principale durante le prime fasi dell’adozione sarà in questo caso, oltre alla separazione ed alla confusione, la gestione di una “doppia appartenenza”, la sensazione di precarietà ed un nuovo fallimento del suo bisogno di attaccamento. Potrà di conseguenza sperimentare un nuovo doloroso senso di fallimento delle relazioni o l’ansia di dover ricominciare ancora una volta tutto dall’inizio con la preoccupazione, ed in alcuni casi l’angoscia, che neanche questa sarà la volta definitiva e che una nuova separazione si consumerà.

Il momento dell’adozione: costruire nuove radici

L’adozione rappresenta per il bambino la possibilità di “curare la ferita della relazione mediante una nuova relazione”. Questo processo ha bisogno di tempo per definirsi: bisogna lasciare la possibilità per tollerare la confusione, l’ambivalenza e le contraddizioni.
La presenza della famiglia affidataria che aleggia sul processo di costruzione delle nuove radici, può essere percepita dalla famiglia adottiva come una minaccia che incombe sulla serenità della propria quotidianità e può fare arrabbiare e causare dolore.
Bisognerà tuttavia stare in contatto con la sofferenza del minore, riuscendo a comprendere la radice dei comportamenti di sfida e di messa alla prova dell’ambiente per verificare la sua tenuta, la sua stabilità nella capacità di reggere le sue emozioni a volte dirompenti così da sperimentare nuovi schemi di relazione con gli altri, ma soprattutto con sé stesso. Tutto questo rappresenta indubbiamente una grossa sfida per i genitori adottivi ma va affrontata con lucidità.


Fare in modo che il minore si senta protetto

Un compito importante per i genitori adottivi sarà di conseguenza quello di “cucire” le varie tappe di vita di un bambino che reca con sé confusione, perdita dei confini e dei riferimenti, senso di perdita e non di rado senso di colpa per una nova rottura del legame. Gli sforzi dovranno essere concentrati sul creare un nido in cui il bambino possa sentirsi al sicuro, protetto e contenuto simbolicamente prima che fisicamente.
Non va mai dimenticato che si tratta di bambini che hanno difficoltà a prendere le distanze dal passato e che hanno avuto esperienze passate che continuano a condizionare il presente. Non possono essere al sicuro, se non siamo noi i primi a farli sentire protetti. Hanno bisogno di tempo per fidarsi e stabilire la giusta distanza e per tornare (finalmente) a sorridere.
È importante che sia la coppia sia il bambino arrivino preparati a questo incontro, ponendosi in continuità con il vissuto precedente, e non come rottura traumatica rispetto a esso aiutandolo e sostenendolo nella identificazione e nella separazione dei ruoli tra chi lo ha accompagnato e accolto temporaneamente e chi lo accompagnerà e sarà il genitore “per sempre”.

Mantenere contatto con la famiglia affidataria

Qualora vi sia disponibilità, vi ricorrano le condizioni e il bambino manifesti questo desiderio o bisogno, si può considerare la possibilità di inviare delle lettere con una frequenza che sarà progressivamente dilatata. Nel momento in cui il bambino si sarà radicato e avrà sviluppato un senso di appartenenza alla nuova famiglia, questo bisogno sfumerà e la famiglia affidataria avrà trovato il suo posto tra i tasselli della storia del figlio.

Dott.ssa Marina Gentile
psicologa e psicoterapeuta di Ai.Bi. – sede di Barletta