Siria. Hussein Almussa, Project coordinator di Ai.Bi. “I siriani credono in un Paese presto libero, aiutiamoli. Un’intera generazione di bambini non conosce altro che guerra, distruzione e paura”

siria“Le persone non hanno solo bisogno di cibo, acqua e cure mediche ma anche di protezione e sicurezza, oltre che di maggiore stabilità. I siriani non possono essere lasciati soli e non possono sentirsi abbandonati. Un’intera generazione intera di bambini non conosce altro che guerra, distruzione e paura. I bambini non sanno come si gioca. Il nostro lavoro è fondamentale per aiutare le persone a costruire la propria resilienza, ma anche per rafforzare le loro capacità e abilità in modo che possano ricostruire il proprio paese una volta che la guerra sarà finalmente finita. I siriani sono un popolo di persone intelligenti, sveglie e con voglia di fare, il nostro compito ora è quello di formarle per tornare a credere in sé stesse: dobbiamo dare loro le risorse e maggiore stabilità affinché chi è rimasto possa contribuire nella rinascita di un paese, il loro paese”. A parlare è Hussein Almussa, Project coordinator di Ai.Bi. Amici dei bambini intervistato da Vita.it e che ha pubblicato l’articolo il 29 marzo 2016. Nel servizio, a firma di Daniele Biella, Hussein Almussa spiega il progetto di Ai.Bi. grazie al quale vengono distribuiti 17.460 kit composti da Ready to eat rations, cibo in scatola pronto da mangiare, facile da trasportare e conservare. La distribuzione è iniziata il 27 marzo nei villaggi di Atarib e Termanin, nella provincia di Aleppo.

Nell’ambito della campagna di Sostegno a distanza per la prevenzione dell’emigrazione Io non voglio andare via, gli operatori di Ai.Bi. hanno portato 671 razioni alimentari ad altrettanti uomini, donne e bambini siriani, di cui 438 ad Atarib e 233 a Termanin. Si tratta di alimenti pronti per il consumo, pensati appositamente per gli sfollati interni: persone che, non avendo più una casa, non hanno neppure la possibilità di cuocere i cibi. Ogni razione è sufficiente per il sostentamento di una persona per 5 giorni e comprende un chilo di pane, 890 grammi tra tonno, sardine e carne in scatola, 480 grammi di formaggio, 360 di carne in scatola, 500 di olive, 50 di sale, un chilo e 600 grammi di hummus, oltre a 4 litri e mezzo di acqua potabile e 600 millilitri di succo d’arancia. La distribuzione è proseguita andrà avanti nelle prossime settimane: entro il 25 aprile saranno distribuite 17.460 razioni alimentari. Ogni beneficiario riceverà una razione di cibo a scadenze regolari di 5 giorni, potendo contare quindi su un sostegno alimentare costante da parte di Amici dei Bambini. (leggi la news)

Prima del nostro intervento e di quello delle altre organizzazioni – continua Hussein Almussa –  gli sfollati arrivavano in queste aree con l’obiettivo di passare il confine turco e cercare di percorrere la via verso l’Europa. Ma ora, anche grazie al nostro impegno, hanno la possibilità di rimanere nella propria terra, che tanto amano”.


Riportiamo la versione integrale dell’intervista rilasciata a Vita.

Siria, dintorni di Aleppo e Idleb. “Prima del nostro intervento e di quello delle altre organizzazioni, gli sfollati arrivavano in queste aree con l’obiettivo di passare il confine turco e cercare di percorrere la via verso l’Europa. Ma ora, anche grazie al nostro impegno, hanno la possibilità di rimanere nella propria terra, che tanto amano”. Arrivano dal cuore del conflitto siriano le parole di speranza di Hussein Almussa, Project coordinator di associazione Ai.Bi. Amici dei bambini. L’ente italiano ha in quelle zone, tra Termanin (distretto di Idleb) e Atareb (distretto di Aleppo) un progetto che permette la distribuzione di 17.460 kit composti da Ready to eat rations, cibo in scatola pronto da mangiare, facile da trasportare e conservare.

Qual è la situazione nelle due città? Regge l’accordo di tregua a cui sono arrivate le parti in causa la scorsa settimana?

Termanin è una città che offre un riparo piuttosto sicuro. La zona, dall’inizio dell’anno è stata colpita ‘solamente’ tre o quattro volte da raid aerei, questo perché non c’è una forte presenza di gruppi armati ribelli. Anche per quanto riguarda Atareb la situazione rimane relativamente tranquilla e sicura per i nostri beneficiari e le loro famiglie. Il motivo principale che ha spinto tanti sfollati a raggiungere queste zone è stato sicuramente la possibilità di cercare un lavoro, anche solo provvisorio, e di ricominciare una nuova vita con i propri cari. Il Local Council della zona – ente di riferimento per le varie attività che si svolgono nell’area – punta molto sul coinvolgimento dei civili,  piuttosto che dei militari, per mantenere vivo e attivo il mercato locale. Visto l’alto afflusso di persone sfollate nell’area, il supporto di Ai.Bi. diventa fondamentale per evitare che i mercati locali si trovino presto privi di risorse e incapaci di far fronte al fabbisogno di tutti. Nello stesso tempo, la distribuzione dei kit permette alle famiglie di non dovere andare a cercare cibo, potendosi così concentrarsi sulla ricerca di un lavoro ed eventualmente un’altra abitazione. Per quanto riguarda la tregua, sono un po’ scettico: fino a oggi sembra reggere anche se parecchi attacchi continuano e molti innocenti rimangono vittime della loro ferocia (148 civili morti negli ultimi 23 giorni in Siria, inclusi 67 bambini, secondo le stime del Osservatorio Siriano per i Diritti Umani): la gente, stanca e consumata dal conflitto, non crede che questa situazione possa perdurare a lungo.

Quali sono i bisogni principali della popolazione?

Le persone non hanno solo bisogno di cibo, acqua e cure mediche ma anche di protezione e sicurezza, oltre che di maggiore stabilità. I siriani non possono essere lasciati soli e non possono sentirsi abbandonati. Un’intera generazione di bambini non conosce altro che guerra, distruzione e paura. I bambini non sanno come si gioca. Il nostro lavoro è fondamentale per aiutare le persone a costruire la propria resilienza, ma anche per rafforzare le loro capacità e abilità in modo che possano ricostruire il proprio paese una volta che la guerra sarà finalmente finita. I siriani sono un popolo di persone intelligenti, sveglie e con voglia di fare, il nostro compito ora è quello di formarle per tornare a credere in sé stesse: dobbiamo dare loro le risorse e maggiore stabilità affinché chi è rimasto possa contribuire nella rinascita di un paese, il loro paese.

In che condizioni di sicurezza lavorano gli operatori umanitari in Siria?

Il nostro lavoro è diventato una priorità qui in Siria. Sappiamo che è pericoloso, ma è indispensabile. È qualcosa che tutti possono fare ma che solo alcuni decidono di portare avanti. Non possiamo lasciare che le persone si sentano abbandonate. Amiamo la nostra terra, le nostre radici sono qua e anche il nostro cuore. Chi lavora in questo ambito conosce i rischi e i pericoli, ma abbiamo un animo altruista che ci spinge a dedicarci al prossimo. Gli operatori umanitari dedicano la propria vita per il futuro degli altri e della Siria stessa: sappiamo di avere tante qualità e questa è un’ottima opportunità per dimostrarlo a tutti e soprattutto ai siriani, sia a chi è ancora qua, sia a chi ha deciso di partire per cercare una vita più tranquilla e sicura. Speriamo che i nostri risultati possano convincere i molti che se ne sono andati a tornare per unirsi al nostro lavoro e contribuire a lavorare per costruire una Siria basata sulla pace.

Qual è il grado di fiducia dei siriani verso le autorità nazionali e internazionali? Chi temono di più oggi tra le fazioni in guerra?

Visti i fallimenti delle trattative precedenti in pochi credono che la tregua possa sfociare nella pace. Nonostante questo, molti siriani sono disposti a nascondersi sottoterra e a vivere dentro le montagne per cercare di sopravvivere per poter vedere una Siria libera. La questione non è di chi abbiamo paura, la questione è garantire un futuro di pace ai nostri bambini siriani nella nostra terra. Per quanto riguarda noi cooperanti, seguiamo uno dei principi base che regolano l’intervento umanitario, ovvero il non schierarsi politicamente per uno dei contendenti e non prendere posizioni politiche.

Ma l’intervento di Ai.Bi. in Siria non si ferma qui. Sempre nell’ambito della campagna Io non voglio andare via, prosegue infatti la distribuzione mensile di ceste alimentari a 90 famiglie in diverse località nella zona di Binnish, nel nord ovest del Paese (guarda il video). L’iniziativa, che andrà avanti per 5 mesi, si unisce alle molte altre già attivate da Ai.Bi. nelle province di Idlib e Aleppo: interventi di prima e seconda emergenza che consistono in varie forme di supporto alimentare, sanitario, educativo e psicologico alle famiglie e ai bambini colpiti dalla guerra.  Tutto ciò è reso possibile dal sostegno a distanza, il mezzo più efficace per offrire il proprio contributo a quella parte, assolutamente maggioritaria, della popolazione siriana che non vuole lasciare la propria terra. Con il tuo contributo, sotto forma di Sostegno a Distanza, il loro sogno di un futuro nella propria terra potrà diventare realtà.

Fonte: Vita